Sconfitto il populismo

unnamedVi segnalo l’intervista rilasciata a Mauro Favale e pubblicata su La Repubblica

“Un voto che rafforza il governo e che concede al Pd una possibilità in più per proseguire sulla strada delle riforme». Debora Serracchiani è soddisfatta: la governatrice del Friuli Venezia Giulia è al Nazareno, in qualità di vicesegretaria del PD e ripassa i primi dati che arrivano nella sede dei Democratici e che raccontano un trionfo oltre le previsioni.

Alla prima sfida elettorale, il Pd di Matteo Renzi tiene a distanza il Movimento di Beppe Grillo.

«Se guardiamo al campo europeo, non solo teniamo a distanza i 5 Stelle ma facciamo un bel balzo. In quasi tutte le altre nazioni, tranne forse in Germania e Polonia, i governi in carica crollano di fronte all’euro scetticismo. Noi, invece,teniamo botta rispetto al populismo che avanza».

Guardando alla specificità italiana, invece?

«Bè, a livello domestico il nostro è un risultato storico soprattutto se confrontato con le politiche di un anno fa. Il Pd avanza di parecchio».

Era il risultato che Renzi attendeva per ricevere dalle urne quella legittimazione che gli è mancata a febbraio, salendo a Palazzo Chigi?

«Renzi voleva un risultato che servisse per portare a compimento le riforme, un risultato che rafforzasse il governo. Se i dati che stiamo leggendo in queste ore dovessero essere confermati, allora, vorrebbe dire che Pd e governo hanno una possibilità in più di proseguire, tanto più se anche l`Ncd, il partito di Angelino Alfano, riuscisse a superare la soglia. In questo modo, contando anche Scelta civica, la nostra sarebbe una larga maggioranza che sfiora il 40%».

Il fronte grillino, invece, arretra.

«Rispetto al voto europeo che è tipicamente un voto di opinione, mi pare che la costante ricerca del nemico portata avanti daí 5 Stelle -un giorno l`Europa un altro il governo Renzi – non abbia fatto presa».

Perde la rabbia?

«Diciamo che è un atteggiamento che non paga. Alla fine gli italiani hanno fatto una scelta di responsabilità, votando per chi rappresenta un`alternativa».

Forza Italia al terzo posto, invece, costituisce un problema sul cammino delle riforme?

«Credo che date anche le difficoltà per la scomposizione che ha subito, Forza Italia ha raccolto il suo massimo. E non penso che questo sia un risultato di lunga tenuta. Anzi: probabilmente darà il via all’interno del partito a una serie di conseguenze sia sulla leadership di Silvio Berlusconi, arrivato ormai al suo ultimo giro, sia rispetto alla scelta del suo successore».

Si va avanti con questo governo fino al 2018, allora?

«L`orizzonte è quello: le riforme proseguono a partire dalla prossima settimana. Si torna a parlare di Senato e Pubblica amministrazione».

Al via il processo di revisione dei rapporti finanziari Stato-Regione

thumb500_31107_1serracchianiPeroniPalazzoChigi7mag14Ieri, assieme all’assessore al bilancio Francesco Peroni, ho partecipato nella sede di Palazzo Chigi, al primo incontro tra la Regione Friuli Venezia Giulia e il Governo riguardante il processo di revisione dei rapporti finanziari Stato-Regione, a cominciare dal cosiddetto patto Tremonti-Tondo del 2010.

Con i rappresentanti del Governo, ministro per gli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta e il sottosegretario di Stato del Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie Gianclaudio Bressa, abbiamo confermato il cronoprogramma dei lavori, stabilendo di esaminare prima di tutto i disequilibri che, all’interno del decreto legge 66/2014,  gravano sulle Regioni speciali.

In merito abbia chiesto chiarimenti sul “nefasto” effetto della Spending review sulla Regione Friuli-Venezia Giulia, ribadendo che i riflessi finanziari sul nostro bilancio risultano nettamente più pesanti a causa anche della posizione fiscale meno vantaggiosa confronto alle altre regioni autonome.

Non solo siamo i più penalizzati ma, ironia della sorte, siamo quelli che, tra tutte le regioni,  hanno svolto meglio i “compiti a casa” riuscendo grazie al taglio dei costi alla politica e ai procedimenti messi in atto per migliorare la spesa a registrare risparmi per 200 milioni di euro.

Per quanto riguarda l’accordo Tondo Tremonti del 2010 abbiamo tutti concordato sull’iniquità di quella intesa condividendo l’obiettivo di modificarla.  Infatti ritengo che la quota annuale da versare sia un “regalo” allo Stato in quanto il sacrificio non è compensato dalla prevista riforma del federalismo fiscale, rimasta incompiuta.

In attesa del prossimo incontro, che si terrà il 13 maggio prossimo, sono, comunque,  soddisfatta nel costatare un clima collaborativo tra le parti che ha permesso, già in questa prima sessione di lavoro, la condivisione degli obiettivi.

L’ex Cav non romperà

imagesVi segnalo la mia intervista rilasciata a Maria Zegarelli e pubblicata su  L’Unità

Chiusa al Nazareno, insieme al suo collega Lorenzo Guerini, per limare e definire le liste per le candidature europee, la vicesegretaria Debora Serracchiani non perde di vista quanto nelle stesse ore sta accadendo a Palazzo Madama, con i senatori dem riuniti in Assemblea per discutere delle riforme costituzionali. «Vedrà che alla fine il patto con Silvio Berlusconi tiene e il Pd voterà compatto», dice quasi a voler allontanare gli spettri che si aggirano sul futuro del superamento del bicameralismo perfetto e il titolo V della Costituzione.

Serracchiani, lei mostra ottimismo, ma intanto Corradino Mineo dice che c`è una maggioranza alternativa con Sel e M5s al Senato sul testo di Vannino Chiti.

«Credo che ci siano delle idee diverse sulle riforme, noi abbiamo aperto ad ulteriori contributi ma negli organismi del Partito è stata fatta una scelta, votata anche dalla Direzione nazionale, che prevede dei paletti assolutamente invalicabili: no alle indennità, no all’elezione diretta, no al voto di fiducia, no al bilancio. Su questi punti dobbiamo tenere, sul resto si può aprire una discussione. Oggi Luigi Zanda, ragionando su quelli che sono i punti di vista diversi, aggiunge anche che è certo dell`unità del Partito e sono convinta che sarà così».

L`unica distanza che sembra incolmabile riguarda l`eleggibilità diretta dei senatori prevista dalla proposta Chiti. Come troverete la quadra su questo punto?

«Sono due punti di vista molto distanti, va detto però che il governo ha fatto una proposta, supportata dal Partito. Ora, posso capire le iniziative come quelle di Chiti ma poi in un partito democratico si deve trovare una sintesi tenendo ben presente anche quale è la posizione del segretario nazionale».

Questo è uno di quei casi in cui ci si appella alla disciplina di partito?

«Non so se possiamo parlare di disciplina dipartito. La questione è un`altra: se si sta in un partito e si condividono le regole che questo si dà, si può lavorare per trovare un punto di equilibrio quando ci sono posizioni diverse, ma alla fine se ti rendi conto che la maggioranza la pensa in modo diverso da te, devi prenderne atto e rispettare quella maggioranza. Funziona così in tutte le comunità democratiche».

Ieri Berlusconi ha assicurato che terrà fede al patto, ma in Fi i falchi non vogliono arrendersi. Quanto crede alla tenuta dell`accordo del Nazareno?

 «Le tensioni dentro Fi sono sotto gli occhi di tutti. E sono queste tensioni ad aver determinato in questo week end linee divergenti dentro quel partito, con affermazioni ultimative poi ritirate dallo stesso Berlusconi. Ci sono ragioni, e ben più forti, per mantenere l`impegno assunto sul fronte delle riforme».

 Fa bene il premier ad incontrare Berlusconi per rinsaldare l`intesa o è meglio non fidarsi?

«Noi abbiamo le idee chiare e abbiamo lavorato affinché il percorso delle riforme iniziasse nel più breve tempo possibile, alla luce del sole, portando la discussione in Parlamento. Abbiamo ascoltato la richiesta di modifiche alla legge elettorale che poi è stata effettivamente corretta in alcune sue parti, senza mettere in discussione l`accordo e la sua tenuta. Insomma, abbiamo fatto un lavoro di cucitura il più ampio possibile. Se poi qualcuno ci ripensa dovrà spiegare perché cambia idea, noi siamo stati coerenti. Se Fi si sfila il primo effetto che provoca è ricompattare tutto il Pd, rafforzare la posizione di Ncd e la maggioranza di governo… Resto dell`idea che sia un bene non far saltare il tavolo perché le riforme si devono fare con un consenso ampio, ma deve essere chiaro che noi siamo determinati ad andare avanti anche da soli. I numeri ci sono e qualora non si dovessero raggiungere i voti dei 2/3 del Parlamento, noi siamo pronti ad andare al referendum. Non so se a Fi conviene spingere le cose fino a questo punto».

 Il 25 maggio non è poi così lontano. Sicuri di farcela entro quella data?

 «Ci sono tutte le condizioni per farcela. Finora abbiamo rispettato tutte le scadenze, oggi (ieri per chi legge, ndr) si presenta il Def, si vedrà che le coperture ci sono e non da ora ma da settimane, la riforma elettorale ha già superato l`esame della Camera. Stiamo andando nella direzione giusta».

 In queste ore state chiudendo le candidature europee e nel Pd anche in questo caso non mancano i malumori. D`Attorre contestai doppi e tripli incarichi e fa il nome di Michele Emiliano. Domani (oggi per chi legge, ndr), filerà tutto liscio in direzione?

«Noi abbiamo ascoltato tutti, soprattutto i territori che hanno costruito le candidature, molte di queste sono state sottoposte ai voti delle assemblee locali. Ma è ovvio che le liste sono anche il frutto del lavoro e delle scelte del segretario nazionale. Se ci sono tensioni spero vengano sciolte. Noi ce la stiamo mettendo tutta per rispettare soprattutto le indicazioni dei territori».

Lorenzo Guerini ha detto che le elezioni europee saranno inevitabilmente un test anche per il governo. Lo supererete?

 «Abbiamo già superato alcuni test importanti, abbiamo vinto in Sardegna, il premier sta dando un forte impulso al cambiamento con il suo programma di governo, ma le europee saranno importanti anche in virtù di quello che accade in questi mesi, cioè la ricomposizione delle istituzioni europee, a partire dal semestre italiano di presidenza. Noi ci arriviamo con una credibilità internazionale rinnovata anche grazie al nostro piano di riforme e sono sicura che gli italiani quando andranno a votare terranno conto di questo».

 Fonte: L’Unità

Matteo Renzi merita fiducia e nel Pd non è il momento di creare nuove fibrillazioni

Pd: Direzione nazionaleVi segnalo la mia intervista a Martina Cecchi De Rossi pubblicato su L’Huffington Post

La squadra del primo Governo Renzi merita fiducia e nel Pd e non è il momento di creare nuove fibrillazioni. Un messaggio che Debora Serracchiani, Governatrice del Friuli Venezia Giulia e membro della segreteria del Pd, rivolge a Pippo Civati. Chiarendo che nessuno darà al nuovo Governo una fiducia in bianco, perché sarà lo stesso Renzi a trarre “le debite conclusioni” se capirà di non riuscire a governare.

Il Governo ha giurato, ma la squadra non convince tutti. Molti giovani ma non molti nomi pesanti..
Vedendo le immagini del giuramento ho provato una certa emozione una fotografia di grande cambiamento quella che esce dal Governo, con molti giovani e molte competenze. Non so se riuscirà a dare tutte le risposte me lo auguro. Certo la novità di questo Governo è Matteo Renzi, la sua determinazione e il suo coraggio. Anche l’ambizione. Saranno utili e necessari al cambiamento profondo del Paese.

E’ la sua partita..
Sì e la gioca per il Paese. Ma in squadra ci sono persone capaci che meritano di farci capire cosa riescono a fare.

Come sarà il rapporto con Ncd, depotenziato dal fatto che Alfano non è vicepremier?
Se parliamo di numeri, nel Governo Letta il Ncd era sovradimensionato. Credo che il rapporto con Ncd sarà sicuramente fondamentale sulle riforme e sugli altri punti del programma, come il piano del lavoro.

Possibili difficoltà sui numeri soprattutto al Senato nel passaggio della fiducia in Parlamento?
Questo Governo nasce in condizioni particolari, senza un passaggio elettorale che lo stesso Renzi avrebbe voluto. Ma credo che ci sia la consapevolezza in Parlamento che l’occasione per governare e per farlo bene, per il cambiamento che tutti si aspettano, sia sotto gli occhi di tutti e non va persa. Auspico che tutto il Parlamento, in particolare il Senato dove i numeri sono quello che sono, partecipi da protagonista a questo cambiamento.

Ma di fronte alle prime avvisaglie di ostacolo al programma Renzi potrebbe immaginare il voto tra un anno?
Renzi ha detto che sta lavorando perché questo sia un Governo di legislatura, con scadenza 2018. Ma ha detto anche con chiarezza che i paletti programmatici, quelli di ‘una riforma al mese’, sono una prospettiva necessaria. E’ chiaro che se non sarà possibile governare, fare riforme e dare risposte, sarà il primo a trarne le debite conclusioni.

Nel Pd i civatiani sono in subbuglio, e la minoranza di Cuperlo solleva il problema del doppio incarico di Renzi, Premier e segretario..
Il Pd fortemente rinnovato va nella direzione di somigliare alla politica anglosassone dove il Premier è anche leader del partito, non ci vedo anomalie in questo. E poi con tutto quello che sta accadendo del Paese e le aspettative verso questo Governo non credo sia il momento di creare fibrillazioni relative alla segreteria del Pd. Ma sarà comunque necessario, e il Premier lo farà nelle prossime settimane, strutturare il partito perché il Pd, maggior partito della maggioranza di Governo, sia in grado di supportare l’azione di Governo. Credo debba esserci la consapevolezza che non stiamo affrontando un nuovo congresso, che si è aperto e chiuso. Anche Civati ha fatto un congresso, adesso ha fatto valere la sua posizione diversa negli organi del partito votando in direzione nazionale in modo contrario, ma una volta che la maggioranza del partito ha preso una direzione e nasce un Governo mi auguro che si capisca quanto sia importante tenere insieme il partito. Visto che si fa il parlamentare grazie al Pd.

Ci sono tre posti in segreteria da sostituire. Arriverà anche un vice di Renzi?
Su questo spetta al segretario fare una proposta.

Un piano Electrolux in sei mesi

BeLd5i2IEAAXo0iVi segnalo l’intervista che ho rilasciato a  Stefano Polzot e pubblicata su Il Messaggero Veneto 

 

Il primo segnale incoraggiante è stato la presenza del deputato Francesco Sanna, in qualità di consigliere del premier, all’incontro al ministero dello Sviluppo economico. Il secondo è giunto ieri, al Forum degli amici dell’industria, quando il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha deciso di affrontare la vicenda Electrolux.

«Non accettiamo di alzare bandiera bianca – ha affermato – e ci sarà il massimo impegno del Governo perché queste produzioni si possano e si debbano fare in Italia. Faremo di tutto per convincere quell’impresa». E’ la prima volta che, pubblicamente, Letta entra in campo nella vicenda e la presidente della Regione, Debora Serracchiani, se ne ascrive parte del merito.

«Non nascondo – afferma – che ero preoccupatissima per la piega che aveva assunto la vicenda. Raccogliendo impressioni di rappresentanti istituzionali e manager avevo la certezza che Electrolux sarebbe diventato un caso emblematico dello stato della crisi in Italia. Ho fatto di tutto per farlo presente. Ho detto a Roma che sarebbe stato opportuno intestarsi una battaglia, anche in Europa. Con Letta, poi, ne avevo parlato in occasione del vertice con Putin a Trieste. Ben venga che se ne siano accorti. Se è servito, anche con le mie dichiarazioni critiche, che venisse creato un caso nazionale, non mi pento».

Presidente, lei ha convenuto che il mantenimento della trattativa su tutti gli stabilimenti è un fatto positivo. Al tempo stesso, però, Electrolux non ha fatto un passo indietro sulla “retrocessione” di Porcia. E ora?

«Il fatto che tutte le Regioni si muovano in maniera compatta è fondamentale, altrimenti avremmo corso il rischio di perdere massa critica. Ora, invece, costringiamo Electrolux a rivedere l’intero piano».

Come intende muoversi?

«Insieme al vice presidente Bolzonello intendiamo mettere in campo una proposta organica partendo da Rilancimprese che tocchi gli aspetti fiscali (taglio dell’addizionale Irpef e dell’Irap) per ridurre il gap che c’è tra la busta paga lorda più alta d’Europa e quella netta più bassa. Intervenire sul cuneo fiscale è essenziale».

Ma richiede tempi lunghi. Intanto Electrolux deciderà entro aprile la sorte di Porcia. Ci sono i tempi per mettere in campo proposte e risorse?

«Sulle risorse noi, per l’intero piano, stanziamo 98 milioni di euro che, anche per quanto riguarda la componente derivante dai fondi comunitari, sono stati già assegnati. Si tratta solo di impegnarli».

Uno studio della Cgil sostiene che negli ultimi 10 anni Electrolux ha ottenuto dalla Regione 10 milioni di euro in contributi. L’azienda, nel suo piano, non ha assunto alcun impegno per tutti gli stabilimenti a mantenere la presenza in Italia nel medio termine. Non c’è il rischio di foraggiare gli svedesi per poi vedere chiudere, nell’arco di qualche anno, le fabbriche?

«Nel nostro piano è precisato che la concessione degli incentivi è vincolata a un patto di consolidamento della presenza in Italia. Parallelamente abbiamo già avanzato vincoli per la bonifica dei siti industriali dismessi a carico dei proprietari».

Resta il fatto che non solo i manager Electrolux affermano che le lavatrici prodotte a Porcia non sono sostenibili dal punto di vista dei costi. C’è la necessità di una riconversione della produzione?

«Senza dubbio, fermo restando che ha ragione l’ex manager Aldo Burello quando ha detto che aver abbandonato alcuni marchi è stato un errore. Nel 2016 Electrolux cambierà l’attuale piattaforma per le lavabiancherie. Noi chiederemo all’azienda di concentrare a Porcia l’alto di gamma o produzioni alternative che possano beneficiare di una fabbrica ad alta tecnologia e automazione e con competenze tecniche di assoluto valore».

Pensa di incontrare il management prima del 20 febbraio, data del prossimo incontro?

«Senza dubbio».

Lei è reduce dalla firma dell’accordo per la reindustrializzazione della Ferriera di Servola che ha molte assonanze con la richiesta di riconoscimento per l’elettrodomestico dell’area industriale di crisi complessa. E’ possibile in tempi brevi?

«Sì, la nostra idea è realizzabile in 6 mesi sul modello proprio di quanto è avvenuto per la Ferriera di Servola e che ci ha consentito di stanziare 87 milioni di euro. Insomma, la partita non è chiusa. Ci metteremo tutta la volontà e la determinazione».

Priorità a lavoro e sanità per rialzare la testa

Debora-130x60Vi segnalo la mia intervista rilasciata a Marco Ballico e pubblicata su Il Piccolo

Un anno speciale. «Di successi, ma anche di grandi responsabilità», aggiunge lei per chiarire che non ci sono solo onori, prime pagine, ospitate in tv. Pronta a un capodanno in famiglia, a Udine, Debora Serracchiani, prima del possibile (probabile?) decollo in orbita nazionale, pensa appunto alle responsabilità da presidente del Friuli Venezia Giulia.

In agenda due priorità: sanità e lavoro.

Intanto, i buoni auspici: «Auguro a tutti, cittadini, famiglie e imprese, un 2014 davvero sereno. E al Friuli Venezia Giulia di rialzare la testa, di tornare ad essere protagonista, di affrontare la crisi con determinazione e superarla».

Il Friuli Venezia Giulia non lo potrà fare da solo. Preoccupata dalle perduranti fibrillazioni romane?

Sì. La nuova segreteria nazionale del Pd è stata impostata su un piano completamente diverso: quello della trattativa sul programma. E invece c’è chi chiede il rimpasto. Non Matteo Renzi. Credo che queste voci siano il risultato di tensioni all’interno del governo.

Soprattutto dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi e delle conseguenti spaccature nel centrodestra. È la vecchia politica?

Distinguerei tra le tensioni della vecchia politica e quelle della nuova, che pretende azioni positive.

Concretamente?

Ci si deve mettere a un tavolo e fare emergere le proposte per il governo.

Resta convinta che si debba andare al voto nel 2015?

Se il governo delle larghe intese si impegna su un cronoprogramma chiaro e porta avanti le cose, senz’altro sì. Se invece non si procede, saremo obbligati a rivedere, assieme agli italiani, le nostre posizioni.

Renzi ha avviato peraltro un pressing anticipato. Non ha l’impressione che miri al tornaconto personale?

No. Lo fa perché si rende conto che, dopo averne perse troppe, rischiamo di non cogliere più le occasioni. Il tempo sta scadendo. Come dice spesso proprio Matteo: se non le facciamo, ci portano via.

Responsabile di questi ritardi è anche Enrico Letta?

Il premier è rimasto vittima della composizione a freddo di un governo nato senza una base programmatica e di un parlamento frammentato e ancora ostaggio delle vecchie e pesanti figure del passato, Berlusconi su tutti. Ma era in un contesto difficilissimo, gli va riconosciuto il coraggio della responsabilità.

Ci deve ora mettere del suo?

Gli alibi sono finiti. Si deve accelerare, vanno portate a casa al più presto la legge elettorale e le riforme costituzionali, con l’abolizione del Senato e il dimezzamento dei parlamentari, il superamento definitivo delle Province e la redistribuzione delle competenze. Serve anche un grande piano sul lavoro.

Fa un po’ il “furbo”, Letta, quando parla di riduzione delle tasse grazie solo alla sospensione dell’imposta sulla casa?

Non è furbizia, è la constatazione di chi ce la sta mettendo tutta e pensa legittimamente di aver fatto meglio di altri almeno in alcuni settori. Ma non si può non evidenziare che la legge di Stabilità è debole e di poco respiro.

Manca di coraggio?

Sì, il coraggio che chiede Renzi.

Riassumendo, lei sta molto più con Renzi che con Letta?

Sto dalla parte di chi vuole vedere cambiare le cose perché così non andiamo più avanti. Da amministratore chiedo per esempio che sia rivisto il patto di stabilità interno. Altrimenti, un altro anno come il 2013, non lo reggiamo. E parlo da un territorio virtuoso, che ha sempre cercato di spendere bene, che ha colto i momenti in cui investire e in cui, invece, tirare la cinghia. Se ne dovrebbe parlare in primis con l’Europa. Se ne parli. Crediamo nell’Europa, ma va instaurato un rapporto diverso.

È il dna democristiano che zavorra Letta?

Non mi pare persona cui attribuire un’etichetta.

Se tra qualche mese Renzi la chiama al governo, lei che fa?

Sto governando la Regione Fvg mettendoci impegno, tempo ed energie. Saggio affrontare un problema alla volta.

Ha parlato di riconvertire gli ospedali regionali ed è stata accusata, lei pure, di poco coraggio. Che ne pensa?

Abbiamo eredito l’immobilismo degli anni della crisi. Penso, in tema sanitario, alla mancata applicazione del decreto Balduzzi e ai non interventi sulla rete ospedaliera pur di fronte a una Corte dei conti che segnala come la sanità Fvg costa il 20% in più della media nazionale. Non so quanto coraggio ci serva, ma siamo arrivati al punto di dover fare le cose e non solo annunciarle.

Farle anche in modo impopolare?

Sì, ma in questa fase ci pare opportuno non chiudere ma riconvertire profondamente, e cioè ridurre posti per gli acuti e aumentare quelli per la riabilitazione, eliminare i doppioni, creare nuove specializzazioni, diventare più efficienti spendendo di meno. Il secondo grande filone sarà quello del lavoro: la crisi ci impone di intervenire con forza.

Il caso Ater. Il centrodestra vi accusa di «killeraggio politico».

Non ci appartiene. Le persone ritenute competenti le abbiamo confermate, in altri casi, senza furore politico, abbiamo scelto. Puntiamo a una vera riforma delle Ater, raccogliendo tra l’altro esigenze urgenti provenienti dai vertici aziendali che ci segnalavano come la legge Tondo-Riccardi avrebbe impedito il regolare funzionamento del sistema.

A Mediocredito Fvg spendete più di prima optando per la professionalità della professoressa Compagno. Nel turismo il bando per la promozione quinquennale viene vinto da un progetto al ribasso. Una contraddizione?

Due cose diverse. Una è una banca fondamentale per il sistema finanziario regionale, l’altro è un progetto turistico. L’assegnazione alla società di Ejarque, non mia ma di una regolare commissione, arriva al termine di un percorso pubblico e trasparente.

Il direttore generale della Regione arriverà nei primi mesi del 2014, conferma?

Sto facendo le ultime valutazioni.

Dopo aver ricevuto qualche rifiuto. Quanti manager sta valutando?

Di quelli utili, conto almeno 200 curriculum. Non solo dalla regione.

Nelle nomine, da Del Fabbro a Castagna, è andata sull’usato sicuro. Come mai?

Ho individuato persone con competenze, conoscenze, capacità e, soprattutto, voglia di cambiare le cose.

Il nuovo piano finanziario di Autovie Venete prevede aumenti in linea con quelli degli ultimi anni, vale a dire tra il 12 e il 13%?

Il piano conterrà un aggiornamento del costo finale della terza corsia, ma non potrà non tener conto delle tariffe. Anche perché il traffico sta diminuendo.

Forse perché le tariffe sono troppo alte?

È un circolo vizioso. Ma anche in altre autostrade si soffre un calo.

L’aggiornamento del costo dell’opera sarà all’insù rispetto ai previsti 2,3 miliardi?

Contiamo che sia all’ingiù. Per la lottizzazione diversa rispetto al 2009, per la revisione di alcuni interventi tecnici, per le risorse previste dallo Stato. La quota in bancabilità sarà ridotta.

Si imputa un errore in questi mesi?

Più che altro mi dispiace non avere ancora portato a casa l’abolizione del ticket da 10 euro. Abbiamo scontato numeri ministeriali diversi da quelli che abbiamo trovato. Ma ce la faremo.

Il prossimo segretario del Pd Fvg dovrà essere un quarantenne?

Non ne faccio una questione di carta d’identità. Servirà un segretario consapevole della responsabilità e del ruolo in un partito che può pesare molto in regione e a Roma.

Più coraggio, Letta. Il Pd vuole un patto chiaro

300372879Vi segnalo l’intervista rilasciata a Maria Zegarelli e pubblicata su L’Unità

Vacanza?

«Niente affatto, sono al lavoro in Regione».

Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, nonché responsabile Trasporti e Infrastrutture nella segreteria di Matteo Renzi, è una sgobbona. Sgobbona e determinata, insieme ai suoi coetanei ormai nei posti apicali del partito, a dare una nuova impronta al Pd e una sostanziosa spronata al governo. Presuntuosi? «Affatto, sappiamo che questo è il momento di dimostrare cosa sappiamo fare e dobbiamo mettercela tutta». E questa sfida li trova in compagnia di Angelino Alfano, politicamente su fronti opposti, ma con lo stesso obiettivo: dopo aver preso il posto degli eterni protagonisti politici, adesso vogliono iniziare una nuova fase. A partire dal governo. «Enrico Letta deve avere più coraggio», dice la governatrice.

Intanto finisce l’anno con lo scivolone sul salva Roma. Se deve fare un bilancio, come giudica questi mesi del governo?

«Enrico ha governato in un contesto difficilissimo, non dobbiamo dimenticarci come è partito questo esecutivo. Adesso il mio auspicio per il 2014 è di un maggiore coraggio soprattutto sulle riforme».

Letta intende basare il lavoro dei prossimi mesi su un patto di maggioranza. Quali dovrebbero essere i punti fondanti?

«Vorrei intanto sottolineare il metodo scelto: per la prima volta non si fanno accordi nelle segrete stanze ma si stabilisce la necessità di una trattativa aperta su punti programmatici. Non su nomi e cognomi, ma sul programma. Mi sembra un passo avanti notevole. Sul merito, credo che le indicazioni fornite dal segretario del Pd siano chiarissime: investono le questioni legate ai costi della politica, dall’abolizione del Senato al dimezzamento del numero dei parlamentari, al superamento delle Province, e la grande sfida sul lavoro. Per la prima volta questa questione viene affrontata come un corpo organico, per il quale è necessario un grande piano che lo affronti in modo complessivo. Infine, ci sono tutte le vicende europee che da gennaio dovranno essere prioritarie. Credo che non possa che partire da qui un patto alla tedesca per proseguire con l’azione di governo».

L’altro socio di maggioranza, Alfano, si è detto pronto a raccogliere la sfida lanciata da Renzi. Ma le differenze tra voi e il Ncd restano intatte. Su cosa è più facile mediare?

«Si continua a chiamare trattativa alla tedesca, quindi è evidente che si lavora per trovare un punto di equilibrio. Ma è altrettanto evidente che ci sono dei punti ineludibili sui quali il governo deve pronunciarsi e deve farlo anche il Ncd. Sono convinta che in una valutazione complessiva, che anche Alfano fa, rispetto all’opportunità oppure no di andare subito a votare, la ricerca di una quadratura sul programma sia la strada migliore».

Ma arriviamo al concreto. Renzi chiede l’abolizione della Bossi-Fini, Alfano non la ritiene una priorità. Che fa il Pd su questo? Rompe la maggioranza?

«Quello della Bossi-Fini non è un problema politico: è un problema tecnico, non ha funzionato. Non ha risposto tecnicamente ai temi che sono legati all’immigrazione, oltre al fatto che va aggiornata anche alla luce di tutte le modifiche che la stessa crisi ha portato alla questione dell’immigrazione. Sono cambiati i flussi, le provenienze, le richieste, che arrivano molto di più da zone di guerra. Questa è una legge che richiede una profonda revisione in tutti gli aspetti che l’hanno messa sotto stress. Infine, anche l’Europa ci chiede di adeguare la Bossi-Fini alle norme comunitarie. Sono convinta che Alfano, che viene da una terra che è toccata direttamente dall’immigrazione, sia una persona ragionevole che, di fronte a domande che vengono poste e per le quali non ci sono risposte adeguate, sia disponibile al confronto».

Altro tema. Il Job Act. Alfano risponde a Renzi proponendo tre anni di zero burocrazia per chiunque voglia avviare una nuova attività. Dice che lo Stato deve fidarsi degli italiani. Lei che ne pensa?

«Credo che nessuno abbia una bacchetta magica e che l’insegnamento che ci arriva da questa grave crisi è che occorrono molti interventi nel settore, piccoli, grandi e di amplissimo respiro. Quando si parla di lavoro non si può affrontare solo la questione della burocrazia tralasciando le regole, oppure toccare solo le regole trascurando gli ammortizzatori sociali. Quando si parla di Job Act è questo che si intende: la costruzione di un piano organico che tocchi tutti i temi. Ci stiamo lavorando, ho letto moltissimi interventi, stiamo ascoltando molte persone e quando saremo pronti lo faremo in poco tempo».

La nuova segreteria ha l’ambizione di cambiare il partito. La prima prova sarà quella di riuscire a fare sintesi e il lavoro sembra un tema molto a rischio. I giovani turco hanno già espresso perplessità sul piano del segretario.

«I giovani turchi hanno detto di no a un piano che hanno inventato perché ancora non esiste».

Ma è stato Renzi ad annunciare alcune misure.

«Renzi ha illustrato alcune idee, ma il piano, ripeto, ancora non è stato presentato in tutta la sua completezza. Quello dei giovani turchi mi sembra un no preventivo, legittimo ma preventivo».

Riuscirà questa segreteria laddove hanno fallito quelli prima di voi?

«Sono molto fiduciosa, questa è una segreteria composta da persone con provenienze e sensibilità diverse. Sarà la giovane età, o forse il fatto che non abbiamo zavorre sulle spalle, ma finora la sintesi l’abbiamo trovata, con un approccio molto laico alle questioni».

 

Non sarà una blindatura a salvarla

Camera, informativa del Ministro della Giustizia su caso LigrestiVi segnalo la mia intervista rilasciata a Giovanna Casadio e pubblicata su Repubblica.it

Il Pd deve ascoltare il disagio che c’è nella base sulla vicenda Cancellieri. Io giro i circoli e tra i nostri militanti lo sconcerto è forte. Di fronte a determinati fatti, gli aspetti valoriali, etici, morali sono così radicati, che non puoi pensare di metterli da parte per nessuna ragione, meno che mai per ragioni politiche“.

Debora Serracchiani, la “governatrice” del Friuli, renziana, torna all’attacco. Ripete da giorni che il premier Letta dovrebbe confrontarsi, prima dell’assemblea dei deputati di domani sera, con il Pd.

Serracchiani, i Democratici devono uscire dall’incertezza sul caso Cancellieri?

La vicenda è nota. È assolutamente utile e necessario che anche Letta si confronti con il Pd, perché la sfiducia mercoledì arriverà a Montecitorio, e una posizione bisogna averla. Non sta a me giudicare un comportamento se non dal punto vista politico. Devo riconoscere che il ministro Cancellieri ha preso in mano il piano carceri, il Friuli è una regione scelta per un nuovo carcere e lei ha accelerato. Però la politica è fatta di esempi, e deve farsi carico di una coerenza di comportamenti. Questo non è un buon esempio, rischia anzi di sottolineare quella certa italianità in base alla quale tutto è possibile e tutto è giustificabile“.

Quindi il ministro Guardasigilli deve fare un passo indietro?

Non si può liquidare la cosa con una blindatura, come se non vi fosse nulla da discutere. C’è invece molto da dire e da valutare tutte le possibilità. Anche perché il governo è chiamato, proprio in questo momento straordinario in cui tutto, politica compresa, si sta scomponendo, a dare un indirizzo anche di chiarezza, di determinazione e di coraggio nei comportamenti“.

Civati dice di voler presentare una mozione di sfiducia: è una buona mossa?

Io non credo sia il tempo delle mozioni di sfiducia annunciate da un singolo. Davanti a questo fatto, penso – e sono certa lo pensi anche Civati – che debba il partito tutto trovare una coesione su come comportarsi. Oltretutto noi siamo in pieno congresso, e però tutti e quattro i candidati alle primarie per la segreteria hanno espresso una posizione quasi analoga, cioè che Cancellieri deve avere il senso dell’opportunità politica. Va fatto un confronto con il premier, ripeto“.

Niente fughe in avanti?

Niente fughe in avanti. In un caso come questo, bisogna ritrovare la capacità di essere un partito, che oltre a indicare un’agenda al proprio governo, sappia sollecitare una reazione di un certo tipo“.

Epifani è troppo attendista, secondo lei?

Attende più che altro il confronto tra i gruppi parlamentari. Ma quello che chiedo è che non resti tutto nelle opinioni del Palazzo. La gente ce l’ha ben chiaro cosa c’è da fare“.

Per i militanti democratici difficile da digerire sono le larghe intese?

La fatica e la sofferenza è tanta. La stessa legge di stabilità non ha aiutato un ritrovarsi, perché sembra una legge di stabilità che non accontenta nessuno a partire dall’Europa. È come avere studiato tantissimo, ma la prima domanda è proprio quella che hai trascurato“.

Il governo è più forte con la scissione del Pdl?

Mi sembra che si viva alla giornata, e questo non aiuta in nessuna forma la cosiddetta stabilità. Il centrodestra somiglia a una società che va male e mette tutto il brutto nella bad company, cioè Berlusconi e la sua prima fila, e tenta una good company“.

Il Governo sbanda…

 

 

…ma perchè il PD perde consensi?

La legislazione della nostra Repubblica si prepara a ingoiare l’ultima cucchiaiata d’iniquità, questa volta confezionata nella forma del processo breve. Dico ultima, ma sappiamo che basta pazientare un po’ e dal cilindro dell’illusionista ne usciranno altre. Tra una deprecazione del clima di odio e un’invocazione del partito dell’amore siamo sempre là, a parlare di giustizia. Cioè a parlare dei processi di Berlusconi, delle toghe rosse, dei plotoni d’esecuzione e del grande complotto iniziato con Tangentopoli.

C’è qualcosa che non funziona. Il nostro Paese è funestato da una crisi economica senza precedenti cui il governo risponde con pacche sulle spalle, abbiamo un sistema infrastrutturale al collasso, siamo in ritardo in base a quasi tutti i parametri di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti in tecnologia dell’informazione. Abbiamo anche un premier che da sempre promette «meno tasse per tutti» e ora dice che di tagliare le tasse non se ne parla, senza che nessuno batta ciglio.
 Chiunque direbbe che queste sono le condizioni ideali perché abbia successo l’azione di un grande partito riformista d’opposizione. E invece il Partito Democratico perde consenso. Sono trascorsi tre mesi, non tre anni, dalle primarie del 25 ottobre e facciamo fatica a ritrovare l’entusiasmo di quei tre milioni di persone che ci hanno dato credito. Quale dirigente non ha ricevuto un’e-mail di delusione? Chi non si è trovato in imbarazzo davanti a chi gli chiedeva risposte sui minuetti laziali e sulle coltellate pugliesi? Del nord non ci domandano nemmeno più di render conto: ormai sanno che in certe regioni corriamo per onor di firma.

Se il mio partito subisce un calo di consensi io mi preoccupo, perché penso che stiamo sbagliando e che questo allontana l’alternativa al centrodestra, nelle regioni e nel Paese. E non credo che il rimedio al calo dei consensi sia una strategia delle alleanze che ci permetta di reggere il colpo annunciato. Perché di questo stiamo parlando: l’alleanza con l’Udc non serve a conquistare regioni storicamente di destra, ma a provare a tenerci almeno alcune di quelle dove stiamo governando ora. Non dico che non sia importante per il Pd allargare il raggio delle alleanze, anzi, penso ad esempio che dovremmo riprendere il dialogo con le forze del civismo autentico, capaci di fare la differenza in aree a maggioranza moderata. Però tutto ciò non può prescindere dal nostro impegno a parlare con chiarezza al Paese, a lanciare messaggi univoci, a rispettare le regole che ci siamo dati, insomma a essere coerenti col progetto di costruire un moderno partito riformista. Se avremo le idee chiare e le nostre azioni seguiranno conseguenti, allora riusciremo anche in quello che al momento sembra per il Pd la cosa più difficile: comunicare con la propria gente e, soprattutto, con quella parte di Paese che non lo vota.
(L’Unità, 24 gennaio 2010)