Bilancio di Governo

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Pubblico di seguito l’intervista rilasciata ad Anna Buttazzoni per il Messaggero Veneto dove traccio un bilancio dei quattro anni di amministrazione.

Parlamento o Regione. Roma o Trieste. Mentre sono aperte le scommesse sul suo futuro la presidente Debora Serracchiani scommette sul Fvg. «Su una Regione che deve continuare a correre, adesso che il motore è riavviato», sostiene. Serracchiani sta per compiere l’ultimo giro di boa della legislatura. Nella prossima si dovrà puntellare il rilancio economico, mantenere in sicurezza le infrastrutture, potenziare i ruoli nazionale e internazionale della regione. «Accompagnare un Fvg aperto e ambizioso nella scalata alle posizioni che merita». È il congedo? Può essere. Le scommesse si pagano a fine corsa.

Presidente, il Friuli quali posizioni ha scalato?

«Se guardo la fotografia del Fvg vedo territori con vocazioni diverse che si stanno compiendo. Commercio, turismo, agroalimentare, industria – manifatturiera, del legno-arredo, degli elettrodomestici – e ricerca, sono settori in crescita. I 50 milioni per il nodo di Udine, i 40 per il polo chimico di Torviscosa, la piattaforma dell’agroalimentare, il rilancio della montagna, le fusioni di consorzi, le grandi operazioni culturali di Aquileia, Villa Manin, Palmanova nell’Unesco, sono solo alcuni esempi di un impegno puntuale a valorizzare le vocazioni del Friuli».

A Trieste le zone franche e Porto vecchio come diventeranno traino per la regione?

«Dopo tanto tempo a Trieste le opportunità sono diventate concrete e non sono più occasioni perse. Il lavoro fatto in questi anni con Governo e amministrazione locale ci ha permesso di raggiungere traguardi impensabili fino a oggi. È stata importate la scelta degli uomini alla guida dello scalo. Rivendico come un grande successo il decreto attuativo sul Porto franco, che attendevamo dal 1954, senza il quale non ci potrebbe essere la prima e unica area franca europea, dove non si pagano le tasse e si possono realizzare attività industriali. Poi c’è l’occasione di Porto vecchio ora sdemanializzato. Erano possibilità che Trieste sembrava non vedere e oggi le abbiamo trasformate in opportunità per tutto il Fvg».

Come vanno colte?

«Con il “porto regione”. Al comitato di gestione dell’Autorità portuale abbiamo appena approvato il piano triennale che dà concretezza al nostro obiettivo: il collegamento tra i porti di Trieste, Monfalcone e San Giorgio di Nogaro e il legame sempre più stretto tra gli interporti di Fernetti, Gorizia, Cervignano, Pordenone. Questo sviluppo integrato che intreccia e moltiplica la capacità produttiva delle imprese del Friuli con le infrastrutture strategiche, quindi anche autostrada e aeroporto, è esattamente il “porto regione” di cui parlavamo ancora nel 2012. È l’intero Fvg come vera piattaforma logistica in chiave 4.0».

Sulle riforme, dalle Uti alla Sanità, ci sono molte tensioni. Cosa si doveva fare meglio?

«Sulle Uti c’è stata la volontà di riformare il sistema istituzionale e regionale portando i territori a fare squadra perché solo così sono più forti, possono rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini e far fronte alle risorse in calo. Si poteva fare meglio? Sì. Poteva esserci maggiore condivisione? Sì. Ma non si poteva giocare al ribasso e fare riforme che fossero tali solo sulla carta. Chi ha creduto nella riforma ora tocca con mano i suoi effetti positivi».

Con i sindaci ribelli non si poteva trovare una mediazione?

«Le intese per lo sviluppo sono state un segnale importante che mi auguro convinca i sindaci a coglierne la portata. Sono però consapevole che oggi le ragioni politiche prevarranno sulle ragioni amministrative. Constato anche che ci sono capoluoghi importanti guidati dal centrodestra, come Gorizia, Trieste e Pordenone, che hanno aderito alle Uti».

Il Numero unico dell’emergenza 112 è decollato ma mostra diverse fragilità. Come le risolverete?

«Siamo stati la seconda regione in Italia ad attuare un modello elaborato a livello europeo e nazionale. Il Nue opera da filtro rispetto alle centrali di emergenza, sanitarie e non solo. Gli operatori del 112, che voglio ringraziare per l’enorme lavoro che svolgono e la grande professionalità, si limitano a smistare le telefonate. La scelta di agire in questo modo è stata fatta dal governo Berlusconi con Roberto Maroni ministro dell’Interno. In caso di fenomeni eccezionali, come il maltempo dei giorni scorsi, il sistema prima andava in tilt e la linea cadeva. Adesso si resta in attesa, anche se a volte con attese lunghe. Possiamo migliorare il servizio nei tempi e nelle procedure, e lo stiamo facendo».

Le imprese stanno ricominciando ad assumere ma non trovano personale. Come colmare il vuoto?

«La figura di un tecnico o di un operaio è molto cambiata, richiede competenze più elevate. La formazione deve puntare sempre più su innovazione e tecnologia e le istituzioni scolastiche si stanno adeguando. L’Agenzia regionale del lavoro sta rafforzando il contatto tra domanda e offerta, e al tempo stesso stiamo accelerando sulla formazione per creare professionalità da inserire nei nuovi posti di lavoro, negli insediamenti industriali che si sono ripresi e modernizzati. Con tutta la prudenza del caso, osserverei che se le aziende riprendono a reclutare significa che l’economia sta ripartendo sul serio».

A che punto è il rinnovo del patto finanziario con Roma?

«Stiamo lavorando a un’intesa che, pur rendendoci partecipi all’abbattimento della spesa pubblica nazionale, ci dia certezza di risorse per i prossimi anni, così da stabilizzare il bilancio e mantenere l’equilibrio tra compartecipazioni e funzioni acquisite nel tempo dalla Regione. Far valere la propria Autonomia non è un annuncio né un manifesto, è un esercizio quotidiano praticato attraverso comportamenti virtuosi ma anche impugnando leggi e decreti che ci sfavoriscono. Nell’ultima circostanza la nostra Regione ha portato a casa 70 milioni per il 2017 e altri 120 milioni per il 2018. L’esercizio quotidiano delle nostre prerogative avrà effetti anche sul rinnovo del Padoan-Serracchiani».

In regione restano due Camere di commercio, al Governo ne avevate chiesta una. È un’occasione persa? La dimostrazione che in Fvg non si può far squadra?

«A volte non fare squadra è stato il nostro limite ma sono fiduciosa che supereremo anche quello steccato. Restiamo convinti che la strada sia l’ente unico regionale, un solo contenitore che garantisca le specificità e con presidi territoriali. Oggi la riforma delle Cciaa prevede il contenitore unico entro il 2020. Sono convinta che le nostre realtà possano dialogare per arrivarci nei tempi previsti».

Ha un rammarico?

«Sì. Posso dire di aver solo scalfito, non di più, quelli che qualcuno definisce poteri forti, che amano tenere la regione con la testa sotto l’acqua perché così è più facile da governare, che amano avere orizzonti a breve termine perché così è più semplice per le loro poltrone. Alla fine i nomi sono sempre gli stessi».

Può farne qualcuno?

«No, anche perché non è necessario. Credo molto nel cambiamento, che non va annunciato ma realizzato. Però è solo nel cercare di cambiare le cose che ti rendi contro di quello che c’è dietro».

Di cosa è più soddisfatta?

«Rivendico la capacità di questa maggioranza di centrosinistra a giocare sempre all’attacco, con una visione molto chiara della regione, che va dal rafforzamento dei territori a una maggiore coesione, dalle vocazioni più ampie delle diverse realtà al rifiuto di chiudersi nei confini, fino alla conquista di un forte ruolo nazionale e internazionale. Abbiamo lanciato sfide. Centrodestra e M5s, invece, nonostante tutti questi anni di opposizione, non so ancora che idea abbiano della regione, salvo gli annunci, un giorno sì e uno anche, contro le riforme che noi abbiamo messo in campo e contro la visione moderna e internazionale del Fvg che abbiamo saputo darci come orizzonte».

Quando scioglierà le riserve sul suo futuro?

«Nelle prossime settimane, quando i tempi saranno maturi. E farò la scelta migliore per il Fvg».

Il centrodestra è affollato di candidati alla presidenza della Regione, il centrosinistra no. Non siete in ritardo?

«No, stiamo governando e abbiamo alcuni passi da completare».

Farete le primarie, anche fosse lei la candidata?

«Decideremo in base a ciò che vorrà il Pd e alle esigenze della coalizione che metteremo in campo. Non siamo legati alle primarie a prescindere, è uno strumento che finora abbiamo sempre utilizzato e sul quale non ci tiriamo indietro. Ma ricordo che nel 2012 mi candidai a guidare la Regione lanciando la sfida delle primarie, nessuno raccolse quella sfida».

Crede in un ritorno di Riccardo Illy?

«Bisogna chiederlo a lui. Tutti sanno che è una grande risorsa. Credo anche che vada rispettata la sua coerenza, la scelta di lasciare la politica dopo la sentenza della Cassazione».

Pordenone e Gorizia chiedono il rinnovo della segreteria regionale in autunno. Condivide?

«La segreteria nazionale, di cui faccio parte, ha stabilito entro ottobre i congressi provinciali e il rinvio dei regionali a scadenza. Ho fatto il segretario regionale e so che non è semplice. Non mi iscrivo al partito di chi pensa che la soluzione sia cambiare una persona sola. Serve un lavoro profondo, di squadra, perché siamo al Governo, situazione sempre più difficile rispetto all’opposizione».

Che Regione si troverà a guidare il prossimo governatore?

«Se qualcuno pensa di aspettare che passi la nottata distruggendo quello che è stato fatto, fermandosi al lato della strada e spegnendo il motore della macchina che abbiamo riavviato, beh si assumerà il rischio di far perdere l’ennesima occasione a una regione che viceversa ha bisogno di continuare a correre spedita verso i traguardi che ha davanti. Traguardi che investono il consolidamento del rilancio dell’economia, il completamento di infrastrutture sbloccate – dalla terza corsia al polo intermodale dell’aeroporto –, il rafforzamento delle relazioni internazionali e la necessità di irrobustire ancora il nostro forte ruolo nazionale.
Se non avessimo segnato quelle strade non avremmo raggiunto molti obiettivi. E non si è trattato solo di buoni rapporti personali oppure di allineamento di pianeti, ma del valore aggiunto che abbiamo dato alle nostre politiche».

(Intervista di Anna Buttazzoni pubblicata sul Messaggero Veneto di oggi, 15 agosto 2017)

Coerenza e chiarezza

il-messaggero Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Mario Ajello per il quotidiano “Il Messaggero” in merito all’attuale situazione politica.

Presidente Serracchiani, concorda con Luigi Zanda che caldeggia un governo lungo, «fino al 2018»?

«Il segretario nazionale è stato molto chiaro. Renzi si è dimesso esattamente come aveva detto di voler fare. Ha dimostrato grande senso delle istituzioni e rispetto della parola data. In direzione nazionale, ha detto che il Pd è per un governo con tutti per fare le cose ordinarie, arrivare ad approvare un nuova legge elettorale se ci sono le condizioni, oppure andare al voto dopo il pronunciamento della Consulta sull’Italicum. Io concordo con questa impostazione, che è quella uscita dalla direzione nazionale. Noi abbiamo fatto la nostra parte e ora tocca agli altri partiti impegnarsi e garantire una soluzione condivisa alla crisi».

E Zanda?

«Ha espresso una sua opinione, per quanto autorevole, trattandosi del capogruppo al Senato, ma il segretario nazionale è stato molto chiaro nel tracciare un altro percorso. E il Pd non si presterà, come accaduto nel recente passato, ad essere l’unico sostegno di un governo istituzionale di cui gli altri non vogliono fare parte».

Zanda ha parlato su assist di Franceschini?

«Non credo. Anzi, penso che i vertici del partito siano assolutamente consapevoli del momento difficile, ma anche convinti che la soluzione da adottare non sia quella indicata da Zanda».

Il Pd ora è il partito di Renzi o di Franceschini?

«È il partito che ha fatto la propria battaglia sul Sì al referendum costituzionale, convinto che quelle riforme fossero necessarie per avere un Paese più semplice e più moderno. Questo è un partito che, dopo 1000 giorni di governo Renzi, lascia il Paese con importanti riforme e con leggi che ritengo fondamentali per l’Italia. Per esempio quelle sulle unioni civili, sul terzo settore, contro lo spreco alimentare e una che mi piace sottolineare particolarmente. Il dopo di noi: cioè la possibilità che hanno i genitori di figli disabili di dare loro un futuro anche quando non se ne potranno occupare più personalmente».

E dopo tutto ciò, il Pd vuole scaricare Renzi?

«No. Penso però che a volte abbiamo parlato troppo di noi stessi al nostro interno e ci siamo dimenticati di raccontare le tante cose che il governo e il Parlamento ha fatto in questi anni».

Nonostante la sinistra Pd che poi al referendum ha contribuito
ad affossarvi?

«Per me, non è stato un bel momento vedere le scene di esultanza di alcuni nostri dirigenti, mentre il premier del loro partito si dimetteva».

Adesso, oltre a quelli del No, è Franceschini il problema per
Renzi?

«Non penso proprio. Non c’è nessun problema con Dario o con altri. Ci siamo chiariti. E il mandato che è stato affidato alla nostra delegazione nelle consultazioni al Quirinale è molto chiaro».

Gentiloni, Franceschini o Padoan?

«Il dominus delle consultazioni è Mattarella e sarà lui a trarne le conclusioni».

Esiste un patto fra Orlando (come eventuale segretario) e Franceschini (come eventuale premier) ai danni del renzismo?

«I giornali in questi giorni sono pieni di retroscena. Invece basta guardare la scena. Dove queste cose non esistono. Esiste invece la chiarezza con cui Renzi ha dichiarato che consegnerà con un sorriso la campanella di Palazzo Chigi a chi verrà dopo di lui».

Renzi bis?

«Ho appena detto che verrà qualcun altro dopo di lui. E comunque chiediamoci che cosa vogliono fare quelli del No, uniti per mandare a casa Renzi e divisi su tutto il resto».

Non è che ci sono dei falchi troppo renziani che rischiano di rovinare Renzi?

«Matteo è una delle persone che ascolta tutti e tanto. Ma le assicuro che decide da solo».

(Intervista del 9 dicembre 2016, rilasciata a Mario Ajello per Il Messaggero)

Chi governa ha il dovere di lavorare per cambiare verso al Paese

092124540-7ef68429-8b7c-495b-bd9d-f17f3c531888Intervista rilasciata ad Anna Buttazzoni e pubblicata su Il Messaggero Veneto

Al Pd, soprattutto alla minoranza del Pd, viene chiesta lealtà. Perché l’obiettivo è fare le riforme.

«Non ci saranno elezioni anticipate e non ci sarà un congresso permanente. Ci si metta il cuore in pace e si lavori per le riforme».

Il giorno dopo l’Assemblea democratica la numero due del partito, Debora Serracchiani, è netta. Chi governa ha il dovere di prendere decisioni e di lavorare per cambiare verso al Paese. Il refrain è sempre lo stesso. E sono ancora il premier-leader di partito, Matteo Renzi, e il suo giro stretto a schivare gli ostacoli, ad avere la meglio, a rendere ovattati i dissensi.

Renzi farà il segretario del Pd fino al 2017 e il premier fino al 2018. Spazi, ne è sicura Serracchiani, non ce ne sono. Il 2018 è anche la scadenza del suo mandato alla guida della Regione. E dunque quel traguardo annulla le voci di una partenza della presidente in caso di elezioni anticipate.

«L’Assemblea – indica il vice segretario dem – è stata l’occasione per il bilancio del primo anno di segreteria e di quasi un anno di governo. Un bilancio nel quale per la prima volta è stato messo al centro il Paese, il Paese del made in Italy, protagonista in Europa e che sa raccontare gli elementi positivi di sé. Dopo anni la politica si è riappropriata del suo ruolo invece di lasciar spazio ai tecnici. Il lavoro che abbiamo impostato, insomma, è importante e per questo la richiesta che è venuta dall’Assemblea è di lealtà al partito, perché il rapporto si è un po’ incrinato».

Serracchiani ripete che il Pd non può essere il partito nel quale la minoranza pur di lanciare segnali alla maggioranza mette a rischio riforme fondamentali, come quella costituzionale. Non si accetteranno, insomma, diktat dalla minoranza.

«Renzi non vuole assolutamente andare a elezioni anticipate. Farà il segretario del Pd fino al 2017 e il premier fino al 2018 perché non si sente la necessità né di nuove elezioni né, come qualcuno vorrebbe, di un altro presidente del Consiglio».

Qualcuno scalpita? L’esempio dell’insofferenza dem è ancora Stefano Fassina?

«Mi è parso abbia espresso soprattutto una sofferenza personale», dice il vice segretario Pd.

E la scissione? Ostacolo dribblato.

«Non è mai stata sul tavolo, non ci sono le condizioni perché – spiega Serracchiani – in questo anno abbiamo lavorato per l’inclusione». Serracchiani guarda i risultati e insiste con la richiesta di lealtà al partito. Pancia a terra. Cuore in pace. «E si lavori per le riforme», ripete la numero due democratica.

Dall’assemblea emerge un PD con una maturità nuova.

imagesL’intervista rilasciata ad Alberto Alfredo Tristano e pubblicata su Il Piccolo

L’assemblea del Pd è finita e Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia e vicesegretario del partito, è soddisfatta. La discussione ha avuto i suoi momenti accesi, ma «il partito esce compatto lungo la rotta decisa dal segretario Matteo Renzi».

Presidente Serracchiani, che bilancio trae dall’incontro romano?

Per come l’ho vissuta io, l’assemblea è stata un bilancio dal risultato positivo su questo anno di governo Renzi e mi pare di poter dire che il Pd esprima oggi una maturità nuova. La discussione, il confronto, che certamente vive anche di contrapposizioni, restituisce una maniera diversa di manifestare le proprie posizioni, non più sui cognomi come accadeva un tempo, ma sui temi concreti. Abbiamo dimostrato di affrontare con serietà i molti impegni che ci siamo assunti. Il Parlamento è talora in overbooking, sappiamo che le sfide sono molte, e l’assemblea ha mostrato la consapevolezza del lavoro da fare e la voglia di portarlo a termine.

Non sono mancate le polemiche con la minoranza.

Che ci sia diversità sui singoli punti è fuori discussione, ma colgo tutta la serietà di esponenti della minoranza come Gianni Cuperlo e Roberto Speranza i cui interventi sono stati lucidamente politici e in linea con le parole del segretario.

Fassina non ha però risparmiato bordate…

Fassina mi sembra un caso isolato, una pecora nera che non fa mancare l’accalorata esposizione delle proprie opinioni, dietro cui vedo più delle motivazioni personali che un fronte politico condiviso con altri. Certe asprezze sono solo confronti di personalità, ma non mi pare che il partito sia spaccato, pur ammettendo e comprendendo perfettamente il disagio che si è potuto manifestare su alcuni provvedimenti come la riforma del lavoro.

Vi preoccupa chi in assemblea non c’era, come Massimo D’Alema, ma ha già lanciato segnali di guerra

I tentativi di sgambetto sono sotto gli occhi di tutti, e mi riferisco a quanto accaduto qualche giorno fa in commissione. Bisogna però andare avanti senza farsi spaventare, nella convinzione che con questo governo almeno la mia generazione ha l’occasione delle occasioni per cambiare davvero il Paese.

Lo scenario di voto elettorale va escluso completamente? Proprio mentre si svolgeva l’assemblea del Pd dal Giappone arrivavano notizie della vittoria schiacciante di Abe che ha portato il Paese al voto non riuscendo a governarlo…

Renzi ha escluso assolutamente la via giapponese, e anzi ha ribadito le uniche scadenze che sono in agenda: il 2017 per scegliere il nuovo segretario del Pd, il 2018 per il nuovo presidente del Consiglio. Non cambia nulla. Non avremo un Matteo Abe.

L’assemblea ha anche deciso alcune mediche importanti allo statuto del partito. La prima è una “norma anti-scissione” che stabilisce che “il segretario del partito è titolare del simbolo e ne autorizza l’utilizzo”. L’altra prevede invece la pubblicazione dell’elenco degli iscritti sul sito.

Da tempo lavoriamo alla trasparenza della nostra gestione. Sappiamo quanto le notizie romane su Mafia Capitale possano essere devastanti per la credibilità dei partiti, ma è bene chiarire che non lavoriamo sull’onda della cronaca: sono decisioni cui pensiamo da tempo. La chiarezza dovuta dagli amministratori la pretenderemo da tutti i nostri eletti e nel nostro bilancio, in cui le spese di segreteria sono pari quasi a zero a differenza che in passato, per le consulenze specificheremo quanto diamo e a chi. Il malaffare lo combattiamo da dentro.

Il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha però dichiarato che sull’anticorruzione le misure del governo sono “insufficienti”, e ha elogiato la proposta dei Cinque Stelle.

Critiche legittime, purché si ricordi che per vent’anni il tema della corruzione è stato completamente ignorato e il governo Renzi tra i primi atti ha nominato Raffaele Cantone presidente dell’Autorità Anticorruzione. In ogni caso, Roberti ha ragione a dirci che il tema ha bisogno di interventi più profondi, è una questione culturale che va posta già a scuola, attraverso l’educazione civica che è materia da rilanciare, perché bisogna educare cittadini migliori per il nostro futuro.

Giusto un anno fa Renzi a Milano era proclamato segretario del Pd. Da Milano a Roma ieri, com’è cambiato il Pd?

Intanto è un partito che vince, e non ci eravamo abituati. In questi dodici mesi abbiamo fatto nostre tutte le partite elettorali: amministrative, europee, regionali. E questo risultato esprime certamente un consenso sull’azione di governo. Inoltre, essendo il nostro segretario per la prima volta anche capo dell’esecutivo, può finalmente dettare l’agenda al Paese. Infine il Pd è un partito più grande, già solo nei numeri. Gente sempre lontana da qualsiasi partito oggi frequenta i nostri luoghi, e la discussione e la comunicazione non è rimessa solo all’eletto.

Chiudiamo col Quirinale. Berlusconi dice che la partita per il dopo Napolitano è tra i punti del patto del Nazareno.

Non so quali siano le ragioni che spingono Berlusconi a dire così. Il cosiddetto patto del Nazareno riguarda solo le riforme istituzionali e costituzionali. Detto questo, abbiamo un presidente della Repubblica eccellente come Napolitano a cui l’assemblea ha tributato un doveroso omaggio. Quando si tratterà di scegliere un successore, il Pd, che è il maggiore partito italiano, giocherà la propria parte, e sono certa che non assisteremo agli psicodrammi dell’ultima volta.

Si ascolta tutti ma a decidere dev’essere chi governa

Vi segnalo l’intervisto che ho rilasciato a Maurizio Bait e pubblicato su “Il Gazzettino”

«Il Governo deve fare le riforme. In fretta. Ma si pretende anche chiarezza e rispetto dei ruoli. Il cambiamento deve avvenire su molti fronti compresi settori delicatissimi come il lavoro. Ascoltare sì, sempre: però a decidere dev`essere chi governa».

Debora Serracchiani, presidente del Friuli-Venezia Giulia e vice di Matteo Renzi alla segreteria nazionale del Pd, smorza i toni della durezza che anima le parole del premier, ma non modifica la sostanza.

Presidente, Renzi ha detto a Brescia che qualcuno vuole spaccare il Paese. Ma per la verità il premier ha tutta l`aria di non disprezzare il muro contro muro.

«Il sindacato può, anzi deve collaborare a risolvere il problema di tutto il Paese: creare posti di lavoro. Il dialogo in realtà non è mai venuto meno, ma con metodi e luoghi appropriati. Nessuno vuole il conflitto».

Come dire: non si devono allargare?

«A noi serve un dialogo positivo, non una rottura. Abbiamo bisogno di contributi d`idee, è innegabile. Tuttavia è difficile maturare una condivisione sul lavoro quando ci si ritrovi attorno al tavolo su posizioni diametralmente opposte. In ogni caso alla fine chi deve mettere in campo politiche efficaci per l`occupazione e le imprese è il Governo, nessun altro».

Eppure la Cgil contesta proprio la mancanza di confronto.

«Ci siamo sempre stati ai tavoli propri e importanti. Nessuno si è mai sottratto».

In casa friulgiuliana non è che le cose vadano tanto meglio: il segretario regionale della Cgil, Franco Belci, lancia un “pensatoio” della sinistra e critica le sue scelte in campo sociale, propugnando invece un reddito d`ingresso.

«Belci rappresenta sul territorio una realtà sindacale che considero molto importante. Ha il diritto-dovere di proporre, ma anche in Friuli Venezia Giulia deve venire la fase delle decisioni. Intendiamo fare le scelte più efficaci sul sociale, investire i soldi pubblici con il migliore livello di efficacia possibile».

Proprio su questo la Cgil la pensa diversamente.

«Noi intendiamo ascoltarla con attenzione. Ma se Belci desidera fare politica, non deve fare altro che candidarsi».

E poi in fatto di equità: Renzi dà gli 80 euro anche alle mamme, però tassa di più il Tfr e i fondi pensione. La coperta è sempre la stessa:se la tiri di qua, ti scopre di là.

«La legge di stabilità 2015 punta a una riforma espansiva del lavoro che però ha richiesto interventi finanziari su altri fronti. Tuttavia sono certa che l`iter parlamentare servirà ad attenuare questi contraccolpi, come ad esempio il carico fiscale sui fondi pensione».

Parliamo della piattaforma off-shore di Venezia: lei continua a manifestarsi fieramente contraria? O magari uno spazio di mediazione è praticabile?

«Non è che sono contraria per pregiudizio. È proprio che questo progetto non ha senso, è l`idea in sé che non va».

Perché? Potrebbe integrarsi in un sistema portuale altoadriatico che finora è sempre rimasto confinato alla teoria.

«Non ha senso per gli operatori e proprio per chi pensa ad attivare effettive sinergie fra gli scali finalizzate ad attirare nuovi traffici. Non serve piazzare in mare una struttura del genere per poi reindirizzare le merci su altri porti. Ripeto: non ha senso».

In Veneto però si riafferma la sua valenza strategica.

«Se fosse davvero strategico, l`off-shore avrebbe già i contratti degli operatori e i finanziamenti privati. Non vedo né gli uni né gli altri».

Nella sua regione lei sta provando a cambiare il sistema di aiuti sociali, integrandoli con quelli nazionali per moltiplicarne gli effetti. Non è che anche lei toglie da una parte per mettere dall`altra?

«Abbiamo decine di linee d`azione e non tutte sono parimenti efficaci. Andiamo dalla Carta famiglia per acquisti e consumi elettrici scontati all`abbattimento delle rette per nido e casa di riposo. Occorre un riordino per mirare meglio le risorse e armonizzare gli interventi».

Buon intento, ma occorre realizzarlo.

«C`è un solo modo: capire chiaramente quali siano le “platee” di cittadini da sostenere per le singole misure e metterle a sistema. Un esempio: se una famiglia ha un basso reddito, non posso erogarle il contributo per il nido l`anno successivo. Intanto come paga? Rendere puntuali i fondi sarebbe un passo importante, ma rappresenta una sfida non facile».

Molti nemmeno ci pensano al nido, non se lo possono permettere.

«E questi dovranno essere i primi destinatari dell`aiuto. Una madre separata che non lavora è completamente sola. Ecco un esempio di cittadini “fuori sistema”, senza alcuna provvidenza. Ora dobbiamo pensare a loro, cominciando dal nostro Friuli Venezia Giulia».

C`è anche chi se la passa bene. La Regione ridurrà i vitalizi degli ex consiglieri, ma fatti due conti non aggredirà sensibilmente la spesa di 8,2 milioni all`anno. Si può fare di più?

«Sì, è possibile ad esempio agire sulla cumulabilità ma anche sulla reversibilità, che oggi viene riconosciuta non soltanto alla vedova o al vedovo, ma anche al figlio che non sia economicamente indipendente».

Anche se ha 40 anni?

«La norma non lo specifica».

Fonte:Il Gazzettino

Non solo art.18 ma salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello

dl-lavoro-cosa-prevede-250x120La mia intervista rilasciata a Umberto Rosso e pubblicata su La Repubblica

«Sul Jobs Act siamo arrivati al dunque, alla fine del processo. Sui temi del lavoro abbiamo discusso a lungo, e la direzione del partito ha raggiunto un punto di equilibrio. Che adesso va rispettato».

Presidente Serracchiani, in aula i parlamentari della minoranza del partito dovranno adeguarsi alla mozione della direzione?

«È passata con l’80 per cento dei voti. Continueremo a confrontarci fino all’ultimo minuto utile, il ministro Poletti sta lavorando a definire nei dettagli la tipologia dei licenziamenti disciplinari da tutelare nell’articolo 18. Ma alla fine bisogna votare in base alla volontà della stragrande maggioranza del Pd.

Nessuna apertura alle richieste della minoranza?

«Oltre a tenere fermo il reintegro per i licenziamenti discriminatori, si stanno definendo le forme di licenziamenti disciplinari da inserire nella tutela. Per esempio quelle più border line, mettiamo un lavoratore accusato di furto che poi si dimostri infondata».

Ma per i licenziamenti di natura economica?

«Come già deciso, non è previsto il reintegro».

Al Senato avete numeri stretti. Teme che il Pd possa dividersi sul Jobs Act?

«Io credo che un pezzo della minoranza, i giovani turchi e la sinistra dem che già in direzione, in parte, si erano astenuti, alla fine voteranno sì rispetteranno cosi il voto della direzione del partito. Sono molto fiduciosa perciò, mettendo pure nel conto il voto contrario di Fassina, piuttosto che di Damiamo o Civati.

E se arriva il soccorso azzurro di Forza Italia?

«Porte aperte, non ne faccio una questione di colore o politica. Se qualcuno prende atto che il Jobs Act è un passo avanti importante per il nostro paese, ben venga. Forza Italia come il Nuovo centrodestra o i grillini».

Non c’è il rischio di un cambio di maggioranza?

«Nient’affatto, se si tratta di voti aggiuntivi, e su un singolo provvedimento. Sempre che arrivino, questi voti ».

E se invece il Pd dovesse andare sotto in aula?

«Sarebbe un fallimento, e non solo per noi ma per il paese intero».

Ma il Pd non ha intenzione di porre la fiducia sul Jobs Act?

«Lo deciderà il governo, insieme ai gruppi parlamentari di maggioranza, nei prossimi giorni».

Il ministro Poletti vuol presentarsi mercoledì al vertice europeo già con intasca un via libera sull’articolo 18.

«L’Italia ha presounaposizione diversarispetto alla Francia, abbiamo detto che comunque rispetteremo il vincolo del 3 per cento, pur mettendo in discussione il pareggio di bilancio. Però davanti al Consiglio europeo, alla Commissione, agli organismi di Bruxelles, non c’è più spazio per il piccolo cabotaggio: dobbiamo volare alto».

Che vuol dire?

«Che da Juncker vogliamo sapere come e dove intende investire i 300 miliardi previsti ma, per farlo dobbiamo presentarci con tutte le carte in regola sulle riforme».

Ovvero con la cancellazione dell’articolo 18?

«Abbiamo già approvato in prima lettura la riforma del Senato e del titolo V, un pezzo della riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, e stiamo ridisegnando il sistema lavoro con un meccanismo a tutele crescenti. Mantenendo la difesa dei licenziamenti per motivi discriminatori e per alcuni tipologie di licenziamenti disciplinari, che si stanno appunto definendo nel dettaglio della legge delega».

Bisognerà convincere i sindacati, che Renzi incontra domani, in primo luogo la Cgil che resta assolutamente contraria e accusa il governo di attaccarla.

«L’apertura da parte del governo di un confronto che ruota su salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello, penso dimostri il contrario».

La concertazione deve cambiare non sarà un autunno di scioperi

29295_1serracchianiCategorieEconomiche28ott13Vi segnalo la mia intervista rilasciata a Mario Ajello e pubblicata su Il Messaggero del 26 agosto 2014

Presidente Serracchiani, siete pronti all’autunno caldo?

«Sarà un autunno molto impegnativo. Fin dall’insediamento del governo, si è lavorato per produrre provvedimenti molto significativi in favore del cambiamento del Paese. E oltre alle riforme istituzionali e all’iniziativa fiscale, che significano gli 80 euro ma anche i tagli all’Irap e alle bollette energetiche, abbiamo impostato riforme come la Sblocca Italia e la riforma della giustizia e tracciato le linee guida sulla scuola».

E ora non teme di essere sbranati?

«Abbiamo chiara la necessità della condivisione e l’opportunità di acquisire contributi dalle cosiddette parti sociali. Ma sono cambiati i tempi e i modi».

Cioè?

«Spesso all’idea della concertazione viene accompagnata l’idea dei tempi lunghi. Ma ormai abbiamo capito che il Paese non ha più tempo. Per quanto riguarda i modi, serve il dialogo tra parti ma occorre anche la capacità di dialogare in maniera diffusa con i cittadini, con i sindaci, con chiunque sia interessato alla riforma in discussione. Non solo i soliti tavoli cui siamo abituati, ma anche forme diverse di partecipazione: cioè mail, forum, incontri sui territori, conferenze stampa in cui si illustrano le linee guida e si richiedono contributi in vista della stesura vera e propria del singolo provvedimento. Altra innova zione è la capacità di decidere».

Dal discussionismo al decisionismo?

«Tutti, e non solo il governo ma anche i sindacati e gli altri, devono farsi carico dei tempi, dei modi e della capacità della decisione. La vecchia concertazione, appunto, è vecchia. E non torna utile in questo contesto in cui tutto cambia velocemente».

E se vi scatenano uno sciopero generale?

«Io sono convinta che il sindacato, pur criticando legittimamente certe scelte del governo, ormai abbia compreso quanto questo sia il tempo dell’azione. Io mi auguro che questo sarà il tempo non dello sciopero ma del confronto anche aspro sui tanti temi messi in agenda dall’esecutivo».

In politica estera, a che punto è la candidatura della Mogherini alla Ue?

«Ci sono ottime possibilità che ce la faccia».

E la Serracchiani va alla Farnesina?

«Questo è solo gossip. Io resto dove sto, in Friuli Venezia Giulia e al Nazareno».

Rimpasto?

«Il presidente del Consiglio farà le scelte che ritiene necessarie».

Sulla riforma della giustizia rivedremo la solita guerra di religione?

«Anche tra i magistrati c’è ormai la consapevolezza che sia necessario fare degli interventi. Penso sia stato apprezzato il fatto che il governo, con le linee guida, ha annunciato di voler fare un intervento organico e non solo sulla giustizia penale. Il problema è che questo è un Paese in cui, se è vero che esiste tanta gente che vuole cambiare le cose, c’è tanta gente che sta bene come sta».

Si riferisce ai magistrati?

«Parlo in generale. La sfida del cambiamento l’Italia ancora non l’ha accettata. Questo governo sta investendo sulla necessità che il Paese condivida la sfida culturale del cambiamento».

Il Pd sulla giustizia è diviso. Come farete?

«Il nostro partito ha dimostrato una certa maturazione nell’affrontare temi anche molto delicati e divisivi, come la riforma istituzionale, e si accinge a mostrare lo steso spirito anche sulla riforma della giustizia. Il lavoro che produrrà nei prossimo giorni il ministro Orlando è anche il frutto di punti di equilibrio raggiunti all’interno del partito e su cui il ministro ha lavorato fin da quando era responsabile giustizia del Pd».

Ma è vero o no che nel Pd in tanti aspettano speranzosi che Renzi scivoli?

«Non è così. Soprattutto dopo il voto delle Europee. Non mi riferisco alla percentuale ottenuta dal partito di Renzi ma alla grande responsabilità che questo voto ha dato a tutto il partito democratico. Quella di essere l’unica opportunità per il Paese. Di fronte a questo, i giochini interni non possono avere spazio».

Sono tempi in cui è meglio se in politica si è coesi

imagesVi segnalo l’intervista rilasciata a Claudio Marincola e pubblicata su Il Messaggero

Forza Italia e Nuovo centrodestra – normalmente – se le dicono di tutti i colori ma sulla soppressione dell’art. 18 fanno fronte comune. Un pezzo del governo e un pezzo dell’opposizione spingono per la rimozione del vecchio Totem. Chiedere ai dem di esprimersi in modo corale non è mai semplicissimo. Debora Serracchiani, govematrice del Friuli Venezia Giulia è la portavoce del partito democratico.

Presidente Serracchiani come stanno le cose?

«Il centrodestra ha avuto in passato più di un’occasione per intervenire in materia di lavoro e ha sempre affrontato la questione dal verso sbagliato. Noi abbiamo molto a cuore il problema, sappiamo che bisogna creare nuovi posti di lavoro in un mercato asfittico. Dinanzi a questa fondamentale esigenza possiamo seguire due strade: occuparci delle cose che non ci servono, come, appunto, l’art. 18 o fare quello che serve al Paese, rimettere in movimento il mercato e partire con il nostro job act».

In Europa la flessibilità è già un dato di fatto: Alfano propone di abolire l’art. 18 per le nuove assunzioni.

«Noi non dobbiamo fare guerre ideologiche o mettere bandierine ma è una proposta che dobbiamo valutare e affrontare. La legge delega sul lavoro andrà avanti. Si può immaginare che in quel contesto si parli anche di questo. Quello che comunque va fatto è inserire l’art. 18 in un piano di riforme più ampio che ri guardi anche la giustizia. Se i tempi della giustizia restano questi l’art. 18 non è più una tutela per nessuno».

Come govematrice del Friuli Venezia Giulia lei si è trovata sotto pressione sulla questione della fecondazione eterologa.

«In questi giorni è un fatto comune a tutte le regioni. In questo momento abbiamo ritenuto di attenerci alle posizioni espresse dal coordinatore dei presidenti delle Regioni Chiamparino, dunque evitare le accelerazioni e chiedere al governo e al Parlamento di dettare le linee guida. Abbiamo un servizio sanitario nazionale e 20 regioni. Su una questione del genere non possiamo prendere 20 posizioni diverse. Tanto più che c’è un tema da affrontare in via preliminare: capire se l’eterologa può rientrare dentro i livelli di assistenza minimi».

Lei ha capito se il premier Renzi è favorevole o contrario?

«Tutte le volte che abbiamo affrontato il tema mi è sembrato che l’atteggiamento del presidente del Consiglio fosse laico. In tutte le discussioni ha sempre detto che sui temi etici a pronunciarsi deve essere il Parlamento».

Non è pilatesco?

«Il contrario. Su molte questioni stiamo dando il ritmo al Parlamento. Ma ci sono temi su cui deve prevalere il metodo. L’eterologa è uno di questi. È importante che ora da parte del Parlamento ci sia sollecitudine».

Ammetta che sui diritti di terza generazione spesso a decidere sono i tribunali.

«Purtroppo è vero. Ma confido nella maturità di questo Parlamento e sulla capacità di dare risposte».

I dati sulla crisi sono duri da incassare. Forza Italia non sta infierendo…

«Abbiamo detto con chiarezza che sulle riforme istituzionali si poteva fare un percorso comune. Ma sui temi economici c’è una strada che il presidente del Consiglio sta costruendo. Non abbiamo nessun impegno con Forza Italia, abbiamo le mani libere. E’ vero però che la crisi ci obbliga a dare delle priorità. Se ci sarà coesione con le opposizioni accoglieremo questo clima ben volentieri. Sono tempi in cui è meglio se in politica si è coesi».

L’immigrazione è da tempo l’emergenza delle emergenze. C’è chi propone di mandare i soldati in Libia

«Ogni possibile azione è resa difficile dall’assenza di interlocutori. In Libia se andassimo ora con chi andremmo a parlare? Non si può mandare un esercito se non c’è un governo o un interlocutore con cui dialogare».

La Rai ha presentato un piano di riorganizzazione. Lei cosa ne pensa?

«Un piano per essere tale non può occuparsi solo di riqualificare la spesa, deve occuparsi anche di contenuti. Mi piacerebbe che la Rai oltre all’accorpamento dei Tg si occupasse anche di educazione e cultura».

La specialità non è un privilegio

imagesDurante l’intervista a ”Radio Anch’io” mi hanno posto la domanda ”Perché non abolire i privilegi delle regioni speciali?

Premetto che a mio avviso la specialità non è un privilegio ma è semplicemente indispensabile al Paese.

Per esempio in Friuli Venezia Giulia stiamo facendo grandissimi cambiamenti e siamo i primi in Italia a proporre la riforma della sanità e degli enti locali, ciò dimostra che non abbiamo paura di cambiare.

La Regione Fvg, infatti, gestisce in proprio, solamente col proprio bilancio senza alcun fondo statale, tutto il servizio sanitario regionale ed il trasporto pubblico locale. Se consegnassimo a Roma le chiavi di questi due servizi significherebbe aumentare il bilancio dello Stato di qualche miliardo di euro, ma sopratutto rischieremmo di smontare, in questo momento, due situazioni in cui la Regione è estremamente virtuosa: non abbiamo aziende in rosso e abbiamo un servizio sanitario di grande efficienza. Ma, nonostante questo, non siamo stati con le mani in mano e,  proprio perché siamo speciali e vogliamo essere utili al nostro Paese, stiamo facendo per primi la riqualificazione della spesa.

Il tema centrale, per me, non è abolire le specialità ma creare le condizioni affinché tutti i territori le abbiano.

Riforma del Senato: non c’è spazio per stravolgimenti

VIDAL-MINZOLini-620x350La mia intervista rilasciata a Umberto Rosso e pubblicata su La Repubblica

«Le riforme non possono essere fermate da Mineo e Minzolini. Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio, dopo un lungo confronto. Adesso vanno portate a casa. Ce lo hanno chiesto gli elettori, bisogna rispettarli».

Presidente Serracchiani, ma come risponde il vertice del Pd alle richieste dei dissidenti?

«Questa sarà una settimana cruciale. C`è un testo, frutto di un lungo confronto, che ha impegnato il ministro Boschi, Zanda, la Finocchiaro, il gruppo parlamentare. Un testo che è il punto di caduta di posizioni diverse. Un compromesso, in cui anche il presidente del Consiglio ha rinunciato a qualcosa a cui teneva, come un ruolo più forte dei sindaci nel nuovo Senato».

Dovrebbero rinunciare ai loro emendamenti anche i dissidenti del Pd?

«Premesso che un voto contrario sarebbe, naturalmente, del tutto legittimo, noi siamo pronti ancora al confronto con tutti, col gruppo parlamentare del Pd come con Forza Italia o Grillo. Tuttavia, sinceramente penso che non ci sia più spazio per posizioni che stravolgono un testo frutto di una discussione tanto ampia».

Come la richiesta di Chiti e altri democratici del Senato elettivo…

«Chiti, da ministro delle Riforme, voleva proprio il superamento del bicameralismo perfetto. E parlava del modello tedesco. Ovvero, proprio i punti-chiave che caratterizzano ora la nostra riforma. Mi auguro che questioni personali non finiscano per prevalere sugli interessi del paese».

E cioè?

«Quel 40 per cento di voti ci ha consegnato una responsabilità enorme, e la richiesta definitiva dei cittadini di cambiare. Ora tocca a noi, abbiamo noi la palla. Dobbiamo vincere questa partita delle riforme per rispetto di quel che gli elettori sí aspettano da noi. E ce lo chiede anche l`Europa».

Ma le riforme istituzionali possono davvero favorire una flessibilità della Ue sul nostro deficit?

«Sì, perché ci rendono più competitivi. Senza il bicameralismo perfetto, possiamo approvare più velocemente le leggi. E all`Europa questo interessa, e molto. Insieme a quello che già stiamo facendo sulla pubblica amministrazione, il lavoro, la giustizia».

I dissidenti pd chiedono anche di ridurre i deputati, perché con un Palazzo Madama di soli 100 senatori, chi vince alla Camera si elegge da solo anche il presidente della Repubblica.

«Adesso stiamo affrontandola riforma del Senato e del Titolo V, per ridefinire i rapporti fra il centro e le regioni. Da presidente regionale, per esempio, io mi sono resa conto di quanto sia più giusto mettere nelle mani del governo nodi come le grandi infrastrutture. Insomma, non ci stiamo occupando della riforma della Camera, non è all`ordine del giorno. Quando lo sarà, potremo discutere di tuttii correttivi, anche delle modalità di elezione del presidente della Repubblica».

E da Forza Italia, pure alle prese con il dissenso interno, cosa si aspetta?

«Il patto del Nazareno è un accordo che hanno condiviso e firmato. Ci aspettiamo che Berlusconi lo rispetti. Disponibili naturalmente a discuterne ancora qualche aspetto, a incontrare Berlusconi. Così come tutti gli altri».
Fonte: La Repubblica