Coerenza e chiarezza

il-messaggero Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Mario Ajello per il quotidiano “Il Messaggero” in merito all’attuale situazione politica.

Presidente Serracchiani, concorda con Luigi Zanda che caldeggia un governo lungo, «fino al 2018»?

«Il segretario nazionale è stato molto chiaro. Renzi si è dimesso esattamente come aveva detto di voler fare. Ha dimostrato grande senso delle istituzioni e rispetto della parola data. In direzione nazionale, ha detto che il Pd è per un governo con tutti per fare le cose ordinarie, arrivare ad approvare un nuova legge elettorale se ci sono le condizioni, oppure andare al voto dopo il pronunciamento della Consulta sull’Italicum. Io concordo con questa impostazione, che è quella uscita dalla direzione nazionale. Noi abbiamo fatto la nostra parte e ora tocca agli altri partiti impegnarsi e garantire una soluzione condivisa alla crisi».

E Zanda?

«Ha espresso una sua opinione, per quanto autorevole, trattandosi del capogruppo al Senato, ma il segretario nazionale è stato molto chiaro nel tracciare un altro percorso. E il Pd non si presterà, come accaduto nel recente passato, ad essere l’unico sostegno di un governo istituzionale di cui gli altri non vogliono fare parte».

Zanda ha parlato su assist di Franceschini?

«Non credo. Anzi, penso che i vertici del partito siano assolutamente consapevoli del momento difficile, ma anche convinti che la soluzione da adottare non sia quella indicata da Zanda».

Il Pd ora è il partito di Renzi o di Franceschini?

«È il partito che ha fatto la propria battaglia sul Sì al referendum costituzionale, convinto che quelle riforme fossero necessarie per avere un Paese più semplice e più moderno. Questo è un partito che, dopo 1000 giorni di governo Renzi, lascia il Paese con importanti riforme e con leggi che ritengo fondamentali per l’Italia. Per esempio quelle sulle unioni civili, sul terzo settore, contro lo spreco alimentare e una che mi piace sottolineare particolarmente. Il dopo di noi: cioè la possibilità che hanno i genitori di figli disabili di dare loro un futuro anche quando non se ne potranno occupare più personalmente».

E dopo tutto ciò, il Pd vuole scaricare Renzi?

«No. Penso però che a volte abbiamo parlato troppo di noi stessi al nostro interno e ci siamo dimenticati di raccontare le tante cose che il governo e il Parlamento ha fatto in questi anni».

Nonostante la sinistra Pd che poi al referendum ha contribuito
ad affossarvi?

«Per me, non è stato un bel momento vedere le scene di esultanza di alcuni nostri dirigenti, mentre il premier del loro partito si dimetteva».

Adesso, oltre a quelli del No, è Franceschini il problema per
Renzi?

«Non penso proprio. Non c’è nessun problema con Dario o con altri. Ci siamo chiariti. E il mandato che è stato affidato alla nostra delegazione nelle consultazioni al Quirinale è molto chiaro».

Gentiloni, Franceschini o Padoan?

«Il dominus delle consultazioni è Mattarella e sarà lui a trarne le conclusioni».

Esiste un patto fra Orlando (come eventuale segretario) e Franceschini (come eventuale premier) ai danni del renzismo?

«I giornali in questi giorni sono pieni di retroscena. Invece basta guardare la scena. Dove queste cose non esistono. Esiste invece la chiarezza con cui Renzi ha dichiarato che consegnerà con un sorriso la campanella di Palazzo Chigi a chi verrà dopo di lui».

Renzi bis?

«Ho appena detto che verrà qualcun altro dopo di lui. E comunque chiediamoci che cosa vogliono fare quelli del No, uniti per mandare a casa Renzi e divisi su tutto il resto».

Non è che ci sono dei falchi troppo renziani che rischiano di rovinare Renzi?

«Matteo è una delle persone che ascolta tutti e tanto. Ma le assicuro che decide da solo».

(Intervista del 9 dicembre 2016, rilasciata a Mario Ajello per Il Messaggero)

Credibili riformatori

La-Stampa-logo-Italy Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Carlo Bertini per il quotidiano La Stampa sulle riforme attuate dal Governo.

Da Moscovici è arrivata un’apertura di credito notevole. Ve lo aspettavate Debora Serracchiani?

“Ci contavamo. Le riforme servono a far funzionare meglio l’Italia ma ci garantiscono anche credibilità in Europa. Per questo eravamo e restiamo fiduciosi sulla flessibilità europea”.

Moscovici ha detto che l’Italia se la caverà. Ricorda l’immagine del bel paese che alla fine, pure suo malgrado, con tutti i suoi ritardi, la spunta sempre. Giudizio agrodolce?

“Io ho fiducia nel popolo italiano, non nello “stellone” italico. I margini di flessibilità legati alla gestione del fenomeno immigrazione e alla ricostruzione del Centro Italia sono un riconoscimento a difficoltà oggettive o non prevedibili. Non ho mai creduto a un’Europa che si gira dall’altra parte e le parole di Moscovici confermano questa fiducia”.

La paura delle derive populistiche che fa premio su tutto? Anche sul modo brusco con cui Renzi sta trattando l’interlocutore comunitario?

“Le trattative vanno giudicate dai risultati che producono. Il governo italiano viene accusato a giorni alterni di essere succube della Merkel o di essere fuori dai tavoli in cui si decide il futuro dell’Europa: tutte letture forzate e parziali. Bisogna essere equilibrati e mantenere una linea coerente: siamo europeisti con la schiena dritta. E finora abbiamo dimostrato che i risultati arrivano”.

Il premier viene visto come un argine o il vero timore è che una sconfitta del referendum italiano creerebbe ricadute a catena ben più tangibili della Brexit?

“Il referendum verrà deciso dal voto degli italiani, che sono capaci di giudicare autonomamente. È normale che gli altri governi osservino con attenzione quello che succede, perché un brusco stop al processo riformatore metterebbe in crisi la credibilità conquistata cui facevo cenno prima. Ogni scelta porta ovviamente delle conseguenze, e l’ipotesi che vinca il No preoccupa già ora”.

Il commissario si riferisce alle banche e ai problemi di bilancio. Vi preoccupa la condizione del sistema bancario in una fase di stallo della crescita come questo?

“Il sistema bancario andava riformato da tempo e gli scandali che hanno coinvolto molti risparmiatori ne sono la dimostrazione più lampante. Questo Governo lo ha fatto intervenendo prima sulle popolari e poi sul credito cooperativo. Ci è costato sicuramente qualcosa anche in termini di consenso elettorale ma nessuno può negare che il sistema bancario italiano sia oggi più solido. Anche rispetto a certe banche tedesche. Questa solidità deve dimostrarsi sempre più un vantaggio per cittadini e imprese”.

Questa mano tesa dall’Ue vuol dire strada spianata alla manovra italiana senza rischi di richiami e tirate d’orecchi?

“Come in ogni trattativa immagino che qualche assestamento sarà necessario ma, come detto, sono fiduciosa su un esito positivo. L’Europa deve capire che non può essere vittima delle sue stesse regole”.

A proposito, riuscirete a vincere la scommessa sulle previsioni del Pil, malgrado gli autorevoli dubbi sollevati da più parti?

“L’obiettivo di crescita del Pil è stato fissato sulla base di un pacchetto di provvedimenti che non sono ancora approvati nella loro interezza e questo ha generato dubbi di vario genere. Ma si tratta appunto di una valutazione parziale. Il governo in carica, a differenza del passato, ha indicato sempre stime che hanno poi trovato riscontro nella realtà”.

(Intervista di Carlo Bertini pubblicata in data 7 ottobre su La Stampa)

Il valore dell’unità

Riporto di seguito l’intervista rilasciata a Marco Ballico per l’inserto di Udine Economia del Messaggero Veneto di oggi, 30 settembre 2016 dove parliamo del tema dell’unità regionale necessaria per essere competitivi ad ogni livello.

Presidente Serracchiani, ritiene di avere centrato in questa legislatura gli obiettivi di razionalizzazione delle “poltrone” e contenimento della spesa pubblica?

“Sì. Mi sono candidata dicendo chiaramente che era necessario ridurre gli sprechi iniziando dalla politica che, se vuole essere guida della società, deve essere in grado di offrire il buon esempio. Così, appena in carica, abbiamo approvato il dimezzamento del costo dei consiglieri regionali, l’abolizione dei vitalizi e la riduzione del 90% dei fondi a disposizione dei gruppi consiliari. Misure drastiche ma necessarie per restituire credibilità al sistema. Siamo intervenuti anche sulle partecipate, anticipando addirittura le normative nazionali con un piano organico di riduzione non solo delle “poltrone” ma delle società stesse, ad esempio con la messa in liquidazione di Agemont, Ares, Gestione Immobili FVG e Fiera Trieste, analizzando i bisogni e le esigenze attuali della regione”.

C’è ancora qualcosa fare?

“Sono soddisfatta dell’attuale situazione anche se i processi di riorganizzazione non sono completati e il numero delle partecipate scenderà ancora e con esso, conseguentemente, il numero dei componenti i cda”.

Lei sostiene da tempo l’opportunità di unire i porti del Fvg. Lo stesso sui parchi tecnologici. A che punto stanno le cose?

“La riforma delle autorità portuali ha consentito alla Regione, in accordo con gli enti locali interessati, di creare una nuova autorità che mettesse a sistema le potenzialità dei porti di Trieste e Monfalcone, complementari e con grandi previsioni di crescita. Se dobbiamo confrontarci con il mercato cinese e del sud est asiatico è impensabile non riuscire a ragionare in maniera coordinata. Finalmente ci stiamo riuscendo e i risultati in termini di traffici e di collegamenti ferroviari dimostrano che questa è la strada giusta. Questo processo riguarderà anche porto Nogaro ma per arrivare a quel risultato dobbiamo completare il risanamento della zona industriale Aussa Corno, la cui situazione di crisi è nota. Anche i parchi scientifici regionali, che hanno un grado minore di collaborazione, presentano una complementarietà importante. Stiamo lavorando per metterla a frutto”.

Resta aperto anche il futuro delle Camere di commercio. Quali gli aspetti virtuosi della riforma governativa?

“Unire le forze in ambiti che abbiano una massa critica maggiore. Le Camere di Commercio hanno l’occasione di ripensare se stesse in funzione del territorio su cui insistono e della loro vocazione economica. All’interno della Conferenza delle Regioni abbiamo insistito molto per premiare quei territori che vogliono osare proponendo progetti di fusione che riguardino quattro o più Camere di Commercio. Per questi progetti sono previsti incentivi economici importanti che consentono di trattenere rilevanti risorse per le imprese. In una realtà come il FVG dobbiamo raccogliere questa sfida e accompagnare un processo che porti a un unico soggetto.
La Regione ha un progetto di sviluppo unitario e le CCIAA ne sono attori essenziali. Per questo ritengo che un ente camerale unico a servizio di tutte le imprese regionali sia un interlocutore fondamentale per l’istituzione regionale e uno strumento utile a creare sinergie e a scambiare competenze”.

Una sola Camera di commercio Fvg non correrebbe il rischio di rappresentare economie troppo diverse tra loro?

“Bisogna rovesciare una visione che induce alla frammentazione e alla debolezza: il futuro della regione è sempre più nella collaborazione fra territori in un sistema economico integrato. I nostri territori hanno una vocazione logistica indiscussa e una forte tradizione manifatturiera: devono dialogare e interagire fra loro. Sfruttando il connubio tra le funzioni della produzione e della logistica, ben note a chi fa impresa, si può attrarre nuova ricchezza, generare opportunità per la nascita e l’insediamento di nuove imprese. Di fronte a questo scenario perché i servizi alle imprese, tipica missione delle Camere di Commercio, non dovrebbero essere integrabili fra le realtà esistenti?”

Come tutelare l’occupazione camerale?

“Il decreto attuativo approvato dal CdM prevede strumenti che tutelano l’occupazione dei dipendenti garantendo una loro eventuale ricollocazione in altri enti pubblici”.

Anche il sistema Confidi in regione ha messo in moto un’azione di sintesi. Ritiene sia stato più coraggioso il mondo dell’impresa o quello della politica del superamento dei “poltronifici”?

“Non è una gara. L’impresa ha il compito di esprimere il meglio delle sue capacità competitive, mentre la politica deve saper dialogare con tutti i mondi, incluso quello dell’impresa, per vincere la sfida complessiva che è posta dinanzi alla nostra società, guidando il superamento delle resistenze all’innovazione. Sono viscosità che si manifestano ovunque si tratti di modificare equilibri consolidati e rivedere strutture “storiche” per adattarle ai cambiamenti della società. Il cambiamento non si realizza alimentando contrapposizioni ma individuando una missione comune. Assieme abbiamo percorso un tratto di strada importante raccogliendo risultati soddisfacenti come quelli che hanno visto da un lato l’aggregazione dei Confidi e dall’altro una dotazione economica consistente che li ha resi uno strumento importante e accessibile per le imprese. Vogliamo continuare così”.

Su quali altri fronti?

“Dal 1 gennaio 2017 inizierà ad operare il CATT FVG, centro di assistenza tecnica per il terziario, che ha unificato i 7 enti precedenti con lo scopo di fornire migliori servizi alle imprese del terziario. E’ lo stesso modello che già funziona per l’artigianato con il CATA. Per l’amministrazione regionale potersi interfacciare con un interlocutore unico che fornisce servizi alle imprese è importante perché consente una interlocuzione più efficace e quindi minori tempi di adattamento delle politiche pubbliche alle mutate esigenze del settore. In quest’ottica, mentre ci applichiamo al completamento della riforma dei consorzi, seguiamo con attenzione anche l’auspicato processo di unificazione di Confindustria. Più il FVG è unito più sa farsi valere a ogni livello”.

(Intervista del 30 settembre 2016, rilasciata a Marco Ballico per il Messaggero Veneto per l’inserto Udine Economia)

Per il Paese e per il FVG

piccolo Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Diego D’Amelio per Il Piccolo di oggi, 20 agosto 2016, dove si sviluppano i temi dell’Italicum, della riforma costituzionale ed il rafforzamento delle autonomie.

La presidente del Fvg – nonché numero due del Pd nazionale – Debora Serracchiani, nel ribadire le ragioni del sì al referendum difende il riordino promosso dal governo Renzi: «Se non si crede a me, si leggano quei costituzionalisti che sono per il no anche a causa del rafforzamento delle Regioni speciali». Molte competenze tornano però al potere centrale.
“Non è centralismo, ma chiarezza. Bisognava stabilire chi fa cosa tra Stato e Regioni, evitando le aule dei tribunali per risolvere le vertenze. Il federalismo di cui si è riempita la bocca la Lega ha fallito: le Regioni ordinarie non hanno saputo cogliere l’opportunità di esercitare le proprie competenze. E su grandi temi come energia, infrastrutture e sanità servono coordinamento e piani strategici nazionali.”

Sta pensando al rinnovo del patto Padoan-Serracchiani?
“Ci stiamo lavorando: ragioneremo sulle competenze che abbiamo e su quelle che vorremmo. Con attenzione alle risorse: sulla sanità si sarebbe dovuto far meglio i conti perché le risorse sono poche.”

Dice che il paese è maturo per votare sì: non respira ostilità al governo?
“Le riforme non sono questione personale o di partito né un voto sull’esecutivo: il paese è maturo per votare non contro qualcuno ma a favore di qualcosa.”

Se vince il no cade il governo?
“Dubito che un governo nato su precise istanze riformatrici possa rimanere in carica, fermo restando che ci sono tutte le condizioni per un esito positivo. Il no fa comodo a chi nell’ingovernabilità e nella stasi mantiene le sue rendite.”

Il sì invece rende sicuri contro il terrorismo e fa risparmiare soldi da dare ai poveri: non esagerate con la retorica?
“Le forzature ci sono da entrambe le parti ma sono molte di più quelle dei sostenitori del no: c’è chi parla di attentato alla Costituzione o di deriva turca per il combinato disposto tra riforma e legge elettorale.”

L’Italicum va cambiato? Giusto ieri il ministro Orlando ha aperto su questo fronte…
“Il referendum non riguarda la legge elettorale, la cui modifica era richiesta da tutti. L’Italicum è l’esito di un lavoro complesso, ma dà stabilità e governabilità. Se ci saranno condizioni e numeri in parlamento siamo pronti al confronto, ma non so se potrà accadere: nessuna proposta alternativa garantisce maggioranze certe.”

La minoranza dem subordina il sì al cambio dell’Italicum…
“Mi pare una posizione complicata da giustificare.”

Cosa c’è di buono nella riforma?
“La riduzione dei costi della politica, più efficienza, semplificazione dei livelli istituzionali, abolizione di enti inutili, cancellazione delle Province. E superamento del bicameralismo perfetto: su 28 paesi europei siamo gli unici ad avere due camere con identica funzione.”

Nessun dubbio sul Senato con elezione indiretta?
“Le regole di designazione sono in discussione e comunque sindaci e consiglieri regionali sono oggi gli unici eletti direttamente dal popolo, visto il meccanismo del Porcellum.”

E il metodo? Possibile cambiare la Costituzione a maggioranza semplice?
“È consentito, se accompagnato da referendum confermativo.”

La Costituzione abolisce le Province ma lei si vanta di averlo fatto prima. Ma le Uti non sono un pasticcio?
“Sono molto fiduciosa invece: i frutti arriveranno nei prossimi mesi. Le funzioni delle Province andavano riassegnate: ci sono stati ritardi ma abbiamo chiuso i piani di subentro e acquisito parte importante delle loro competenze. La riforma era inevitabile: in tutto il mondo i Comuni procedono con fusioni e gestioni congiunte.”

E se i riottosi resteranno tali c’è sempre l’obbligatorietà contenuta nel nuovo Statuto…
“Confido che tutti i Comuni entreranno entro l’anno: bisogna spoliticizzare la materia e pensare all’amministrazione e ai cittadini.”

Il 2018 si avvicina. In Fvg il Pd è alleato con Sel e liste civiche: è il modello da seguire?
“Non ho mai pensato al Pd autosufficiente, anche se nelle nostre corde c’è la capacità di parlare alla maggioranza del paese.”

Alle ultime elezioni però avete preso una batosta, senza troppe autocritiche…
“Ho detto quello che dovevo dire e Renzi ha ammesso pubblicamente la sconfitta.”

Il premier manterrà l’incarico di segretario dopo il congresso?
“Il doppio incarico è utile e va nel solco delle grandi democrazie europee. Il punto è riorganizzare il partito per affrontare le sfide del futuro.”

La sfida di Serracchiani sarà a Roma o in Fvg?
“Abbiamo parlato di grandi temi. I destini personali sono piccole cose (ride).”

(Intervista rilasciata a Diego D’Amelio e pubblicata su Il Piccolo del 20 agosto 2016)

L’Italia credibile

unità Pubblico di seguito un’intervista rilasciata a Maria Zegarelli de L’Unità in cui si sviluppano varie questioni di attualità, tra cui il referendum sulla riforma costituzionale e il fenomeno dei migranti.

«È singolare che ad alimentare le polemiche siano molto spesso proprio coloro che non stanno concretamente in trincea per cercare di risolvere i problemi, come invece stanno facendo molti amministratori».
La Vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, entra così nel dibattito sui profughi e la possibilità di impiegarli in lavori utili lanciata dal responsabile Immigrazione del Viminale, Mario Morcone.
La proposta di Morcone ha già fatto fibrillare gli amministratori leghisti. Lei che ne pensa?

«Morcone fa una proposta che prova ad affrontare un problema. In molte Regioni, compresa la mia, abbiamo avviato da subito diversi progetti che hanno portato queste persone a svolgere lavori per le comunità che li accolgono. La nostra è la Regione che ne ha impiegati di più, oltre 2600, attraverso l’accoglienza diffusa, che ci ha permesso di avere piccole comunità in ognuno dei Comuni, ben 82 su 216, che li ospitano. In alcuni Comuni hanno preparato gli orti urbani che poi sono stati consegnati agli anziani, in altri si occupano della pulizia e manutenzione delle aree verdi e così via. Alcuni di loro, infine, grazie ad una collaborazione con la Confartigianato locale, stanno imparando dei mestieri che potranno mettere in pratica qui o nei loro paesi di origine quando saranno in grado di tornare».

Il ministro Alfano dice “Ok, purché facciano volontariato, perché il lavoro va dato prima agli italiani”. È d’accordo?
«Noi non li paghiamo, ogni lavoro è a costo zero per i Comuni, solo la Regione sostiene dei piccoli oneri per gli strumenti che occorrono per lavorare e le assicurazioni. Il miglior modo per non essere un problema per le comunità che li accolgono è proprio quello di rendersi utili facendo volontariato in attività in cui, peraltro, gli italiani non hanno intenzione di cimentarsi».

Il sindaco di Capalbio, Pd, e quello di Bondeno, Lega, su una cosa sono d’accordo: non vogliono i profughi nei loro Comuni. Glielo chiedo da dirigente nazionale del Pd: le sembra accettabile questa posizione?
«Al di là delle appartenenze politiche, il tema è un altro: se tutti ragionassero così non solo non si risolverebbe il problema ma lo si scaricherebbe sugli altri e questo non è giusto. Ma ci vuole buon senso da parte di tutti: nel nostro caso abbiamo fatto un Patto regionale sull’immigrazione con l’Anci, stabilendo quali e quanti Comuni possono accogliere e fissando regole precise».

Per esempio?
«Abbiamo stabilito che i profughi non possono andare in zone sciistiche durante l’inverno e nei comuni turistici di mare in estate per evitare problemi logistici e di ulteriore sovraffollamento. A Lignano, per esempio, ne sono stati accolti circa 100 durante l’inverno in collaborazione con lo stesso Comune».

L’ultima polemica riguarda il burkini. È giusto vietarlo, come è avvenuto sulle coste francesi?
«Capisco la posizione del premier Manuel Valls, sotto pressione per i durissimi attacchi terroristici che hanno colpito il suo Paese, ma non capisco quale paura possa generare una donna vestita al mare. Per me il burkini non è un problema, lo è il burqa, per noi il volto è identità, coprirlo è togliere l’identità ad una donna, mentre impedire di indossare il burkini può di fatto costringere queste donne a rinunciare al mare e a rinchiudersi in casa».

Lunedì vertice di Italia, Germania e Francia a Ventotene. Dal tema dell’immigrazione a quello della crescita in zona Ue. Cosa si aspetta il nostro Paese dall’Europa?
«Intanto che l’Europa torni a fare l’Europa e ad occuparsi dei grandi temi comunitari. Spero che i prossimi mesi siano dedicati a questo, alla costruzione di principi comuni. L’Italia, dal canto suo, si sta conquistando ruoli importanti dopo anni in cui aveva visto minata la sua credibilità internazionale tanto da restare esclusa dai tavoli decisionali. Oggi stiamo stabilmente seduti nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, lo abbiamo visto all’indomani dei fatti di Nizza. Questo è il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi siamo credibili perché stiamo finalmente facendo le riforme nel rispetto delle regole europee a differenza di altri Paesi che hanno abbondantemente superato il rapporto deficit/pil del 3%».

Ma l’Europa adesso guarda al referendum costituzionale. Che succede se vince il No? Addio credibilità?
«Partiamo da cosa succede se vince il Sì. Se gli italiani promuovono il quesito noi portiamo a casa una delle riforme più dibattute e più attese da questo Paese per recuperare competitività, efficienza e semplificazione. Da decenni parliamo della necessità di superare il bicameralismo perfetto: bene, siamo a un passo dall’obiettivo. Come siamo a un passo dalla possibilità di ridurre i costi della politica, di ristabilire chiarezza tra le competenze di Stato e Regioni. La scelta di votare sì non è né personale né di un partito, ma una scelta di merito, non ideologica. Se vince il No ci dimentichiamo le riforme per decenni, come ha detto lo tesso Renato Brunetta. Sa che significa ricominciare da una Bicamerale? Che passano almeno due anni per costituirla. Poi, per iniziare il confronto quanti altri ne passerebbero? Non penso che ci si possa permettere di aspettare così tanto tempo».

L’ex ministro Giovanni Maria Flick non solo ha bocciato la riforma, ma ha aggiunto che ormai è tardi per usare la “scolorina”. Si riferiva al tentativo di spersonalizzare il referendum. Si aspettava una presa di posizione così dura da un ex ministro del governo Prodi?
« Sono molte le persone che si sono schierate per il Sì, a partire recentemente da Arturo Parisi. Noi siamo arrivati a votare queste riforme dopo un lungo percorso, che è stato anche quello dell’Ulivo e del centrosinistra italiano. Adesso è arrivato il momento di portare a casa il risultato, non perché serve a Renzi, ma perché serve al Paese. Apprezzo lo sforzo di tutti coloro che si stanno impegnando per trovare i difetti di questa riforma, tutte le riforme ne hanno, tutte le riforme hanno richiesto degli adattamenti, non esiste la perfezione, ma dovremmo avere l’umiltà di dire “approviamo questa e poi ci si impegnerà per migliorarla se sarà necessario”. Quello che mi stupisce è vedere che molti di coloro che oggi criticano le riforme sono gli stessi che quando erano al governo non sono riusciti a farle o non le hanno ritenute necessarie».

Nel Pd la minoranza continua a chiedere la modifica dell’Italicum altrimenti non voterà la riforma.
«Noi andremo a votare per il referendum costituzionale, non per la legge elettorale che non c’entra nulla. Insistere nel trovare un collegamento diretto tra le due cose ritengo sia un errore. Rispetto alla legge elettorale, tra l’altro, dovremmo interrogarci a sinistra sul perché abbiamo fallito in queste riforme quando eravamo al governo, anche per la fragilità delle maggioranze. Se non altro questa legge elettorale ci dà delle garanzie: sappiamo chi vince il giorno delle elezioni e sappiamo che il governo che si formerà avrà i numeri per poter portare avanti il programma e approvare le riforme. Credo siano principi irrinunciabili».

Quindi non si rimette in discussione l’Italicum?
«La riforma elettorale l’abbiamo fatta. Se ci saranno i numeri in Parlamento per cambiarla non ci sottrarremo al confronto».

(Intervista rilasciata a Maria Zegarelli, pubblicata su L’Unità del 19 agosto 2016)

Ma il Burqa no

donne-con-burqaAgosto è il mese in cui molte notizie hanno la tendenza a diventare ‘tormentoni estivi’ e il caso del burkini ha le caratteristiche per seguire analoga sorte. Il tema, che occupa politica e media in molti Paesi d’Europa, propone tuttavia una serie di interrogativi decisamente seri e meritevoli di essere approfonditi. Ho cercato di dare conto del mio pensiero e della complessità del problema in un’intervista all’Espresso del 17 agosto 2016, il cui testo rendo qui disponibile.

Una spiaggia. Poi un’altra. E un divieto, che diventa polemica. Il divieto che riguarda le donne musulmane che fanno il bagno in “burkini”, costume integrale che copre tutto il corpo. In Francia, il primo ministro Manuel Valls ha difeso la scelta di alcuni amministratori locali di impedire alle donne coperte di andare al mare nelle spiagge pubbliche. In Italia, è corsa a schierarsi la Lega Nord. Ma su l’Espresso, Lorella Zanardo ha sostenuto che vietarlo è un gesto giusto, e di sinistra. Ora risponde Debora Serracchiani, vice presidente nazionale del Pd e governatore del Friuli Venezia Giulia. Dicendo: non è così.

Da donna, lei cosa pensa del burkini? È solo un “costume” come un altro? O è un segno di una cultura che pratica la sottomissione delle donne colpendo anche (e non solo) il loro corpo?

«Fatte le debite proporzioni, vale per me quanto ha detto Popper: “Se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza, e lo stato di diritto”. Bisogna allora capire bene qual è il confine oltre il quale, per affermare i diritti, si deve utilizzare la forza della legge. Secondo me il burkini è ancora dentro i confini»

In Francia, il primo ministro Valls ha dato pieno sostegno agli amministratori locali che hanno deciso di vietarlo in spiaggia.

«Il presidente Hollande invece ha scelto di non parlarne. Ricordiamo che la Francia ha sofferto attacchi sanguinosi e sta vivendo una forte tensione interna, e questo è un dato di fatto che inevitabilmente condiziona il clima politico e dunque anche le dichiarazioni dei vertici di quello Stato»

Ma da amministratore locale, lei lo vieterebbe o no? Pensa che i divieti possano, come dice Alfano, «diventare provocazioni capaci di attirare attentati»?

«Se ci sono leggi da rispettare, vanno fatte rispettare. L’argomento della provocazione e degli attentati mi pare debole, perché in questo modo è come se l’attentato fosse già avvenuto, magari virtuale, nella nostra testa. Premesso che i presidenti di Regione non hanno competenza su questa materia, mi pongo seriamente il problema del burqa che nasconde il volto della donna, piuttosto di quello del burkini. Nella storia della nostra cultura, e quindi in tutto ciò che significa a livello di consapevolezza collettiva, il volto è l’identità della persona, ciò che la rende unica, soggetto riconoscibile da rispettare. Nascondere il volto delle donne confligge con questo sistema valoriale, privandole per l’appunto della caratteristica primaria e irrinunciabile: il loro visibile essere donne»

Lorella Zanardo ha detto a l’Espresso che: “vietarlo è di sinistra”. È d’accordo? Oppure no? In Italia, la posizione delle “sinistre” è stata storicamente contraria a questi divieti, sia del burqa che del costume integrale. Secondo Zanardo però significa patteggiare al ribasso sui diritti delle donne, pur di “non passare per anti-islamici”. Lei cosa ne pensa?

«Sono la prima che non vorrebbe accettare patteggiamenti al ribasso sui diritti delle donne. Ma è per questo motivo che non ho le stesse certezze di Lorella Zanardo. Intanto farei delle distinzioni: burqa e burkini non sono la stessa cosa, neanche concettualmente, e quindi non le metterei sullo stesso piano. Mi chiedo però se quelle donne che oggi in Europa si bagnano così abbigliate, in presenza di un divieto andrebbero in spiaggia con un costume “normale” oppure sarebbero semplicemente private di una forma di socializzazione».

A Trieste è accaduto: donne in burkini fotografate in spiaggia.

«Non è competenza della Regione regolamentare questi ambiti. Occuparsi di ciò che accade intorno a noi, però, è doveroso per chi occupa cariche pubbliche: credo vada fatto sempre senza sottovalutare nulla ma anche senza urlare. Tra l’altro, a riprova di come non si debba essere precipitosi, nello stabilimento balneare di Trieste, del Comune, vige ancora l’antica regola della separazione tra maschi e femmine, che sono divisi da un muro. E i triestini sono gelosi di questa segregazione, che viene vissuta come una forma di libertà»

Come segno di rispetto, lei indossò un velo durante la visita in Iran, causando polemiche. Pensa che quello stesso rispetto debba essere “imposto” anche in Italia al contrario?

«Precisiamo, come segno di rispetto nei confronti di una legge che è in vigore in Iran e che impone il velo. Per questo l’ho indossato. Non mi convince il principio della reciprocità diretta: si può imporre il rispetto dei diritti, non il rispetto dei valori. Non vorrei fare scambio tra una teocrazia, dove una religione e una morale sono legge, e uno Stato laico, dove la legge tutela tutte le religioni e tutti gli stili di vita»

(Intervista rilasciata all’Espresso il 17 agosto 2016)

Vengono da lontano

La-Stampa-logo-Italy Posto di seguito l’intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016, in merito al prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale.
La partita del referendum è così incerta che qualunque arma a disposizione sarà giocata, e avere incassato il placet dell’ideologo dell’Ulivo di sicuro è un buon viatico. Tanto che Debora Serracchiani, vicesegretario Pd, risponde all’appello di Parisi raccogliendo anche l’invito a non derubricare come fallimenti tutti i tentativi fatti dai predecessori di Renzi nelle stagioni dei governi di centrosinistra. Mettendo però i suoi puntini sulle «i», a memoria di tutti quelli, come Bersani e compagni, che chiedono di cambiare l’italicum.

A tre mesi dal gong del referendum, il Pd è quanto mai spaccato. Ieri ci ha provato Parisi a trascinare gli ulivisti verso il sì. Assist benedetto?

«In realtà credo che abbia detto una cosa molto giusta: che le riforme che sta portando avanti il governo Renzi e il Pd vengono da lontano, dalla storia del centrosinistra italiano che è stata la storia dell’Ulivo. Nella tesi n.4 è scritto che il Senato si deve trasformare in camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali. Quindi si sta definendo una riforma che viene da lì, di cui si sente la necessità da tanto tempo».

Ma Parisi ha offerto una sorta di fico d’India, frutto dal sapore dolce ma con tante spine sottili. Cosa dice dell’invito a riconoscere le fatiche di chi è venuto prima?

«Credo in tutta onestà che ci sia una continuità in qualche modo rispetto a quel periodo e soprattutto lo stesso affiato riformatore. Erano gli anni del movimento di Segni, della maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte dei governi. E ritrovo nel periodo attuale e in quello dell’Ulivo la stessa istanza riformatrice. Ma l’Ulivo non riuscì a fare la sintesi su alcune riforme, come quella costituzionale ed elettorale. Erano gli anni in cui in Germania il governo Schroeder fece la riforma del lavoro. Se il Jobs act fosse stato fatto allora chissà che risultati avrebbe dato. E noi nel solco di quella spinta riformatrice ne abbiamo realizzate tante».

I Pacs e i Dico ad esempio sono stati un primo passo verso le unioni civili?

«Sì, se vogliamo anche le unioni civili sono il completamento di un percorso. Due cose allora non erano mature e noi le abbiamo fatte: il Jobs act, che pur con crescita ridotta ha prodotto 600 mila posti di lavoro, e la riforma della pubblica amministrazione, che allora si tentò, ma la sinistra radicale si oppose. Insomma la spinta è la stessa, ma allora alcune cose non si fecero, anche per la stessa compagine che formava l’Ulivo. Lo stesso Italicum è figlio di quella storia un pò fragile: assicura un governo stabile con una sola
maggioranza chiara».

E della critica a rappresentare il passato come sequenza di fallimenti che ne pensa?

«Nel passato non ricordiamo solo dei successi. Chi oggi dà lezioni di riforme istituzionali le ha tentate senza successo e non mi riferisco all’Ulivo, ma ad altri fallimenti. Ad alcuni che oggi pretendono di calarsi nel presente come detentori del sapere, non possiamo non ricordare il loro passato… sono quelli come D’Alema che meno hanno creduto nell’Ulivo».

Secondo lei anche Prodi si pronuncerà prima del voto?

«Non lo so, ma non mi dispiacerebbe se lo facesse, perché pur riconoscendo che è una riforma frutto di un compromesso, siamo coscienti che se cade, il prossimo treno non passerà più per decenni. Su 28 paesi siamo gli unici in cui due camere fanno le stesse cose. E se non si rende il paese più semplice, si forza la mano al governo a puntare sui decreti legge».

Su cosa basate le speranze di vittoria del sì, visto che restano in testa i no in tutti i sondaggi?

«Quando è così elevato il tasso di indecisi non si sa quanto fare affidamento su questi sondaggi. I “no” ci tengono più dei “si” a farsi sentire in questa fase. Ma una campagna nel merito in questi mesi farà la differenza e la gente sarà più attenta al cambiamento di quanto lo sia il ceto politico. Il voto del no è molto gattopardesco, fatto per bloccare per decenni le riforme e creare incertezza e stabilità».

La minoranza Pd non si accontenta della legge sui senatori. Vuole lo scalpo dell’Italicum. Sarà accontentata se vincerà il sì oppure tutto resterà così?

«Sapere chi ha vinto, governabilità e stabilità sono principi irrinunciabili e con l’Italicum sono assicurati. Abbiamo detto che se ci saranno le condizioni e i numeri in parlamento, non ci sottrarremo al dialogo, anche se pare complicato con il Parlamento che abbiamo. In ogni caso, direi che qualunque modello debba in primo luogo garantire una maggioranza autosufficiente e coesa, perché ricordiamo bene cosa portarono all’Ulivo le intese forzate con sinistra radicale e Udeur. Dunque mi auguro che ognuno ricordi quali furono le fatiche e le fragilità determinate in quella stagione dall’assenza di maggioranze stabili».

(Intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016)

Sanità per le persone

mv Posto di seguito l’intervista rilasciata ad Anna Buttazzoni e pubblicata sul Messaggero Veneto di oggi.

Spiegare ai cittadini come funziona la nuova sanità regionale, come incide sulla quotidianità. È una prova supplementare per la presidente Debora Serracchiani e per il centrosinistra. Che finora sono stati impegnati a scrivere leggi, far quadrare bilanci, confrontarsi (e scontrarsi) con i professionisti. Ecco perché scatta la fase due della riforma sanitaria, come la chiama Serracchiani.

«Una fase nella quale andremo sul territorio e organizzeremo assemblee pubbliche per spiegare la riforma, lo sforzo è quello. Perché il cambiamento va accompagnato».

Presidente, i cittadini come toccheranno la riforma?

«Dopo due anni di programmazione, di riconversione degli ospedali e di protocolli firmati, il passaggio che inciderà sulla vita di tutti giorni è l’apertura dei Centri di assistenza primaria (Cap), che saranno operativi per 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì e dalle 8 alle 10 nei sabati e prefestivi. E nei Centri lavoreranno medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti, infermieri, assistenti sociali, amministrativi, così da rappresentare un riferimento sul territorio per i pazienti e le loro famiglie, e ricorrere sempre meno all’ospedale. Nei Cap, inoltre, le cartelle cliniche saranno condivise da tutti i medici per cui quando un paziente andrà al Centro per un’urgenza e non troverà il suo medico, avrà la stessa assistenza e lo stesso aiuto da parte degli altri professionisti. Un Cap a Manzano aprirà a giorni, ma nei prossimi mesi ed entro la metà del 2017 saranno operativi decine di Centri. In alcuni casi i Cap saranno anche all’interno degli ospedali, producendo effetti utilissimi su diagnosi, cura e assistenza dei cittadini, per lo scambio immediato di informazioni tra medici e specialisti dell’ospedale».

Negli ultimi dieci anni la spesa sanitaria è stata in costante crescita e assorbe il 55 per cento del bilancio della Regione (circa 2,5 miliardi). Aumenterete le risorse?

«Abbiamo raggiunto un primo, fondamentale risultato, perché quest’anno siamo riusciti ad azzerare il debito della sanità. Non solo. Abbiamo definito un costo standard per i servizi. Faccio un esempio. Una siringa aveva costi diversi non solo da un’azienda sanitaria all’altra, ma anche da ospedale a ospedale e addirittura, in alcuni casi, da reparto a reparto. Fino all’anno scorso, inoltre, avevamo Aziende sanitarie in utile e questo non era positivo, perché le Aziende non devono fare utile, devono spendere bene tutti i soldi che hanno per i servizi ai cittadini. È possibile utilizzare meglio le risorse che restano circa 2,5 miliardi l’anno senza tagli ai servizi. Inoltre va invertito il rapporto che prevedeva il 55 per cento dei finanziamenti agli ospedali e il 45 al territorio».

Molte Regioni chiedono l’integrazione tra ospedali e aziende territoriali, solo il Fvg ha ottenuto il via libera da Roma. Perchè?

«Quello è probabilmente il futuro e lo abbiamo ottenuto dal Governo perché con costanza, ogni settimana, io o l’assessore Maria Sandra Telesca ne abbiamo spiegato le ragioni a Roma, fino al traguardo».

Trova ancora molte resistenze da parte di chi deve attuare la riforma?

«Dove non ci sono questioni personali in gioco c’è il riconoscimento che questa è una riforma che va nella giusta direzione, perché sono cambiate le esigenze di salute delle persone mentre il nostro sistema era rimasto immutato. Le resistenze, quindi, non sono sistemiche, ma sono spesso individuali. Va anche riconosciuto, però, che abbiamo trovato molto terreno fertile tra i professionisti, consapevoli che il cambiamento è un investimento sulla loro professione e sul futuro della sanità in regione».

Uno degli obiettivi del nuovo Piano dell’emergenza/urgenza è il soccorso con l’elicottero anche la notte (oggi termina alle 20), ma ci sono diversi problemi nelle piazzole di atterraggio, non abilitate. Che tempi vi siete dati?

«Il servizio parte ora a Latisana, ma con il Piano che mancava da vent’anni abbiamo anche aggiunto quattro ambulanze in più in luoghi prima non serviti, che funzionano 24 ore, e due automediche. Oggi inoltre siamo l’unica regione in Italia ad avere online tutta la sanità, dalle visite al sistema dell’emergenza, dalle farmacie alla Guardia medica con l’App “Emergenze Fvg”. E poi sfruttiamo la tecnologia e attraverso appositi tablet abbiamo la possibilità di collegare direttamente all’ospedale di destinazione tutti i parametri del paziente».

Che tempi ci sono per l’eliminazione dei doppioni negli ospedali?

«Abbiamo avviato una fase soft, per cui in certi casi attendiamo che a breve vadano in pensione alcuni primari. Un problema, invece, è legato al fatto che alcuni professionisti non trasmettono le loro competenze ai giovani, cioè non c’è più lo scambio tra maestro e allievo e su questo tutti dovrebbero riflettere».

Il turnover per gli infermieri, invece, sarà sbloccato?

«In queste settimane ho incontrato tutti i dg delle Aziende sanitarie e tutti mi hanno rappresentato un saldo attivo tra i pensionamenti e le assunzioni. Abbiamo appena chiuso il concorso per gli infermieri e pensiamo di avviare nel comparto, intanto per il 2016, complessivamente 200 assunzioni, senza contare che a Udine cercheremo di stabilizzare i tanti precari».

Il Fvg dal 1998 paga da sè la sanità e molti ripetono che ormai non “conviene” più. Nella revisione del patto Padoan-Serracchiani è possibile chiediate allo Stato di trattenere una fetta maggiore di compartecipazioni erariali?

«Ci facciamo carico in prima persona della sanità, ma anche del trasporto pubblico locale e degli enti locali. Dico però che probabilmente i conti andavano fatti meglio nel 1998 perché la nostra realtà non è quella di Trento o Bolzano. Siamo stati l’ultima Regione, in ordine di tempo, a cui è stata concessa la Specialità con la conseguenza che abbiamo ottenuto meno, sia a livello di competenze specifiche che di compartecipazioni economiche, rispetto ad altri. Al di là del passato, però, è evidente come avere un bilancio così fortemente bloccato impedisca alla Regione di investire il denaro in altri campi, ad esempio focalizzandosi sugli investimenti. E in questo senso il superamento del “vecchio” Tondo-Tremonti è stato fondamentale perché ci ha permesso di evitare di versare 300 milioni di euro all’anno nelle casse dello Stato e di poter invece utilizzare questa somma a favore della crescita economica del Fvg. E anzi, se non avessimo fatto la riforma della sanità, presentandoci con i conti in ordine, non potremmo trattare con il Governo come facciamo. Oggi invece possiamo andare a Roma a dire non soltanto che non costiamo nulla al Paese, ma che all’interno del sistema sanità siamo indispensabili».

(Intervista rilasciata ad Anna Buttazzoni pubblicata sul Messaggero Veneto di oggi, 15 agosto 2016)

Garantire la governabilità

logo-la-repubblica Riporto di seguito l’intervista rilasciata ad Andrea Carugati e pubblicata su la Repubblica di oggi, in merito alla discussione sulla legge elettorale.

«L’Italicum garantisce che la sera delle elezioni si sappia chi ha vinto. Il punto per noi irrinunciabile è il principio di avere un vincitore certo. Se qualcuno proporrà un metodo alternativo per centrare lo stesso obiettivo, lo ascolteremo».
Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd e presidente del Friuli, difende l’Italicum anche dal “suggerimento pesante” arrivato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
E lancia la palla nel campo delle opposizioni: «Spetta a loro trovare una condivisione ampia su una proposta alternativa. Il Pd è disponibile a ragionare».

Napolitano suggerisce a Renzi di prendere l’iniziativa, non come premier ma come leader del Pd.

«Dal presidente Napolitano, al momento della sua rielezione nel 2013, abbiamo ricevuto un mandato molto chiaro sulle riforme istituzionali: come Pd abbiamo risposto coi fatti, con una riforma della Costituzione e una legge elettorale, l’ Italicum, che nella sua versione finale è frutto di una collaborazione parlamentare ampia e risponde ai tre criteri guida che ci siamo dati all’inizio della discussione: governabilità, stabilità e rappresentanza».

Vede segnali di una condivisione larga tra le altre forze politiche?

«Non direi. II M5S dice di essere disponibile a ragionare solo sulla propria proposta, il Democratellum; Forza Italia sostiene con Brunetta che non si può discutere fino al referendum d’autunno. Leggo di ipotesi che prevedono i collegi uninominali, di sistema francese e greco. Tutte legittime, per carità. Ma mi pare che non ci siano i numeri».

Infatti l’ex inquilino del Colle vi esorta a prendere l’iniziativa come avete fatto a inizio 2014.

«Se ci saranno ipotesi concrete e realizzabili, fermi i principi che ho ricordato, non ci tireremo indietro»

I maligni sostengono che adesso il Pd voglia disfarsi di una legge che potrebbe favorire il M5s, come a Roma e Torino…

«Non abbiamo nessuna paura di votare con l’Italicum, e infatti non stiamo proponendo alcuna modifica. E poi il movimento di Grillo ha sempre criticato duramente questa legge. Hanno
forse cambiato idea?».

Eppure si coglie un “prima” e un “dopo” rispetto alle comunali. Un Pd meno muscolare…

«Per noi il filo rosso resta sempre quello del sindaco d’Italia, che Renzi ha da tempo indicato come il più efficace, nei Comuni e a livello nazionale».

II Mattarellum può essere una strada percorribile?

«È un contributo utile, come altri. Noto un punto di debolezza
rispetto alla capacità di garantire la certezza di un vincitore
la sera delle elezioni».

La minoranza dem sostiene che occorra fare come in Germania o Spagna, dove il vincitore non ha automaticamente la maggioranza dei seggi.

«Devo ricordare qual è la situazione in Spagna con un sistema
che non offre garanzie sulla governabilità? Se c’è una gara, è necessario sapere chi vince. E’ un principio chiaro che gli elettori capiscono e apprezzano».

(Intervista di Andrea Carugati pubblicata su la Repubblica del 21 luglio 2016)

Una partita da vincere

unità Riporto di seguito l’intervista pubblicata oggi su “l’Unità”, su le amministrative e l’impegno per vincere i ballottaggi.

Debora Serracchiani, il Pd, come ha ammesso Matteo Renzi, non è contento del risultato di questo primo round. Cosa non ha funzionato?

“I cittadini sono stati chiamati a scegliere il loro rappresentante più prossimo, il sindaco, e hanno dato un giudizio sull’amministrazione delle loro città. In molti casi si è trattato di un giudizio positivo, in altri casi non siamo stati in grado di spiegare in maniera efficace le cose fatte e i programmi per il futuro. Nei comuni che vanno al ballottaggio abbiamo due settimane per aggiustare le cose, intensificando il confronto con gli elettori”.

Torino e Bologna vanno al ballottaggio, ma per due sindaci uscenti non ci si aspettava un risultato migliore?

“Amministrare oggi significa operare scelte complesse in una fase di contrazione delle risorse pubbliche. Questa difficoltà e le scelte talvolta non popolari che comporta, unita alla frammentazione di liste e candidature, rendono sempre più rare le affermazioni al primo turno. È un fenomeno che vale a prescindere dall’appartenenza politica. Sono convinta ad esempio che Piero Fassino e Virginio Merola saranno in grado di sfruttare queste due settimane per spiegare il loro operato e le loro idee per il futuro, e che saranno rieletti”.

L’affluenza scende, meno del previsto, ma è comunque un segno meno. Quanto influiscono le divisioni nel centrosinistra e nel centrodestra? Più liste civiche, poi, non se non significa più elettori.

“Il segno meno dell’affluenza non è un buon dato per nessuno, anche se percentuali simili sono la norma in altri Paesi. Si tratta di una tendenza costante degli ultimi anni che si è affermata parallelamente al discredito della politica. Per invertire la rotta non ci sono buone ricette del passato da tirar fuori dai cassetti, ma bisogna sperimentare nuove forme di partecipazione e, soprattutto, ridare dignità alla politica e restituire credibilità alla rappresentanza democratica. Ci sono liste civiche autentiche che intercettano il bisogno di gruppi di cittadini di agire politicamente fuori dai partiti organizzati, e quindi aiutano la partecipazione, e ci sono liste personali o mimetiche che creano sacche di pseudopolitica”.

Roberto Speranza sottolinea come l’alleanza con Verdini sia stata un errore. Ha ragione, alla luce dei dati?

“Il Pd è una forza saldamente di centrosinistra: parlano i fatti. Non abbiamo mai confuso le convergenze parlamentari indispensabili per realizzare le riforme con un’alleanza politica organica con forze di centrodestra. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che la fiducia degli elettori si conquista comunicando idee e realizzando progetti concreti che siano in grado di cambiare la vita delle persone, non facendo operazioni di fantapolitica a tavolino. Se poi ci sono alcune circoscritte situazioni locali, queste non possono assurgere a paradigma nazionale”.

Cuperlo vi rimprovera di aver continuato a definire, durante la campagna elettorale per le amministrative, il referendum la madre di tutte le battaglie.

“Le riforme costituzionali sono l’obiettivo di questa legislatura. Il referendum è il passaggio decisivo per realizzarle e quindi ritengo normale che gli venga data la giusta importanza partendo fin da subito con una campagna elettorale capillare”.

Nelle grandi città, come Roma, Milano, Torino, il Pd a chi deve guardare in vista del ballottaggio?

“Agli elettori. Per riportare al voto chi ci ha dato fiducia, per coinvolgere chi non ha partecipato al primo turno e per convincere, anche chi ha fatto scelte diverse al primo turno, della bontà delle nostre amministrazioni e dei programmi per il futuro delle nostre città”.

Da dove si ricomincia a Napoli?

“E’ necessario ripartire da una nuova classe dirigente, non c’è alternativa. A Napoli e alla sua politica serve trovare l’orgoglio di essere una metropoli europea, che sfrutta le sue enormi potenzialità e dice basta al degrado. In questo senso il ruolo di opposizione cui siamo chiamati sarà un banco di prova importante per cominciare a dimostrare come intendiamo l’amministrazione della città. E’ importante che il segretario nazionale del partito abbia detto chiaramente che intende prendere in mano il “caso Napoli””.

Luigi Di Maio dice che gli italiani vi hanno restituito il «ciaone».

“Con le battute cerca di nascondere la realtà. Nonostante il buon risultato di Roma e Torino nel resto del Paese i M5S confermano una presenza amministrativa sporadica. Anche in questa tornata elettorale, in cui si è votato in 1342 comuni, si sono presentati in 251 e vanno al ballottaggio in 20. E governano, spesso in modo discutibile, in pochissime città”.

(Intervista di Maria Zegarelli pubblicata il 7 giugno 2016 su l’Unità)