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Pietre d’Inciampo

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WhatsApp Image 2018-01-23 at 16.06.20 Pubblico di seguito il mio intervento in occasione della cerimonia di posa a Trieste delle pietre d’inciampo dedicate alla memoria di alcune vittime della deportazione nazifascista.

Trieste, 23 gennaio 2018

Signor Sindaco,

Signor presidente della Comunità ebraica,

Rabbino capo,

Signor Gunter Demnig,

la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia è presente con piena convinzione civile e morale alla posa di questa prima “pietra d’inciampo”, che reca il nome venerando di Carlo Nathan Morpurgo. Ringrazio tutti coloro i quali hanno contribuito a realizzare quest’opera, piccola per dimensioni ma enorme per il significato che racchiude.
Non faremo mai abbastanza per coltivare la memoria di quest’uomo giusto. Egli fu un vero eroe: mentre intorno si scatenavano le forze del male e tutti tentavano di salvarsi, rimase al suo posto saldo come un cedro del Libano, per salvare gli altri. Anche nel momento più buio seppe nutrire la speranza nel ritorno di tempi migliori: aver sottratto i rotoli della Torah alla devastazione nazista è un atto di fede e di pietà, carico di una potenza simbolica che si spande oltre il recinto spirituale della Comunità ebraica e che ci tocca tutti. Perché la brutalità della violenza e l’intolleranza si accaniscono in modo particolare contro i tesori dello spirito, non accettano la libertà che si esprime nella pratica religiosa o nell’espressione artistica.
Dalla Comunità ebraica di Trieste ci viene l’esempio storico di un felice rapporto, di una pacifica commistione e di un reciproco arricchimento. Penso ai momenti d’oro: con ebrei triestini che gestiscono l’economia cittadina ad ampio raggio, investono le proprie energie e risorse nei commerci, nell’industria, nella finanza, nelle assicurazioni, nella scienza, nella cultura e nelle arti. Si impegnano in prima persona nella gestione della cosa pubblica, facendo politica e impresa, traguardando un ideale umanitario di progresso generale. A loro agio in un orizzonte internazionale, non trascurano la crescita e il benessere della città e dei suoi abitanti. L’edificazione di questa Sinagoga Maggiore nel cuore della città aveva rappresentato il culmine dell’integrazione nell’affermazione dell’identità.

Un equilibrio troppo perfetto per potersi conservare a lungo, verrebbe da dire. Ma sarebbe un errore. Perché l’annientamento degli ebrei di Trieste non è stato il frutto di una sorte inevitabile, il disegno di una parabola che nasce, raggiunge l’apice e decade. I mille triestini che furono strappati dalle loro case per essere portati ai Lager e che non fecero mai ritorno sono l’esito di un piano criminale studiato, deliberato e freddamente portato a termine.

Quando noi oggi diciamo “mai più” dobbiamo renderci conto di quanto grande sia la responsabilità che pesa su quelle parole. Significa che ognuno di noi è chiamato a rispondere in prima persona, affinché il “no” al razzismo, all’intolleranza e alla violenza sia saldato alla volontà e alla determinazione di essere argine. Perché ci saranno sempre vittime, se permetteremo che ci siano carnefici, se non fermeremo sul nascere ogni pensiero che giustifica l’odio, che giudica l’uomo in base a ciò che è, non a quello che fa. Condanna senza alibi per chi, occultandosi sotto il manto di un concerto, proprio in queste ore si prepara a celebrare l’Olocausto.

Complici saremo, se lasceremo che teorie negazioniste o riduzioniste possano rendere minimamente “accettabile” l’orrore della Shoah. E ugualmente pericolosa è la distorsione ideologica che assimila l’ebraismo al sionismo, insinuando il sospetto di una doppia fedeltà, sovrapponendo indebitamente religione e politica.

Lo sanno bene proprio gli ebrei di Trieste, in cui il grido per l’Italia fu altissimo, salvo poi rimanere incredulo e strozzato in gola nell’autunno del ’38, di fronte al tradimento delle leggi razziali.

Di tutto questo ci parla la piccola pietra che oggi incastoniamo nella terra, augurandole di essere veramente un ostacolo alla distrazione, una diga alla superficiale omologazione che tutto assimila, un farmaco contro il tempo che consuma le generazioni e corrode la memoria.

L’ebraismo ci insegna che i nomi sono le cose stesse. Credo che questo valga ancor di più per le persone: ogni nome di deportato che noi salviamo dall’oblio è una nuova vittoria contro la morte e contro chi volle cancellare i nomi, riducendo uomini, donne e bambini a un numero tatuato sul braccio, a un nulla.

La pietra di Carlo Morpurgo, e le altre che verranno posate oggi a Trieste, ci guardano e parlano a noi. E a noi, che ci sforziamo di essere gli eredi della memoria, rimane una sola parola: Shalom!

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