Verso il voto

unità Riporto di seguito la mia intervista rilasciata all’Unità, in merito alle prossime elezioni del 5 giugno.

L’obiettivo è quello di volare alti sopra le polemiche, ci sono da vincere le elezioni amministrative e il referendum Impresa complessa nel Pd, ma la vicesegretaria Debora Serracchiani, dice che non c’è altro che si possa fare adesso. «Lavorare sodo da qui al primo turno e poi, dove è necessario ricominciare il giorno dopo per il ballottaggi. Tutti insieme».

Doppia sfida: vincere le amministrative e arrivarci uniti. La domanda è: quale delle due è più ardua?

«Da mesi tutto il partito sta lavorando per vincere queste elezioni amministrative, tutti i dirigenti, dico tutti, sono impegnati sul territorio per far vincere i nostri candidati e riconfermare quelli in carica. Quindi vinceremo entrambe le sfide ».

Il M5s accusa il premier di non essere imparziale, dice che non dovrebbe scendere in campo per i candidati Pd.

«Il M5s è in evidente difficoltà. Dove amministra la situazione è a dir poco complicata e non solo per le vicende giudiziarie che vedono coinvolti i suoi amministratori. Basti ricordare gli esempi dove la difficoltà ad amministrare è manifesta, penso a Livorno, Parma, Bagheria. D’altra parte credo sia davvero fuori luogo la polemica circa la partecipazione del presidente del Consiglio, che è anche segretario del più grande partito italiano, a manifestazioni che in alcuni casi sono istituzionali e in altri elettorali. Siamo in campagna elettorale, è sempre avvenuto, non ci vedo nulla di strano. Piuttosto sono loro ad avere dei problemi dal momento che il loro leader, Beppe Grillo, ha deciso di non metterci la faccia».

In queste elezioni, come in molte altre, saranno gli indecisi a fare la differenza. Quali devono essere le parole d’ordine di questi ultimi giorni per convincerli?

«Prima di tutto dobbiamo spiegare il grande lavoro che stiamo facendo per cambiare il Paese, a partire dalle riforme che riguardano tutti, quelli che non vanno a votare e quelli che vanno. Saranno questi ultimi a poter fare la differenza, noi ce la stiamo mettendo tutta e i risultati stanno arrivando: la flessibilità che l’Europa ci ha riconosciuto; l’attenzione sulla crescita e sul Migration compact; l’autorevolezza che abbiamo riconquistato all’interno delle dinamiche europee e non solo, penso al G7, per esempio. La strada intrapresa è quella giusta, ora i cittadini devono capire che è una missione comune, non soltanto nostra. Tutti insieme possiamo davvero cambiare il Paese e le città dove viviamo ».

Ma i cittadini vogliono servizi efficienti, mezzi pubblici, servizi. Non c’è il rischio che dopo tante delusioni, penso a Roma, prevalga la rabbia?

«Oggi Matteo Renzi è venuto a Trieste (ieri per chi legge) a firmare importante accordo di programma che finalmente apre al mondo il Porto Vecchio, chiuso da vent’anni, con un impegno economico del governo di 50 milioni di euro; Bagnoli è un altro esempio concreto di cambiamento del Paese e di investimento per superare quelli che sono stati grandi problemi occupazionali e ambientali; penso al grande lavoro che ha fatto Fassino a Torino sui temi della cultura e della nuova vocazione della città che si è saputa misurare attorno a sfide nuove, o Bologna impegnata su grandi investimenti e Milano, con tutto il lavoro fatto da Pisapia in questi anni per il rilancio della città e da Sala con Expo. Ecco se guardiamo i fatti concreti ci rendiamo conto che è possibile ripartire, come hanno fatto i nostri amministratori in questi anni. Anche a Roma si può riconquistare la fiducia degli elettori. Roberto Giachetti ha un programma e una squadra seri, che puntano al rilancio della città. Cosa c’è dall’altra parte? Raggi che parla di funivia per superare il traffico o di baratto per le nuove monete? Mi sembra abbastanza fuori dalla realtà».

Lo spettro che continua ad aggirarsi su questa campagna elettorale è il Partito della Nazione che secondo alcuni è sempre più vicino con l’alleanza con Verdini. Non temete che possa danneggiarvi?

«Noi più che dire che non stiamo lavorando al Partito della nazione ma a vincere queste elezioni e poi il referendum, più che dire che queste riforme servono al Paese, non so cosa altro possiamo aggiungere. Se avessimo vinto le elezioni del 2013 avremmo avuto una diversa maggioranza ma la realtà è un’altra e se siamo riusciti a votare la legge sulle unioni civili e la riforma istituzionale è stato anche grazie al voto di altre forze politiche. Quelli che le hanno votate si sono assunti la responsabilità. Di altri, a partire dal M5s, non si può dire».

Berlusconi fissa l’allarme rosso per il governo se il Pd perde le quattro grandi città al voto. Lei si riterrebbe soddisfatta di…?

«Vincerle tutte. Stiamo lavorando per questo, i nostri candidati sono i migliori in campo, con programmi concreti per i territori che vogliono amministrare. Detto questo il governo con l’elezione dei sindaci non c’entra, le due cose sono e devono restare distinte»

(Intervista del 29 maggio 2016 rilasciata all’Unità)

Referendum e buonsenso

Corriere-della-Sera-san-francesco Riporto di seguito la mia intervista rilasciata al Corriere della Sera in merito all’esito del Referendum sulle trivelle di domenica 17 aprile.

Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd,vista l’affluenza, il Pd tira un sospiro di sollievo?
«Abbiamo cercato di spiegare più volte perché ormai il referendum sulle trivellazioni non aveva più alcun senso. Quindi, il risultato è quello che mi aspettavo».

Lei non ha votato.
«No».

Perché avete invitato all’astensione? Il parere dei cittadini non dovrebbe essere sempre importante per un partito come il vostro?
«Noi siamo assolutamente convinti dell’importanza dello strumento referendario, tanto è vero che nella riforma costituzionale lo abbiamo facilitato. È un istituto utile e necessario, però non va strumentalizzato né stravolto nel suo significato».

Si trattava di un quesito tecnico.
«Infatti, troppo tecnico e incomprensibile per i cittadini. L’unico quesito rimasto, perché tutti gli altri, quelli sì importanti, sono già stati superati dalla legge di Stabilità. Per questo abbiamo ritenuto che non ci fosse più materia del contendere. Che fosse una consultazione inutile».

Nel 2012 lei manifestava contro le trivellazioni, e ha sottoscritto un’interrogazione alla Commissione europea per restringerne la possibilità e sancire la necessità di acquisire i pareri dei territori interessati.
«Certo, e confermo la mia contrarietà alle trivellazioni. Ma sono successe delle cose: nel novembre 2014 lo Sblocca Italia ha imposto forti restrizioni rispetto all’impatto ambientale. Restavano ancora troppe possibilità di deroga, perciò abbiamo lavorato con il governo e con i presidenti di Regione. E la legge di Stabilità ha accolto molte loro istanze, come il divieto assoluto di nuove concessioni entro le 12 miglia da terra o nelle aree protette».

Alcuni presidenti di Regione dicono che il governo non li ha ricevuti.
«Personalmente, ho partecipato a diverse riunioni per avvicinare le posizioni di tutti. E ci siamo riusciti, con la legge di Stabilità. Ricordo anche un incontro tra i governatori e il presidente del Consiglio Renzi a Palazzo Chigi».

Perché avete scelto di far fallire questo referendum, invece che prendere una posizione per il «no»?
«Come potevamo dare indicazione di voto su qualcosa di insensato, che non ha significato politico? Comunque, come hanno spiegato persone molto più dotte di me, quali il presidente emerito Giorgio Napolitano, l’astensionismo è legittimo».

Invitare all’astensione non è svilire la partecipazione democratica? Con un costo di 300 milioni di euro, evitabile unendo amministrative e referendum.
«Abbiamo spiegato che motivi tecnici impedivano l’accorpamento. Chi ha voluto trasformare la consultazione in referendum politico si assuma la responsabilità di risultato e costi».

Qualcuno ha annunciato che denuncerà il presidente Renzi per istigazione all’astensionismo, citando una sentenza della Cassazione del 1985.
«Ho letto di tutto e di più. Anche che quelle norme non hanno mai trovato attuazione. Noi ci assumiamo le nostre responsabilità: il referendum non aveva senso e siamo stati coerenti nelle indicazioni. Non come Beppe Grillo, che ha invitato ad andare al seggio anche senza capire. O come il centrodestra che, per storia e politica, è sempre stato favorevole alle trivellazioni e adesso si è espresso contro».

(Articolo del 17 aprile 2016 sul Corriere della Sera)

Inutili spallate

logo-la-repubblica Pubblico di seguito l’intervista che ho rilasciato a Giovanna Casadio per la Repubblica.

ROMA. «È in atto una denigrazione delle istituzioni. Pur di attaccare l’avversario politico, Renzi e i Democratici, si danneggia l’Italia».
Debora Serracchiani è la vice segretaria-portavoce del Pd. Pensa che il governo non esca logorato ma casomai più determinato dall’inchiesta di Potenza, però avverte: «Dare spallate al governo non conviene a nessuno e non credo che l’obiettivo della minoranza dem sia farlo cadere».

Serracchiani, ha visto che su Twitter è comparso un tormentone sulla “povera Guidi” alle prese con in fidanzato? Nella vicenda Tempa Rossa c’è anche un mescolamento di vita privata della ministra e vita pubblica.
«L’inopportunità dei comportamenti non ha genere. Credo che la decisione di Guidi di fare in passo indietro sia stata la più saggia e corretta».

Ma lei non crede che il governo si stia logorando?
«Noi stiamo continuando a lavorare con determinazione e coraggio. Non ci sentiamo in nulla logorati. Ci sono resistenze sulle riforme ma non ci fermiamo. Il governo ha fatto tante cose dalla riforma costituzionale al Jobs Act, dalla anticorruzione alle unioni civili…».

E anche allo “Sblocca Italia” con emendamento presentato, ritirato e poi ricomparso nella legge di Stabilità che ha provocato appunto l’affaire Tempa Rossa. L’inchiesta di Potenza sta mettendo in imbarazzo il Pd?
«Nessun imbarazzo e nessun mistero. Tutto alla luce del sole».

Brutto clima, però?
«Mi colpisce la denigrazione che c’è nei confronti delle istituzioni e del paese, perché siamo tornati ancora una volta a parlare male dell’Italia in nome di strumentalizzazioni politiche, pur di attaccare l’avversario politico».

Circolano molti veleni.
«Un conto sono le frottole dei 5Stelle, altro la realtà. Questo non è il governo delle lobby e dei poteri forti. È il governo che, anche di fronte a comportamenti inopportuni, agisce immediatamente».

È lo stesso ministro Delrio ad avere denunciato un dossieraggio contro di lui.
«Delrio ha presentato un esposto proprio perché deve essere fatta completamente chiarezza».

Nel partito c’è un’offensiva della sinistra dem, con accuse al premier di Bersani, di Cuperlo, di Speranza: parlando di arroganza, di ministeri svuotati. Voi renziani temete spallate?
«Dare spallate al governo non conviene a nessuno e sono certa che farlo cadere non sia l’obiettivo della minoranza. Il Pd va alle amministrative compatto».

Referendum-trivelle e amministrative si stanno trasformando in un voto contro Renzi?
«Qualcuno ci sta provando. Qualcuno sta facendo il possibile per montare politicamente delle consultazioni che hanno altro significato. Ma mi sembra un’operazione disperata. Gli insulti di Grillo sono il segno di una strumentalizzazione politica che non si ferma nemmeno di fronte al capo dello Stato».

Bersani e Prodi andranno a votare al referendum e voteranno no: c’è un nuovo asse anti-Renzi, non solo quello della sinistra ambientalista, ma anche degli “industrialisti” ulivisti?
«Non mi pare un nuovo asse. Mi sarei stupita se Prodi e Bersani avessero rinnegato le loro posizioni in ambito energetico e industriale».

Mettete nel conto che una parte del Pd possa votare no al referendum costituzionale?

«Il referendum costituzionale non è un affare interno al Pd ma una riforma costituzionale, sulla quale sono chiamati a esprimersi gli italiani. E’ una riforma voluta dal Pd e votata in Parlamento dai gruppi del Pd».

(Intervista pubblicata il 10 aprile 2016 su la Repubblica)

Una Regione attrattiva

59794_sedeRegionePiazzaUnitaTrieste Pubblico l’intervista rilasciata al Messaggero Veneto sulle prospettive future del Friuli Venezia Giulia.

UDINE. Un anno. Un anno ancora per vedere gli effetti delle riforme sul Friuli Venezia Giulia. Dalla sanità alle unioni territoriali intercomunali (Uti), passando da Rilancimpresa e dalle politiche per la casa. La presidente Debora Serracchiani vede «tutte le condizioni affinché la regione possa emergere e diventare attrattiva».

E anche, perché no, avanguardia di quel cambiamento capace di migliorare il quotidiano dei cittadini. È la sfida più grande per Serracchiani, il Fvg è la prova politica maestra, da cui passa una parte delle sue ambizioni. Punta su se stessa Serracchiani.

E allora, da numero due nazionale dei democratici, mette le fiches non solo sulla capacità o meno di far risultato con l’azione di governo, ma anche sulla gestione del partito. «Perché il Pd in regione è più coeso rispetto al livello nazionale, si discute, si litiga, i toni sono anche aspri, ma quando la decisione è presa, quella è». Prima bacchettata.

Ne arrivano altre, perché in palio c’è tutta la posta. Se nel 2018 Serracchiani farà un altro giro alla guida della Regione, o guadagnerà un ruolo nel Governo o, ancora, al vertice del partito, oggi non è dato sapere. Se sarà tutto o niente, si vedrà. Serracchiani ha fatto la sua giocata. Su se stessa.

Presidente, al vertice di maggioranza ha chiesto uno slancio su economia e lavoro. Quanto fatto finora non sta dando i risultati sperati?

«No, anzi. Per la prima volta dopo anni sul fronte dell’occupazione la caduta libera è finita e sono positivi i dati su export, produzione industriale, servizi ed edilizia, settore quest’ultimo nel quale piano piano stiamo fermando la picchiata. In Fvg alcuni indicatori sono sotto la media nazionale, ma ci siamo. Ho detto quindi che serve un guizzo, uno sforzo comune per consolidare i dati positivi e trovare misure, convenzionali e non, per rilanciare ancora economia e occupazione».

A quali misure, convenzionali e non, sta pensando?

«Sto dicendo che dobbiamo trovare un sistema per fare in modo di incidere sulla leva fiscale, per far pagare meno tasse in regione. Penso alle aree a burocrazia zero, al punto franco di Trieste e alla fiscalità di vantaggio, strumenti che l’assessore alle Finanze Francesco Peroni sta valutando per capire come intervenire, sfruttando la nostra Autonomia. E poi vanno semplificati i processi amministrativi, altro fronte sul quale stiamo lavorando, perché la burocrazia è un’ulteriore tassazione, indiretta».

Ecco, l’Autonomia. Avete impugnato la legge di Stabilità nazionale. Come dire, Serracchiani contro Matteo Renzi. C’era dell’imbarazzo nel comunicare la decisione?

«Affatto. Ho notato invece distonia nelle opposizioni, che oggi mi dicono: “La Specialità è sotto attacco e il problema è con Roma”. Se non avessi impugnato la legge di Stabilità mi avrebbero detto: “La Specialità è sotto attacco e il problema è con Roma”. Si mettano d’accordo».

Ma quando avete preso la decisione? E perché lei, che ha fatto della comunicazione un must, non lo ha detto?

«Abbiamo approvato la delibera il 25 febbraio e aspettavamo che Sardegna e Trentino completassero il loro iter, perché il ricorso siamo stati i primi a farlo. Poi, avremmo comunicato la notizia insieme, con i colleghi Ugo Rossi e Francesco Pagliaru, ma c’è stata un’incomprensione. Detto questo, è ovvio che il nostro campo di gioco non è il tribunale, ma continuare a lavorare sulla riscrittura dei rapporti finanziari con lo Stato, sull’attuazione dello Statuto nella relazione Stato-Regione e con la Paritetica per i decreti legislativi che passano dal Consiglio dei ministri. E poi abbiamo aperto il tavolo con il ministro Enrico Costa e con il sottosegretario Claudio De Vincenti e c’è già stato un primo incontro con il ministro Pier Carlo Padoan per rivedere il patto che ho siglato con lui».

Ma l’impugnazione ha anche un valore politico?

«Certo. E non farla avrebbe pesato di più».

Sulla riforma delle Uti ha 60 sindaci contro. Avete chiesto loro di ritirare i ricorsi, ma siete disponibili a eliminare la penalizzazione economica (Fondo di perequazione) a chi non darà corso alle Unioni?

«Abbiamo già fatto alcune modifiche alla legge, su minoranze linguistiche e leva finanziaria, e accettato la proposta di Ncd e Autonomia responsabile di aprire un tavolo politico. Tavolo che per noi è molto importante, ma è evidente che non ci si siede lì per chiedere l’abrogazione della legge e l’eliminazione del Fondo di perequazione. Ci si siede al tavolo per confrontarsi e per allargare la condivisione. Ci sono margini di trattativa, ma alcuni paletti restano fissati, e teniamo presente che 136 Comuni hanno detto di sì ».

Quali paletti?

«Bisogna chiedersi non se faremo le Uti, ma come le faremo. Si parte il 15 aprile dalla costituzione delle Uti e possiamo discutere su quali funzioni avviare in forma aggregata e come, per rendere la legge più flessibile. E per ogni Uti ci sarà un tavolo che accompagnerà l’avvio delle Unioni, cui saranno presenti tre funzionari della Regione, uno degli enti locali, uno delle finanze e uno del personale».

Ma perché è importante per i cittadini la riforma delle Uti?

«Perché in un contesto di risorse calanti è fondamentale razionalizzare e riorganizzare i servizi, anche per far risparmiare i cittadini. In Trentino Alto Adige c’erano 223 Comuni, oggi sono 178, in Germania prosegue l’aggregazione dei lander e il 95 per cento delle amministrazioni in Francia sta lavorando in forma aggregata. La strada che abbiamo tracciato è quella giusta. Forse all’inizio ci sarà qualche costo in più di avvio, ma le economie di scala arriveranno e saranno fondamentali».

Perché sul taglio del Punto nascita di Latisana avete atteso la sospensione tecnica del direttore generale (Giovanni Pilati) invece di prendere subito la decisione politica?

«La scelta politica è stata fatta a monte e dice che deve restare un solo Punto nascita tra Palmanova e Latisana. Detto questo, io devo pensare alla sicurezza dei miei cittadini e oggi ci troviamo a gestire due Punti nascita senza il personale sufficiente, personale che devo ringraziare per lo straordinario lavoro che sta facendo. La struttura di Latisana è stata sospesa, come ha fatto il governatore Luca Zaia per Portogruaro, vediamo come andrà il concorso per pediatri il 23 marzo».

Riuscirete a eliminare i doppioni tra reparti ospedalieri e universitari?

«La riforma della sanità prosegue come da programmi. Il protocollo realizzato è un buon lavoro, che ora sarà aperto al confronto, e permetterà, ad esempio, a Trieste di avere una sola ortopedia e una sola chirurgia e a Udine una sola anatomia patologica, una sola maxillo e una sola chirurgia plastica».

Sul nuovo Piano del 118 troverete un accordo con i sindacati?

«Prendo atto che da parte di alcuni c’è la disponibilità al dialogo, da parte di altri no perché c’è un pregiudizio politico. Noi proseguiamo per la nostra strada».

Ritiene di aver fatto qualche errore nel percorso delle riforme?

«Ho avuto la fortuna di poter aggiustare il tiro mentre le facevamo, perché abbiamo lavorato molto e quotidianamente. Certo, ci sono cose che non sono andate come avremmo voluto e forse sposterei qualche tassello, ma non ne eliminerei uno. Sono soddisfatta di quanto fatto finora».

Che Fvg si immagina tra un anno?

«Un Fvg che emerge, che diventa attrattivo, avanguardia per l’Italia, perché abbiamo spazi di manovra importanti, dati dalla nostra Autonomia. Abbiamo un rapporto debito/Pil del 2% e stiamo continuando a tagliare il debito, azione cominciata, gliene va dato atto, dall’ex governatore Renzo Tondo».

Sul fronte del Pd regionale c’è una minoranza che può farle opposizione, come accade a Renzi?

«In Fvg c’è un Pd più coeso che in altre parti, ci sono certo opinioni diverse e anche aspre discussioni, ma poi ci si ritrova attorno alla decisione presa. Le primarie di Trieste lo dimostrano».

Quindi Fvg avanguardia anche per il Pd?

Ride Serracchiani: «Mi pare una buona idea. Le primarie a Trieste e la scelta condivisa del candidato sindaco a Pordenone (Daniela Giust) vanno nella direzione giusta».

(Intervista di Anna Buttazzoni pubblicata sul Messaggero Veneto del 13 marzo 2016)

Sacche di resistenza.

 

Intanto, Debora Serracchiani, vuole subito spiegare come mai le sue posizioni su alcuni temi, vengono percepite dall’opinione pubblica e, forse, anche dagli stessi vertici PD, come una sorta di ‘opposizione interna’? Mi riferisco, ad esempio, alle sue dichiarazioni sulle Primarie pugliesi che ha definito, senza troppi giri di parole, uno sbaglio.
La mia idea del fare politica non si sposa con un concetto obliquo come quello dell’opposizione interna. Sto nel PD perché è il progetto più innovativo che sia apparso nel nostro Paese durante gli ultimi anni, tanto che il Pdl ci ha copiato dal predellino. E’ il partito che assomiglia di più alla mia visione del mondo e delle donne e degli uomini. Le eventuali critiche non sono un modo di prendere le distanze, ma di stare più vicina al partito. Diffido quando mi trovo davanti a un‘adesione acritica, specie tra chi ha responsabilità di direzione.
C’è stato un momento in cui in lei si è visto il volto nuovo della sinistra italiana, punto di riferimento di una politica dalla faccia e dai contenuti politici nuovi individuandola come potenziale leader dell’intero PD, poi un profondo passo indietro, perché? Ordini di scuderia, rispetto delle gerarchie di partito, la scelta di aspettare tempi migliori, o semplice paura del grande salto?
Nessuno mi ha dato, né mi dà, ordini. Sono ancora convinta di quello che ho detto allora: forse sarei andata incontro al desiderio di novità di un certo numero di persone nel PD, ma non avrei fatto un favore al partito. Sarei stata la quarta candidata alle primarie, e dubito che il risultato sarebbe stato ribaltato. Sì, magari avrei potuto farmi la mia correntina… ma non era questo che volevo.
Il voto alle prossime Regionali. Risolta la questione Puglia, sembrano ancora molte le incognite da definire nel PD, soprattutto al Sud. Non le sembra paradossale che, proprio nei territori in cui maggiore dovrebbe essere la presenza di un’alternativa politica riformista e nuova, il PD, come ad esempio per la discussa candidatura in Campania di De Luca, sembra essere ancora legato e relegato a vecchie discussioni di partito?
Voglio pensare che l’assestamento sia ancora in corso, e che la compressione dei tempi tra il congresso e le regionali non abbia per nulla aiutato. Lo dico anche per l’esperienza che sto facendo come segretaria regionale in Friuli Venezia Giulia, dove pure non votiamo: gestire le candidature e la campagna elettorale con gli organi di partito freschi di nomina è impresa durissima. Ciò detto, è anche vero che ci sono sacche di, chiamiamola così, ‘inerzia resistente’ che non bramano l’aria nuova nel PD.
Alla luce di tutto ciò, cosa vuol dire, oggi, dopo le dimissioni di Marrazzo nel Lazio e quelle richieste a più riprese e mai arrivate di Bassolino in Campania, votare PD alla prossima tornata elettorale?
Significa non mollare. Significa voler testimoniare che per questo progetto moderno del PD ci sono più spazi da conquistare che disillusioni da lasciarsi alle spalle. Il fallimento del PD non sarebbe un episodio della politica italiana tra gli altri, ma una vera implosione delle energie innovatrici, un pericolo salto nel buio per la nostra democrazia, che si troverebbe affidata alle forme più deteriori del populismo. Qui non è in gioco la sorte di Marrazzo o Bassolino, ma molto di più.
Il sistema televisivo italiano ha oramai dato l’imprinting e solcato le differenze tra gli “eterni indecisi e sempre divisi politici del PD” e gli “alacri e indaffarati uomini del governo del fare”. E’ ancora possibile risollevare, e come, questa campagna elettorale che in tanti temono si possa concludere con la perdita di molte regioni oggi governate dal PD?
Abbiamo contribuito a trasmettere questa immagine anche con errori di comunicazione non da poco. L’immagine di un partito ripiegato eternamente su se stesso, frammentato e sempre più lontano dal mondo vero, è quella che ci nuoce di più, e talvolta l’immagine riflette una condizione reale. Cambiare si può: però bisogna ascoltare la gente, i nostri pazienti elettori che ci chiedono di assumere un passo diverso, che chiedono a noi di dar loro fiducia.
Il tema degli immigrati e dell’integrazione: una bomba ad orologeria armata da tempo e innescata dalle recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Quale risvolti potrà avere tutto ciò nel corso di questi mesi, soprattutto nelle regioni più ‘sensibili’, vuoi per la presenza di candidati leghisti vuoi perché teatro di scontri tra immigrati e popolazioni locali? Quale la posizione del PD su questo tema così delicato?
La cosa più difficile sarà evitare la strumentalizzazione degli immigrati, in un senso o nell’altro. E siccome la posizione del PD vuole essere di equilibrio, si presta meno a essere strillata. Credo si debba distinguere, e comunicarlo bene, il problema della sicurezza, percepito dai cittadini, da quello dell’integrazione, richiesto dalle imprese. In ogni caso il PD deve stare sull’argomento in prima battuta, non di rimessa, deve farlo proprio, perché altrimenti non convinciamo nessuno.
Dall’immigrazione alla Lega, il passo è breve. Cosa ne pensa, da pura ‘nordista’(!), del sempre crescente potere di veto e della crescente risposta elettorale della Lega Nord? Quali risvolti può avere, l’ascesa di questo partito nella cosiddetta ‘questione settentrionale’?
Questo è l’altro grande problema con cui la politica nazionale del PD dovrebbe fare urgentemente i conti, e invece siamo in ritardo. Non vorrei che quando avremo capito che la Lega non è affatto un fenomeno territoriale e transitorio, il danno ormai sarà stato fatto. Temo che a Roma e nel resto d’Italia non si percepisca la portata ideologica del fenomeno Lega, un partito di destra che governa in molti enti locali e che sta diventando maggioranza relativa nelle regioni più sviluppate del nord. Che stiamo facendo per reinsediarci al nord? Assai poco…
La Giustizia. Le ultime leggi in discussione al Parlamento rischiano di smantellare l’intero sistema giudiziario facendo saltare processi e impedendo alla Magistratura di svolgere il suo ruolo. Sente anche lei il pericolo di una deriva sociale sotto l’impulso di questa pseudo riforma della Giustizia che, tra gli altri, ha anche il compito di distrarre l’opinione pubblica dal dovere che il Governo ha di ricercare soluzioni ai problemi sociali acutizzati dalla crisi economica?
La giustizia è l’altra faccia dell’accordo di potere tra la Lega e Berlusconi su cui si regge il Governo. Più che per una possibile deriva sociale, sono preoccupata per l’assenza di una vera guida del Paese. Abbiamo un premier che è condannato a stare al potere per schivare i guai che gli potrebbero capitare non appena lascia la presa, e questa è una situazione anormale e pericolosa. Tutto discende da questo primo movente, che condiziona l’attività del Governo e delle Camere, e che umilia anche le intelligenze di chi sta dall’altra parte e vorrebbe fare politica davvero. Il malessere di Fini è un sintomo chiaro.

(Intervista rilasciata a Vincenzo Schinella,  per corriereweb.net, 11 febbraio 2010)

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