Coerenza e chiarezza

il-messaggero Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Mario Ajello per il quotidiano “Il Messaggero” in merito all’attuale situazione politica.

Presidente Serracchiani, concorda con Luigi Zanda che caldeggia un governo lungo, «fino al 2018»?

«Il segretario nazionale è stato molto chiaro. Renzi si è dimesso esattamente come aveva detto di voler fare. Ha dimostrato grande senso delle istituzioni e rispetto della parola data. In direzione nazionale, ha detto che il Pd è per un governo con tutti per fare le cose ordinarie, arrivare ad approvare un nuova legge elettorale se ci sono le condizioni, oppure andare al voto dopo il pronunciamento della Consulta sull’Italicum. Io concordo con questa impostazione, che è quella uscita dalla direzione nazionale. Noi abbiamo fatto la nostra parte e ora tocca agli altri partiti impegnarsi e garantire una soluzione condivisa alla crisi».

E Zanda?

«Ha espresso una sua opinione, per quanto autorevole, trattandosi del capogruppo al Senato, ma il segretario nazionale è stato molto chiaro nel tracciare un altro percorso. E il Pd non si presterà, come accaduto nel recente passato, ad essere l’unico sostegno di un governo istituzionale di cui gli altri non vogliono fare parte».

Zanda ha parlato su assist di Franceschini?

«Non credo. Anzi, penso che i vertici del partito siano assolutamente consapevoli del momento difficile, ma anche convinti che la soluzione da adottare non sia quella indicata da Zanda».

Il Pd ora è il partito di Renzi o di Franceschini?

«È il partito che ha fatto la propria battaglia sul Sì al referendum costituzionale, convinto che quelle riforme fossero necessarie per avere un Paese più semplice e più moderno. Questo è un partito che, dopo 1000 giorni di governo Renzi, lascia il Paese con importanti riforme e con leggi che ritengo fondamentali per l’Italia. Per esempio quelle sulle unioni civili, sul terzo settore, contro lo spreco alimentare e una che mi piace sottolineare particolarmente. Il dopo di noi: cioè la possibilità che hanno i genitori di figli disabili di dare loro un futuro anche quando non se ne potranno occupare più personalmente».

E dopo tutto ciò, il Pd vuole scaricare Renzi?

«No. Penso però che a volte abbiamo parlato troppo di noi stessi al nostro interno e ci siamo dimenticati di raccontare le tante cose che il governo e il Parlamento ha fatto in questi anni».

Nonostante la sinistra Pd che poi al referendum ha contribuito
ad affossarvi?

«Per me, non è stato un bel momento vedere le scene di esultanza di alcuni nostri dirigenti, mentre il premier del loro partito si dimetteva».

Adesso, oltre a quelli del No, è Franceschini il problema per
Renzi?

«Non penso proprio. Non c’è nessun problema con Dario o con altri. Ci siamo chiariti. E il mandato che è stato affidato alla nostra delegazione nelle consultazioni al Quirinale è molto chiaro».

Gentiloni, Franceschini o Padoan?

«Il dominus delle consultazioni è Mattarella e sarà lui a trarne le conclusioni».

Esiste un patto fra Orlando (come eventuale segretario) e Franceschini (come eventuale premier) ai danni del renzismo?

«I giornali in questi giorni sono pieni di retroscena. Invece basta guardare la scena. Dove queste cose non esistono. Esiste invece la chiarezza con cui Renzi ha dichiarato che consegnerà con un sorriso la campanella di Palazzo Chigi a chi verrà dopo di lui».

Renzi bis?

«Ho appena detto che verrà qualcun altro dopo di lui. E comunque chiediamoci che cosa vogliono fare quelli del No, uniti per mandare a casa Renzi e divisi su tutto il resto».

Non è che ci sono dei falchi troppo renziani che rischiano di rovinare Renzi?

«Matteo è una delle persone che ascolta tutti e tanto. Ma le assicuro che decide da solo».

(Intervista del 9 dicembre 2016, rilasciata a Mario Ajello per Il Messaggero)

Il valore dell’unità

Riporto di seguito l’intervista rilasciata a Marco Ballico per l’inserto di Udine Economia del Messaggero Veneto di oggi, 30 settembre 2016 dove parliamo del tema dell’unità regionale necessaria per essere competitivi ad ogni livello.

Presidente Serracchiani, ritiene di avere centrato in questa legislatura gli obiettivi di razionalizzazione delle “poltrone” e contenimento della spesa pubblica?

“Sì. Mi sono candidata dicendo chiaramente che era necessario ridurre gli sprechi iniziando dalla politica che, se vuole essere guida della società, deve essere in grado di offrire il buon esempio. Così, appena in carica, abbiamo approvato il dimezzamento del costo dei consiglieri regionali, l’abolizione dei vitalizi e la riduzione del 90% dei fondi a disposizione dei gruppi consiliari. Misure drastiche ma necessarie per restituire credibilità al sistema. Siamo intervenuti anche sulle partecipate, anticipando addirittura le normative nazionali con un piano organico di riduzione non solo delle “poltrone” ma delle società stesse, ad esempio con la messa in liquidazione di Agemont, Ares, Gestione Immobili FVG e Fiera Trieste, analizzando i bisogni e le esigenze attuali della regione”.

C’è ancora qualcosa fare?

“Sono soddisfatta dell’attuale situazione anche se i processi di riorganizzazione non sono completati e il numero delle partecipate scenderà ancora e con esso, conseguentemente, il numero dei componenti i cda”.

Lei sostiene da tempo l’opportunità di unire i porti del Fvg. Lo stesso sui parchi tecnologici. A che punto stanno le cose?

“La riforma delle autorità portuali ha consentito alla Regione, in accordo con gli enti locali interessati, di creare una nuova autorità che mettesse a sistema le potenzialità dei porti di Trieste e Monfalcone, complementari e con grandi previsioni di crescita. Se dobbiamo confrontarci con il mercato cinese e del sud est asiatico è impensabile non riuscire a ragionare in maniera coordinata. Finalmente ci stiamo riuscendo e i risultati in termini di traffici e di collegamenti ferroviari dimostrano che questa è la strada giusta. Questo processo riguarderà anche porto Nogaro ma per arrivare a quel risultato dobbiamo completare il risanamento della zona industriale Aussa Corno, la cui situazione di crisi è nota. Anche i parchi scientifici regionali, che hanno un grado minore di collaborazione, presentano una complementarietà importante. Stiamo lavorando per metterla a frutto”.

Resta aperto anche il futuro delle Camere di commercio. Quali gli aspetti virtuosi della riforma governativa?

“Unire le forze in ambiti che abbiano una massa critica maggiore. Le Camere di Commercio hanno l’occasione di ripensare se stesse in funzione del territorio su cui insistono e della loro vocazione economica. All’interno della Conferenza delle Regioni abbiamo insistito molto per premiare quei territori che vogliono osare proponendo progetti di fusione che riguardino quattro o più Camere di Commercio. Per questi progetti sono previsti incentivi economici importanti che consentono di trattenere rilevanti risorse per le imprese. In una realtà come il FVG dobbiamo raccogliere questa sfida e accompagnare un processo che porti a un unico soggetto.
La Regione ha un progetto di sviluppo unitario e le CCIAA ne sono attori essenziali. Per questo ritengo che un ente camerale unico a servizio di tutte le imprese regionali sia un interlocutore fondamentale per l’istituzione regionale e uno strumento utile a creare sinergie e a scambiare competenze”.

Una sola Camera di commercio Fvg non correrebbe il rischio di rappresentare economie troppo diverse tra loro?

“Bisogna rovesciare una visione che induce alla frammentazione e alla debolezza: il futuro della regione è sempre più nella collaborazione fra territori in un sistema economico integrato. I nostri territori hanno una vocazione logistica indiscussa e una forte tradizione manifatturiera: devono dialogare e interagire fra loro. Sfruttando il connubio tra le funzioni della produzione e della logistica, ben note a chi fa impresa, si può attrarre nuova ricchezza, generare opportunità per la nascita e l’insediamento di nuove imprese. Di fronte a questo scenario perché i servizi alle imprese, tipica missione delle Camere di Commercio, non dovrebbero essere integrabili fra le realtà esistenti?”

Come tutelare l’occupazione camerale?

“Il decreto attuativo approvato dal CdM prevede strumenti che tutelano l’occupazione dei dipendenti garantendo una loro eventuale ricollocazione in altri enti pubblici”.

Anche il sistema Confidi in regione ha messo in moto un’azione di sintesi. Ritiene sia stato più coraggioso il mondo dell’impresa o quello della politica del superamento dei “poltronifici”?

“Non è una gara. L’impresa ha il compito di esprimere il meglio delle sue capacità competitive, mentre la politica deve saper dialogare con tutti i mondi, incluso quello dell’impresa, per vincere la sfida complessiva che è posta dinanzi alla nostra società, guidando il superamento delle resistenze all’innovazione. Sono viscosità che si manifestano ovunque si tratti di modificare equilibri consolidati e rivedere strutture “storiche” per adattarle ai cambiamenti della società. Il cambiamento non si realizza alimentando contrapposizioni ma individuando una missione comune. Assieme abbiamo percorso un tratto di strada importante raccogliendo risultati soddisfacenti come quelli che hanno visto da un lato l’aggregazione dei Confidi e dall’altro una dotazione economica consistente che li ha resi uno strumento importante e accessibile per le imprese. Vogliamo continuare così”.

Su quali altri fronti?

“Dal 1 gennaio 2017 inizierà ad operare il CATT FVG, centro di assistenza tecnica per il terziario, che ha unificato i 7 enti precedenti con lo scopo di fornire migliori servizi alle imprese del terziario. E’ lo stesso modello che già funziona per l’artigianato con il CATA. Per l’amministrazione regionale potersi interfacciare con un interlocutore unico che fornisce servizi alle imprese è importante perché consente una interlocuzione più efficace e quindi minori tempi di adattamento delle politiche pubbliche alle mutate esigenze del settore. In quest’ottica, mentre ci applichiamo al completamento della riforma dei consorzi, seguiamo con attenzione anche l’auspicato processo di unificazione di Confindustria. Più il FVG è unito più sa farsi valere a ogni livello”.

(Intervista del 30 settembre 2016, rilasciata a Marco Ballico per il Messaggero Veneto per l’inserto Udine Economia)

Per il Paese e per il FVG

piccolo Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Diego D’Amelio per Il Piccolo di oggi, 20 agosto 2016, dove si sviluppano i temi dell’Italicum, della riforma costituzionale ed il rafforzamento delle autonomie.

La presidente del Fvg – nonché numero due del Pd nazionale – Debora Serracchiani, nel ribadire le ragioni del sì al referendum difende il riordino promosso dal governo Renzi: «Se non si crede a me, si leggano quei costituzionalisti che sono per il no anche a causa del rafforzamento delle Regioni speciali». Molte competenze tornano però al potere centrale.
“Non è centralismo, ma chiarezza. Bisognava stabilire chi fa cosa tra Stato e Regioni, evitando le aule dei tribunali per risolvere le vertenze. Il federalismo di cui si è riempita la bocca la Lega ha fallito: le Regioni ordinarie non hanno saputo cogliere l’opportunità di esercitare le proprie competenze. E su grandi temi come energia, infrastrutture e sanità servono coordinamento e piani strategici nazionali.”

Sta pensando al rinnovo del patto Padoan-Serracchiani?
“Ci stiamo lavorando: ragioneremo sulle competenze che abbiamo e su quelle che vorremmo. Con attenzione alle risorse: sulla sanità si sarebbe dovuto far meglio i conti perché le risorse sono poche.”

Dice che il paese è maturo per votare sì: non respira ostilità al governo?
“Le riforme non sono questione personale o di partito né un voto sull’esecutivo: il paese è maturo per votare non contro qualcuno ma a favore di qualcosa.”

Se vince il no cade il governo?
“Dubito che un governo nato su precise istanze riformatrici possa rimanere in carica, fermo restando che ci sono tutte le condizioni per un esito positivo. Il no fa comodo a chi nell’ingovernabilità e nella stasi mantiene le sue rendite.”

Il sì invece rende sicuri contro il terrorismo e fa risparmiare soldi da dare ai poveri: non esagerate con la retorica?
“Le forzature ci sono da entrambe le parti ma sono molte di più quelle dei sostenitori del no: c’è chi parla di attentato alla Costituzione o di deriva turca per il combinato disposto tra riforma e legge elettorale.”

L’Italicum va cambiato? Giusto ieri il ministro Orlando ha aperto su questo fronte…
“Il referendum non riguarda la legge elettorale, la cui modifica era richiesta da tutti. L’Italicum è l’esito di un lavoro complesso, ma dà stabilità e governabilità. Se ci saranno condizioni e numeri in parlamento siamo pronti al confronto, ma non so se potrà accadere: nessuna proposta alternativa garantisce maggioranze certe.”

La minoranza dem subordina il sì al cambio dell’Italicum…
“Mi pare una posizione complicata da giustificare.”

Cosa c’è di buono nella riforma?
“La riduzione dei costi della politica, più efficienza, semplificazione dei livelli istituzionali, abolizione di enti inutili, cancellazione delle Province. E superamento del bicameralismo perfetto: su 28 paesi europei siamo gli unici ad avere due camere con identica funzione.”

Nessun dubbio sul Senato con elezione indiretta?
“Le regole di designazione sono in discussione e comunque sindaci e consiglieri regionali sono oggi gli unici eletti direttamente dal popolo, visto il meccanismo del Porcellum.”

E il metodo? Possibile cambiare la Costituzione a maggioranza semplice?
“È consentito, se accompagnato da referendum confermativo.”

La Costituzione abolisce le Province ma lei si vanta di averlo fatto prima. Ma le Uti non sono un pasticcio?
“Sono molto fiduciosa invece: i frutti arriveranno nei prossimi mesi. Le funzioni delle Province andavano riassegnate: ci sono stati ritardi ma abbiamo chiuso i piani di subentro e acquisito parte importante delle loro competenze. La riforma era inevitabile: in tutto il mondo i Comuni procedono con fusioni e gestioni congiunte.”

E se i riottosi resteranno tali c’è sempre l’obbligatorietà contenuta nel nuovo Statuto…
“Confido che tutti i Comuni entreranno entro l’anno: bisogna spoliticizzare la materia e pensare all’amministrazione e ai cittadini.”

Il 2018 si avvicina. In Fvg il Pd è alleato con Sel e liste civiche: è il modello da seguire?
“Non ho mai pensato al Pd autosufficiente, anche se nelle nostre corde c’è la capacità di parlare alla maggioranza del paese.”

Alle ultime elezioni però avete preso una batosta, senza troppe autocritiche…
“Ho detto quello che dovevo dire e Renzi ha ammesso pubblicamente la sconfitta.”

Il premier manterrà l’incarico di segretario dopo il congresso?
“Il doppio incarico è utile e va nel solco delle grandi democrazie europee. Il punto è riorganizzare il partito per affrontare le sfide del futuro.”

La sfida di Serracchiani sarà a Roma o in Fvg?
“Abbiamo parlato di grandi temi. I destini personali sono piccole cose (ride).”

(Intervista rilasciata a Diego D’Amelio e pubblicata su Il Piccolo del 20 agosto 2016)

L’Italia credibile

unità Pubblico di seguito un’intervista rilasciata a Maria Zegarelli de L’Unità in cui si sviluppano varie questioni di attualità, tra cui il referendum sulla riforma costituzionale e il fenomeno dei migranti.

«È singolare che ad alimentare le polemiche siano molto spesso proprio coloro che non stanno concretamente in trincea per cercare di risolvere i problemi, come invece stanno facendo molti amministratori».
La Vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, entra così nel dibattito sui profughi e la possibilità di impiegarli in lavori utili lanciata dal responsabile Immigrazione del Viminale, Mario Morcone.
La proposta di Morcone ha già fatto fibrillare gli amministratori leghisti. Lei che ne pensa?

«Morcone fa una proposta che prova ad affrontare un problema. In molte Regioni, compresa la mia, abbiamo avviato da subito diversi progetti che hanno portato queste persone a svolgere lavori per le comunità che li accolgono. La nostra è la Regione che ne ha impiegati di più, oltre 2600, attraverso l’accoglienza diffusa, che ci ha permesso di avere piccole comunità in ognuno dei Comuni, ben 82 su 216, che li ospitano. In alcuni Comuni hanno preparato gli orti urbani che poi sono stati consegnati agli anziani, in altri si occupano della pulizia e manutenzione delle aree verdi e così via. Alcuni di loro, infine, grazie ad una collaborazione con la Confartigianato locale, stanno imparando dei mestieri che potranno mettere in pratica qui o nei loro paesi di origine quando saranno in grado di tornare».

Il ministro Alfano dice “Ok, purché facciano volontariato, perché il lavoro va dato prima agli italiani”. È d’accordo?
«Noi non li paghiamo, ogni lavoro è a costo zero per i Comuni, solo la Regione sostiene dei piccoli oneri per gli strumenti che occorrono per lavorare e le assicurazioni. Il miglior modo per non essere un problema per le comunità che li accolgono è proprio quello di rendersi utili facendo volontariato in attività in cui, peraltro, gli italiani non hanno intenzione di cimentarsi».

Il sindaco di Capalbio, Pd, e quello di Bondeno, Lega, su una cosa sono d’accordo: non vogliono i profughi nei loro Comuni. Glielo chiedo da dirigente nazionale del Pd: le sembra accettabile questa posizione?
«Al di là delle appartenenze politiche, il tema è un altro: se tutti ragionassero così non solo non si risolverebbe il problema ma lo si scaricherebbe sugli altri e questo non è giusto. Ma ci vuole buon senso da parte di tutti: nel nostro caso abbiamo fatto un Patto regionale sull’immigrazione con l’Anci, stabilendo quali e quanti Comuni possono accogliere e fissando regole precise».

Per esempio?
«Abbiamo stabilito che i profughi non possono andare in zone sciistiche durante l’inverno e nei comuni turistici di mare in estate per evitare problemi logistici e di ulteriore sovraffollamento. A Lignano, per esempio, ne sono stati accolti circa 100 durante l’inverno in collaborazione con lo stesso Comune».

L’ultima polemica riguarda il burkini. È giusto vietarlo, come è avvenuto sulle coste francesi?
«Capisco la posizione del premier Manuel Valls, sotto pressione per i durissimi attacchi terroristici che hanno colpito il suo Paese, ma non capisco quale paura possa generare una donna vestita al mare. Per me il burkini non è un problema, lo è il burqa, per noi il volto è identità, coprirlo è togliere l’identità ad una donna, mentre impedire di indossare il burkini può di fatto costringere queste donne a rinunciare al mare e a rinchiudersi in casa».

Lunedì vertice di Italia, Germania e Francia a Ventotene. Dal tema dell’immigrazione a quello della crescita in zona Ue. Cosa si aspetta il nostro Paese dall’Europa?
«Intanto che l’Europa torni a fare l’Europa e ad occuparsi dei grandi temi comunitari. Spero che i prossimi mesi siano dedicati a questo, alla costruzione di principi comuni. L’Italia, dal canto suo, si sta conquistando ruoli importanti dopo anni in cui aveva visto minata la sua credibilità internazionale tanto da restare esclusa dai tavoli decisionali. Oggi stiamo stabilmente seduti nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, lo abbiamo visto all’indomani dei fatti di Nizza. Questo è il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi siamo credibili perché stiamo finalmente facendo le riforme nel rispetto delle regole europee a differenza di altri Paesi che hanno abbondantemente superato il rapporto deficit/pil del 3%».

Ma l’Europa adesso guarda al referendum costituzionale. Che succede se vince il No? Addio credibilità?
«Partiamo da cosa succede se vince il Sì. Se gli italiani promuovono il quesito noi portiamo a casa una delle riforme più dibattute e più attese da questo Paese per recuperare competitività, efficienza e semplificazione. Da decenni parliamo della necessità di superare il bicameralismo perfetto: bene, siamo a un passo dall’obiettivo. Come siamo a un passo dalla possibilità di ridurre i costi della politica, di ristabilire chiarezza tra le competenze di Stato e Regioni. La scelta di votare sì non è né personale né di un partito, ma una scelta di merito, non ideologica. Se vince il No ci dimentichiamo le riforme per decenni, come ha detto lo tesso Renato Brunetta. Sa che significa ricominciare da una Bicamerale? Che passano almeno due anni per costituirla. Poi, per iniziare il confronto quanti altri ne passerebbero? Non penso che ci si possa permettere di aspettare così tanto tempo».

L’ex ministro Giovanni Maria Flick non solo ha bocciato la riforma, ma ha aggiunto che ormai è tardi per usare la “scolorina”. Si riferiva al tentativo di spersonalizzare il referendum. Si aspettava una presa di posizione così dura da un ex ministro del governo Prodi?
« Sono molte le persone che si sono schierate per il Sì, a partire recentemente da Arturo Parisi. Noi siamo arrivati a votare queste riforme dopo un lungo percorso, che è stato anche quello dell’Ulivo e del centrosinistra italiano. Adesso è arrivato il momento di portare a casa il risultato, non perché serve a Renzi, ma perché serve al Paese. Apprezzo lo sforzo di tutti coloro che si stanno impegnando per trovare i difetti di questa riforma, tutte le riforme ne hanno, tutte le riforme hanno richiesto degli adattamenti, non esiste la perfezione, ma dovremmo avere l’umiltà di dire “approviamo questa e poi ci si impegnerà per migliorarla se sarà necessario”. Quello che mi stupisce è vedere che molti di coloro che oggi criticano le riforme sono gli stessi che quando erano al governo non sono riusciti a farle o non le hanno ritenute necessarie».

Nel Pd la minoranza continua a chiedere la modifica dell’Italicum altrimenti non voterà la riforma.
«Noi andremo a votare per il referendum costituzionale, non per la legge elettorale che non c’entra nulla. Insistere nel trovare un collegamento diretto tra le due cose ritengo sia un errore. Rispetto alla legge elettorale, tra l’altro, dovremmo interrogarci a sinistra sul perché abbiamo fallito in queste riforme quando eravamo al governo, anche per la fragilità delle maggioranze. Se non altro questa legge elettorale ci dà delle garanzie: sappiamo chi vince il giorno delle elezioni e sappiamo che il governo che si formerà avrà i numeri per poter portare avanti il programma e approvare le riforme. Credo siano principi irrinunciabili».

Quindi non si rimette in discussione l’Italicum?
«La riforma elettorale l’abbiamo fatta. Se ci saranno i numeri in Parlamento per cambiarla non ci sottrarremo al confronto».

(Intervista rilasciata a Maria Zegarelli, pubblicata su L’Unità del 19 agosto 2016)

Ma il Burqa no

donne-con-burqaAgosto è il mese in cui molte notizie hanno la tendenza a diventare ‘tormentoni estivi’ e il caso del burkini ha le caratteristiche per seguire analoga sorte. Il tema, che occupa politica e media in molti Paesi d’Europa, propone tuttavia una serie di interrogativi decisamente seri e meritevoli di essere approfonditi. Ho cercato di dare conto del mio pensiero e della complessità del problema in un’intervista all’Espresso del 17 agosto 2016, il cui testo rendo qui disponibile.

Una spiaggia. Poi un’altra. E un divieto, che diventa polemica. Il divieto che riguarda le donne musulmane che fanno il bagno in “burkini”, costume integrale che copre tutto il corpo. In Francia, il primo ministro Manuel Valls ha difeso la scelta di alcuni amministratori locali di impedire alle donne coperte di andare al mare nelle spiagge pubbliche. In Italia, è corsa a schierarsi la Lega Nord. Ma su l’Espresso, Lorella Zanardo ha sostenuto che vietarlo è un gesto giusto, e di sinistra. Ora risponde Debora Serracchiani, vice presidente nazionale del Pd e governatore del Friuli Venezia Giulia. Dicendo: non è così.

Da donna, lei cosa pensa del burkini? È solo un “costume” come un altro? O è un segno di una cultura che pratica la sottomissione delle donne colpendo anche (e non solo) il loro corpo?

«Fatte le debite proporzioni, vale per me quanto ha detto Popper: “Se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza, e lo stato di diritto”. Bisogna allora capire bene qual è il confine oltre il quale, per affermare i diritti, si deve utilizzare la forza della legge. Secondo me il burkini è ancora dentro i confini»

In Francia, il primo ministro Valls ha dato pieno sostegno agli amministratori locali che hanno deciso di vietarlo in spiaggia.

«Il presidente Hollande invece ha scelto di non parlarne. Ricordiamo che la Francia ha sofferto attacchi sanguinosi e sta vivendo una forte tensione interna, e questo è un dato di fatto che inevitabilmente condiziona il clima politico e dunque anche le dichiarazioni dei vertici di quello Stato»

Ma da amministratore locale, lei lo vieterebbe o no? Pensa che i divieti possano, come dice Alfano, «diventare provocazioni capaci di attirare attentati»?

«Se ci sono leggi da rispettare, vanno fatte rispettare. L’argomento della provocazione e degli attentati mi pare debole, perché in questo modo è come se l’attentato fosse già avvenuto, magari virtuale, nella nostra testa. Premesso che i presidenti di Regione non hanno competenza su questa materia, mi pongo seriamente il problema del burqa che nasconde il volto della donna, piuttosto di quello del burkini. Nella storia della nostra cultura, e quindi in tutto ciò che significa a livello di consapevolezza collettiva, il volto è l’identità della persona, ciò che la rende unica, soggetto riconoscibile da rispettare. Nascondere il volto delle donne confligge con questo sistema valoriale, privandole per l’appunto della caratteristica primaria e irrinunciabile: il loro visibile essere donne»

Lorella Zanardo ha detto a l’Espresso che: “vietarlo è di sinistra”. È d’accordo? Oppure no? In Italia, la posizione delle “sinistre” è stata storicamente contraria a questi divieti, sia del burqa che del costume integrale. Secondo Zanardo però significa patteggiare al ribasso sui diritti delle donne, pur di “non passare per anti-islamici”. Lei cosa ne pensa?

«Sono la prima che non vorrebbe accettare patteggiamenti al ribasso sui diritti delle donne. Ma è per questo motivo che non ho le stesse certezze di Lorella Zanardo. Intanto farei delle distinzioni: burqa e burkini non sono la stessa cosa, neanche concettualmente, e quindi non le metterei sullo stesso piano. Mi chiedo però se quelle donne che oggi in Europa si bagnano così abbigliate, in presenza di un divieto andrebbero in spiaggia con un costume “normale” oppure sarebbero semplicemente private di una forma di socializzazione».

A Trieste è accaduto: donne in burkini fotografate in spiaggia.

«Non è competenza della Regione regolamentare questi ambiti. Occuparsi di ciò che accade intorno a noi, però, è doveroso per chi occupa cariche pubbliche: credo vada fatto sempre senza sottovalutare nulla ma anche senza urlare. Tra l’altro, a riprova di come non si debba essere precipitosi, nello stabilimento balneare di Trieste, del Comune, vige ancora l’antica regola della separazione tra maschi e femmine, che sono divisi da un muro. E i triestini sono gelosi di questa segregazione, che viene vissuta come una forma di libertà»

Come segno di rispetto, lei indossò un velo durante la visita in Iran, causando polemiche. Pensa che quello stesso rispetto debba essere “imposto” anche in Italia al contrario?

«Precisiamo, come segno di rispetto nei confronti di una legge che è in vigore in Iran e che impone il velo. Per questo l’ho indossato. Non mi convince il principio della reciprocità diretta: si può imporre il rispetto dei diritti, non il rispetto dei valori. Non vorrei fare scambio tra una teocrazia, dove una religione e una morale sono legge, e uno Stato laico, dove la legge tutela tutte le religioni e tutti gli stili di vita»

(Intervista rilasciata all’Espresso il 17 agosto 2016)

Garantire la governabilità

logo-la-repubblica Riporto di seguito l’intervista rilasciata ad Andrea Carugati e pubblicata su la Repubblica di oggi, in merito alla discussione sulla legge elettorale.

«L’Italicum garantisce che la sera delle elezioni si sappia chi ha vinto. Il punto per noi irrinunciabile è il principio di avere un vincitore certo. Se qualcuno proporrà un metodo alternativo per centrare lo stesso obiettivo, lo ascolteremo».
Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd e presidente del Friuli, difende l’Italicum anche dal “suggerimento pesante” arrivato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
E lancia la palla nel campo delle opposizioni: «Spetta a loro trovare una condivisione ampia su una proposta alternativa. Il Pd è disponibile a ragionare».

Napolitano suggerisce a Renzi di prendere l’iniziativa, non come premier ma come leader del Pd.

«Dal presidente Napolitano, al momento della sua rielezione nel 2013, abbiamo ricevuto un mandato molto chiaro sulle riforme istituzionali: come Pd abbiamo risposto coi fatti, con una riforma della Costituzione e una legge elettorale, l’ Italicum, che nella sua versione finale è frutto di una collaborazione parlamentare ampia e risponde ai tre criteri guida che ci siamo dati all’inizio della discussione: governabilità, stabilità e rappresentanza».

Vede segnali di una condivisione larga tra le altre forze politiche?

«Non direi. II M5S dice di essere disponibile a ragionare solo sulla propria proposta, il Democratellum; Forza Italia sostiene con Brunetta che non si può discutere fino al referendum d’autunno. Leggo di ipotesi che prevedono i collegi uninominali, di sistema francese e greco. Tutte legittime, per carità. Ma mi pare che non ci siano i numeri».

Infatti l’ex inquilino del Colle vi esorta a prendere l’iniziativa come avete fatto a inizio 2014.

«Se ci saranno ipotesi concrete e realizzabili, fermi i principi che ho ricordato, non ci tireremo indietro»

I maligni sostengono che adesso il Pd voglia disfarsi di una legge che potrebbe favorire il M5s, come a Roma e Torino…

«Non abbiamo nessuna paura di votare con l’Italicum, e infatti non stiamo proponendo alcuna modifica. E poi il movimento di Grillo ha sempre criticato duramente questa legge. Hanno
forse cambiato idea?».

Eppure si coglie un “prima” e un “dopo” rispetto alle comunali. Un Pd meno muscolare…

«Per noi il filo rosso resta sempre quello del sindaco d’Italia, che Renzi ha da tempo indicato come il più efficace, nei Comuni e a livello nazionale».

II Mattarellum può essere una strada percorribile?

«È un contributo utile, come altri. Noto un punto di debolezza
rispetto alla capacità di garantire la certezza di un vincitore
la sera delle elezioni».

La minoranza dem sostiene che occorra fare come in Germania o Spagna, dove il vincitore non ha automaticamente la maggioranza dei seggi.

«Devo ricordare qual è la situazione in Spagna con un sistema
che non offre garanzie sulla governabilità? Se c’è una gara, è necessario sapere chi vince. E’ un principio chiaro che gli elettori capiscono e apprezzano».

(Intervista di Andrea Carugati pubblicata su la Repubblica del 21 luglio 2016)

Verso il voto

unità Riporto di seguito la mia intervista rilasciata all’Unità, in merito alle prossime elezioni del 5 giugno.

L’obiettivo è quello di volare alti sopra le polemiche, ci sono da vincere le elezioni amministrative e il referendum Impresa complessa nel Pd, ma la vicesegretaria Debora Serracchiani, dice che non c’è altro che si possa fare adesso. «Lavorare sodo da qui al primo turno e poi, dove è necessario ricominciare il giorno dopo per il ballottaggi. Tutti insieme».

Doppia sfida: vincere le amministrative e arrivarci uniti. La domanda è: quale delle due è più ardua?

«Da mesi tutto il partito sta lavorando per vincere queste elezioni amministrative, tutti i dirigenti, dico tutti, sono impegnati sul territorio per far vincere i nostri candidati e riconfermare quelli in carica. Quindi vinceremo entrambe le sfide ».

Il M5s accusa il premier di non essere imparziale, dice che non dovrebbe scendere in campo per i candidati Pd.

«Il M5s è in evidente difficoltà. Dove amministra la situazione è a dir poco complicata e non solo per le vicende giudiziarie che vedono coinvolti i suoi amministratori. Basti ricordare gli esempi dove la difficoltà ad amministrare è manifesta, penso a Livorno, Parma, Bagheria. D’altra parte credo sia davvero fuori luogo la polemica circa la partecipazione del presidente del Consiglio, che è anche segretario del più grande partito italiano, a manifestazioni che in alcuni casi sono istituzionali e in altri elettorali. Siamo in campagna elettorale, è sempre avvenuto, non ci vedo nulla di strano. Piuttosto sono loro ad avere dei problemi dal momento che il loro leader, Beppe Grillo, ha deciso di non metterci la faccia».

In queste elezioni, come in molte altre, saranno gli indecisi a fare la differenza. Quali devono essere le parole d’ordine di questi ultimi giorni per convincerli?

«Prima di tutto dobbiamo spiegare il grande lavoro che stiamo facendo per cambiare il Paese, a partire dalle riforme che riguardano tutti, quelli che non vanno a votare e quelli che vanno. Saranno questi ultimi a poter fare la differenza, noi ce la stiamo mettendo tutta e i risultati stanno arrivando: la flessibilità che l’Europa ci ha riconosciuto; l’attenzione sulla crescita e sul Migration compact; l’autorevolezza che abbiamo riconquistato all’interno delle dinamiche europee e non solo, penso al G7, per esempio. La strada intrapresa è quella giusta, ora i cittadini devono capire che è una missione comune, non soltanto nostra. Tutti insieme possiamo davvero cambiare il Paese e le città dove viviamo ».

Ma i cittadini vogliono servizi efficienti, mezzi pubblici, servizi. Non c’è il rischio che dopo tante delusioni, penso a Roma, prevalga la rabbia?

«Oggi Matteo Renzi è venuto a Trieste (ieri per chi legge) a firmare importante accordo di programma che finalmente apre al mondo il Porto Vecchio, chiuso da vent’anni, con un impegno economico del governo di 50 milioni di euro; Bagnoli è un altro esempio concreto di cambiamento del Paese e di investimento per superare quelli che sono stati grandi problemi occupazionali e ambientali; penso al grande lavoro che ha fatto Fassino a Torino sui temi della cultura e della nuova vocazione della città che si è saputa misurare attorno a sfide nuove, o Bologna impegnata su grandi investimenti e Milano, con tutto il lavoro fatto da Pisapia in questi anni per il rilancio della città e da Sala con Expo. Ecco se guardiamo i fatti concreti ci rendiamo conto che è possibile ripartire, come hanno fatto i nostri amministratori in questi anni. Anche a Roma si può riconquistare la fiducia degli elettori. Roberto Giachetti ha un programma e una squadra seri, che puntano al rilancio della città. Cosa c’è dall’altra parte? Raggi che parla di funivia per superare il traffico o di baratto per le nuove monete? Mi sembra abbastanza fuori dalla realtà».

Lo spettro che continua ad aggirarsi su questa campagna elettorale è il Partito della Nazione che secondo alcuni è sempre più vicino con l’alleanza con Verdini. Non temete che possa danneggiarvi?

«Noi più che dire che non stiamo lavorando al Partito della nazione ma a vincere queste elezioni e poi il referendum, più che dire che queste riforme servono al Paese, non so cosa altro possiamo aggiungere. Se avessimo vinto le elezioni del 2013 avremmo avuto una diversa maggioranza ma la realtà è un’altra e se siamo riusciti a votare la legge sulle unioni civili e la riforma istituzionale è stato anche grazie al voto di altre forze politiche. Quelli che le hanno votate si sono assunti la responsabilità. Di altri, a partire dal M5s, non si può dire».

Berlusconi fissa l’allarme rosso per il governo se il Pd perde le quattro grandi città al voto. Lei si riterrebbe soddisfatta di…?

«Vincerle tutte. Stiamo lavorando per questo, i nostri candidati sono i migliori in campo, con programmi concreti per i territori che vogliono amministrare. Detto questo il governo con l’elezione dei sindaci non c’entra, le due cose sono e devono restare distinte»

(Intervista del 29 maggio 2016 rilasciata all’Unità)

Referendum e buonsenso

Corriere-della-Sera-san-francesco Riporto di seguito la mia intervista rilasciata al Corriere della Sera in merito all’esito del Referendum sulle trivelle di domenica 17 aprile.

Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd,vista l’affluenza, il Pd tira un sospiro di sollievo?
«Abbiamo cercato di spiegare più volte perché ormai il referendum sulle trivellazioni non aveva più alcun senso. Quindi, il risultato è quello che mi aspettavo».

Lei non ha votato.
«No».

Perché avete invitato all’astensione? Il parere dei cittadini non dovrebbe essere sempre importante per un partito come il vostro?
«Noi siamo assolutamente convinti dell’importanza dello strumento referendario, tanto è vero che nella riforma costituzionale lo abbiamo facilitato. È un istituto utile e necessario, però non va strumentalizzato né stravolto nel suo significato».

Si trattava di un quesito tecnico.
«Infatti, troppo tecnico e incomprensibile per i cittadini. L’unico quesito rimasto, perché tutti gli altri, quelli sì importanti, sono già stati superati dalla legge di Stabilità. Per questo abbiamo ritenuto che non ci fosse più materia del contendere. Che fosse una consultazione inutile».

Nel 2012 lei manifestava contro le trivellazioni, e ha sottoscritto un’interrogazione alla Commissione europea per restringerne la possibilità e sancire la necessità di acquisire i pareri dei territori interessati.
«Certo, e confermo la mia contrarietà alle trivellazioni. Ma sono successe delle cose: nel novembre 2014 lo Sblocca Italia ha imposto forti restrizioni rispetto all’impatto ambientale. Restavano ancora troppe possibilità di deroga, perciò abbiamo lavorato con il governo e con i presidenti di Regione. E la legge di Stabilità ha accolto molte loro istanze, come il divieto assoluto di nuove concessioni entro le 12 miglia da terra o nelle aree protette».

Alcuni presidenti di Regione dicono che il governo non li ha ricevuti.
«Personalmente, ho partecipato a diverse riunioni per avvicinare le posizioni di tutti. E ci siamo riusciti, con la legge di Stabilità. Ricordo anche un incontro tra i governatori e il presidente del Consiglio Renzi a Palazzo Chigi».

Perché avete scelto di far fallire questo referendum, invece che prendere una posizione per il «no»?
«Come potevamo dare indicazione di voto su qualcosa di insensato, che non ha significato politico? Comunque, come hanno spiegato persone molto più dotte di me, quali il presidente emerito Giorgio Napolitano, l’astensionismo è legittimo».

Invitare all’astensione non è svilire la partecipazione democratica? Con un costo di 300 milioni di euro, evitabile unendo amministrative e referendum.
«Abbiamo spiegato che motivi tecnici impedivano l’accorpamento. Chi ha voluto trasformare la consultazione in referendum politico si assuma la responsabilità di risultato e costi».

Qualcuno ha annunciato che denuncerà il presidente Renzi per istigazione all’astensionismo, citando una sentenza della Cassazione del 1985.
«Ho letto di tutto e di più. Anche che quelle norme non hanno mai trovato attuazione. Noi ci assumiamo le nostre responsabilità: il referendum non aveva senso e siamo stati coerenti nelle indicazioni. Non come Beppe Grillo, che ha invitato ad andare al seggio anche senza capire. O come il centrodestra che, per storia e politica, è sempre stato favorevole alle trivellazioni e adesso si è espresso contro».

(Articolo del 17 aprile 2016 sul Corriere della Sera)

Inutili spallate

logo-la-repubblica Pubblico di seguito l’intervista che ho rilasciato a Giovanna Casadio per la Repubblica.

ROMA. «È in atto una denigrazione delle istituzioni. Pur di attaccare l’avversario politico, Renzi e i Democratici, si danneggia l’Italia».
Debora Serracchiani è la vice segretaria-portavoce del Pd. Pensa che il governo non esca logorato ma casomai più determinato dall’inchiesta di Potenza, però avverte: «Dare spallate al governo non conviene a nessuno e non credo che l’obiettivo della minoranza dem sia farlo cadere».

Serracchiani, ha visto che su Twitter è comparso un tormentone sulla “povera Guidi” alle prese con in fidanzato? Nella vicenda Tempa Rossa c’è anche un mescolamento di vita privata della ministra e vita pubblica.
«L’inopportunità dei comportamenti non ha genere. Credo che la decisione di Guidi di fare in passo indietro sia stata la più saggia e corretta».

Ma lei non crede che il governo si stia logorando?
«Noi stiamo continuando a lavorare con determinazione e coraggio. Non ci sentiamo in nulla logorati. Ci sono resistenze sulle riforme ma non ci fermiamo. Il governo ha fatto tante cose dalla riforma costituzionale al Jobs Act, dalla anticorruzione alle unioni civili…».

E anche allo “Sblocca Italia” con emendamento presentato, ritirato e poi ricomparso nella legge di Stabilità che ha provocato appunto l’affaire Tempa Rossa. L’inchiesta di Potenza sta mettendo in imbarazzo il Pd?
«Nessun imbarazzo e nessun mistero. Tutto alla luce del sole».

Brutto clima, però?
«Mi colpisce la denigrazione che c’è nei confronti delle istituzioni e del paese, perché siamo tornati ancora una volta a parlare male dell’Italia in nome di strumentalizzazioni politiche, pur di attaccare l’avversario politico».

Circolano molti veleni.
«Un conto sono le frottole dei 5Stelle, altro la realtà. Questo non è il governo delle lobby e dei poteri forti. È il governo che, anche di fronte a comportamenti inopportuni, agisce immediatamente».

È lo stesso ministro Delrio ad avere denunciato un dossieraggio contro di lui.
«Delrio ha presentato un esposto proprio perché deve essere fatta completamente chiarezza».

Nel partito c’è un’offensiva della sinistra dem, con accuse al premier di Bersani, di Cuperlo, di Speranza: parlando di arroganza, di ministeri svuotati. Voi renziani temete spallate?
«Dare spallate al governo non conviene a nessuno e sono certa che farlo cadere non sia l’obiettivo della minoranza. Il Pd va alle amministrative compatto».

Referendum-trivelle e amministrative si stanno trasformando in un voto contro Renzi?
«Qualcuno ci sta provando. Qualcuno sta facendo il possibile per montare politicamente delle consultazioni che hanno altro significato. Ma mi sembra un’operazione disperata. Gli insulti di Grillo sono il segno di una strumentalizzazione politica che non si ferma nemmeno di fronte al capo dello Stato».

Bersani e Prodi andranno a votare al referendum e voteranno no: c’è un nuovo asse anti-Renzi, non solo quello della sinistra ambientalista, ma anche degli “industrialisti” ulivisti?
«Non mi pare un nuovo asse. Mi sarei stupita se Prodi e Bersani avessero rinnegato le loro posizioni in ambito energetico e industriale».

Mettete nel conto che una parte del Pd possa votare no al referendum costituzionale?

«Il referendum costituzionale non è un affare interno al Pd ma una riforma costituzionale, sulla quale sono chiamati a esprimersi gli italiani. E’ una riforma voluta dal Pd e votata in Parlamento dai gruppi del Pd».

(Intervista pubblicata il 10 aprile 2016 su la Repubblica)

Il futuro dell’Europa

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Il Financial Times di oggi ha dedicato un articolo sulla situazione europea analizzata dal punto di vista dell’Italia. All’interno dell’articolo viene riportata una mia dichiarazione che pubblico di seguito:

“We are convinced Europe is the only solution available to Italy,” says Debora Serracchiani, vice-president of Mr Renzi’s ruling Democratic party and a close ally of the prime minister. “But we want Europe to have a future, not just a difficult present. If we can elaborate an alternative proposal that forges a different path for Europe, the Eurosceptics won’t have any space.”
Siamo convinti che l’Europa è l’unica soluzione possibile per l’Italia, ma vogliamo un’Europa che abbia un futuro, non solo un presente difficile. Se saremo in grado di elaborare una proposta alternativa che rafforzi un diverso percorso per l’Europa, gli euroscettici non avranno spazio.

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(Articolo tratto dal Financial Times del 17 marzo 2016)