Non solo art.18 ma salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello

dl-lavoro-cosa-prevede-250x120La mia intervista rilasciata a Umberto Rosso e pubblicata su La Repubblica

«Sul Jobs Act siamo arrivati al dunque, alla fine del processo. Sui temi del lavoro abbiamo discusso a lungo, e la direzione del partito ha raggiunto un punto di equilibrio. Che adesso va rispettato».

Presidente Serracchiani, in aula i parlamentari della minoranza del partito dovranno adeguarsi alla mozione della direzione?

«È passata con l’80 per cento dei voti. Continueremo a confrontarci fino all’ultimo minuto utile, il ministro Poletti sta lavorando a definire nei dettagli la tipologia dei licenziamenti disciplinari da tutelare nell’articolo 18. Ma alla fine bisogna votare in base alla volontà della stragrande maggioranza del Pd.

Nessuna apertura alle richieste della minoranza?

«Oltre a tenere fermo il reintegro per i licenziamenti discriminatori, si stanno definendo le forme di licenziamenti disciplinari da inserire nella tutela. Per esempio quelle più border line, mettiamo un lavoratore accusato di furto che poi si dimostri infondata».

Ma per i licenziamenti di natura economica?

«Come già deciso, non è previsto il reintegro».

Al Senato avete numeri stretti. Teme che il Pd possa dividersi sul Jobs Act?

«Io credo che un pezzo della minoranza, i giovani turchi e la sinistra dem che già in direzione, in parte, si erano astenuti, alla fine voteranno sì rispetteranno cosi il voto della direzione del partito. Sono molto fiduciosa perciò, mettendo pure nel conto il voto contrario di Fassina, piuttosto che di Damiamo o Civati.

E se arriva il soccorso azzurro di Forza Italia?

«Porte aperte, non ne faccio una questione di colore o politica. Se qualcuno prende atto che il Jobs Act è un passo avanti importante per il nostro paese, ben venga. Forza Italia come il Nuovo centrodestra o i grillini».

Non c’è il rischio di un cambio di maggioranza?

«Nient’affatto, se si tratta di voti aggiuntivi, e su un singolo provvedimento. Sempre che arrivino, questi voti ».

E se invece il Pd dovesse andare sotto in aula?

«Sarebbe un fallimento, e non solo per noi ma per il paese intero».

Ma il Pd non ha intenzione di porre la fiducia sul Jobs Act?

«Lo deciderà il governo, insieme ai gruppi parlamentari di maggioranza, nei prossimi giorni».

Il ministro Poletti vuol presentarsi mercoledì al vertice europeo già con intasca un via libera sull’articolo 18.

«L’Italia ha presounaposizione diversarispetto alla Francia, abbiamo detto che comunque rispetteremo il vincolo del 3 per cento, pur mettendo in discussione il pareggio di bilancio. Però davanti al Consiglio europeo, alla Commissione, agli organismi di Bruxelles, non c’è più spazio per il piccolo cabotaggio: dobbiamo volare alto».

Che vuol dire?

«Che da Juncker vogliamo sapere come e dove intende investire i 300 miliardi previsti ma, per farlo dobbiamo presentarci con tutte le carte in regola sulle riforme».

Ovvero con la cancellazione dell’articolo 18?

«Abbiamo già approvato in prima lettura la riforma del Senato e del titolo V, un pezzo della riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, e stiamo ridisegnando il sistema lavoro con un meccanismo a tutele crescenti. Mantenendo la difesa dei licenziamenti per motivi discriminatori e per alcuni tipologie di licenziamenti disciplinari, che si stanno appunto definendo nel dettaglio della legge delega».

Bisognerà convincere i sindacati, che Renzi incontra domani, in primo luogo la Cgil che resta assolutamente contraria e accusa il governo di attaccarla.

«L’apertura da parte del governo di un confronto che ruota su salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello, penso dimostri il contrario».

Siamo qui per cambiare le cose e vogliamo farlo davvero

imageLa mia intervista rilasciata a Giovanna Casadio e pubblicata su La Repubblica del 22 settembre 2014

«Le critiche più accese vengono proprio da chi in passato – D’Alema, Bersani, Chiti – diceva che bisognava cambiare superando l’articolo 18. Ho come la sensazione che qualcuno voglia strumentalizzareil tema del lavoro per una resa dei conti nel Pd». Debora Serracchiani, vice segretario dem, contrattacca: «Andranno rispettate le decisioni della direzione perché siamo un partito non una ditta né una bocciofila».

Serracchiani, più che una discussione sul lavoro è uno scontro politico senza quartiere?

«Sicuramente dobbiamo abbassare i toni. Però è anche il momento di fare chiarezza: noi siamo qui per cambiare le cose e vogliamo farlo davvero perché siamo convinti che per troppo tempo abbiamo giocato in difesa e accettato disuguaglianze intollerabili».

Non siete però disposti a riconoscere le ragioni del sindacato e della minoranza dem?

«Prima che partisse lo scontro era già stata fissata la direzione del 29 settembre su questi temi. C’è la voglia di confrontarsi senza pregiudizi».

Ma si va avanti sull’articolo 18 anche a costo di una scissione con la minoranza del partito?

«Non abbiamo interesse a nulla di tutto questo. Vogliamo un confronto in direzione anche aspro, ma poi vanno rispettate le decisioni assunte dalla maggioranza del partito. A chi dice di dovere rispondere ai propri elettori e non agli organismi del partito ricordo che è stato eletto con e grazie al Pd».

Però neppure irenziani votarono Franco Marini al Quirinale, benché fosse una decisione del partito.

«Su Marini si riunirono i gruppi parlamentari ma si trattava di una decisione su una persona assunta in una situazione a dir poco complessa. Decidere di cambiare il sistema del lavoro è una scelta politica, compete alla direzione del partito».

Un po’ troppo autoritario l’attacco di Renzi alla “vecchia guardia” con una lettera ai militanti?

«L’ho apprezzato molto, perché questa discussione non deve appartenere ai vertici ma coinvolgere tutti gli iscritti e i circoli. Darottamare non sono le persone ma le corporazioni, i tabù, i poteri che hanno tenuto questo paese con la testa sott’acqua».

Volete cacciare la minoranza dal partito?

«No, bisogna dire con nettezza che viviamo in un paese in cui pochi hanno tutto e molti non hanno nulla. È arrivato il momento di scardinare questo sistema. Naturalmente discutendo con i sindacati, con la sinistra dem. Ma siamo determinati ad andare fino in fondo».

A qualunque prezzo?

«Non possiamo più perdere tempo. Alla minoranza, ad alcuni della vecchia guardia dico che non possono frenare quei cambiamenti che avrebbero voluto fare e non ci sono riusciti e ora non va bene perché è Renzi a farli».

Forza Italia è disposta avotare il JobsAct. Si va verso più larghe intese?

«Il governo è quello della maggioranza attuale. Non abbiamo bisogno dei forzisti per fare le riforme del lavoro ed economiche. Però se ci fosse sul lavoro una larga condivisione ben venga».

L’articolo 18 sarà abolito?

«Nessuno lo mette in discussione nei casi di discriminazione, ma non è possibile che una generazione conservi privilegi e quella più giovane non abbia diritti».

La concertazione deve cambiare non sarà un autunno di scioperi

29295_1serracchianiCategorieEconomiche28ott13Vi segnalo la mia intervista rilasciata a Mario Ajello e pubblicata su Il Messaggero del 26 agosto 2014

Presidente Serracchiani, siete pronti all’autunno caldo?

«Sarà un autunno molto impegnativo. Fin dall’insediamento del governo, si è lavorato per produrre provvedimenti molto significativi in favore del cambiamento del Paese. E oltre alle riforme istituzionali e all’iniziativa fiscale, che significano gli 80 euro ma anche i tagli all’Irap e alle bollette energetiche, abbiamo impostato riforme come la Sblocca Italia e la riforma della giustizia e tracciato le linee guida sulla scuola».

E ora non teme di essere sbranati?

«Abbiamo chiara la necessità della condivisione e l’opportunità di acquisire contributi dalle cosiddette parti sociali. Ma sono cambiati i tempi e i modi».

Cioè?

«Spesso all’idea della concertazione viene accompagnata l’idea dei tempi lunghi. Ma ormai abbiamo capito che il Paese non ha più tempo. Per quanto riguarda i modi, serve il dialogo tra parti ma occorre anche la capacità di dialogare in maniera diffusa con i cittadini, con i sindaci, con chiunque sia interessato alla riforma in discussione. Non solo i soliti tavoli cui siamo abituati, ma anche forme diverse di partecipazione: cioè mail, forum, incontri sui territori, conferenze stampa in cui si illustrano le linee guida e si richiedono contributi in vista della stesura vera e propria del singolo provvedimento. Altra innova zione è la capacità di decidere».

Dal discussionismo al decisionismo?

«Tutti, e non solo il governo ma anche i sindacati e gli altri, devono farsi carico dei tempi, dei modi e della capacità della decisione. La vecchia concertazione, appunto, è vecchia. E non torna utile in questo contesto in cui tutto cambia velocemente».

E se vi scatenano uno sciopero generale?

«Io sono convinta che il sindacato, pur criticando legittimamente certe scelte del governo, ormai abbia compreso quanto questo sia il tempo dell’azione. Io mi auguro che questo sarà il tempo non dello sciopero ma del confronto anche aspro sui tanti temi messi in agenda dall’esecutivo».

In politica estera, a che punto è la candidatura della Mogherini alla Ue?

«Ci sono ottime possibilità che ce la faccia».

E la Serracchiani va alla Farnesina?

«Questo è solo gossip. Io resto dove sto, in Friuli Venezia Giulia e al Nazareno».

Rimpasto?

«Il presidente del Consiglio farà le scelte che ritiene necessarie».

Sulla riforma della giustizia rivedremo la solita guerra di religione?

«Anche tra i magistrati c’è ormai la consapevolezza che sia necessario fare degli interventi. Penso sia stato apprezzato il fatto che il governo, con le linee guida, ha annunciato di voler fare un intervento organico e non solo sulla giustizia penale. Il problema è che questo è un Paese in cui, se è vero che esiste tanta gente che vuole cambiare le cose, c’è tanta gente che sta bene come sta».

Si riferisce ai magistrati?

«Parlo in generale. La sfida del cambiamento l’Italia ancora non l’ha accettata. Questo governo sta investendo sulla necessità che il Paese condivida la sfida culturale del cambiamento».

Il Pd sulla giustizia è diviso. Come farete?

«Il nostro partito ha dimostrato una certa maturazione nell’affrontare temi anche molto delicati e divisivi, come la riforma istituzionale, e si accinge a mostrare lo steso spirito anche sulla riforma della giustizia. Il lavoro che produrrà nei prossimo giorni il ministro Orlando è anche il frutto di punti di equilibrio raggiunti all’interno del partito e su cui il ministro ha lavorato fin da quando era responsabile giustizia del Pd».

Ma è vero o no che nel Pd in tanti aspettano speranzosi che Renzi scivoli?

«Non è così. Soprattutto dopo il voto delle Europee. Non mi riferisco alla percentuale ottenuta dal partito di Renzi ma alla grande responsabilità che questo voto ha dato a tutto il partito democratico. Quella di essere l’unica opportunità per il Paese. Di fronte a questo, i giochini interni non possono avere spazio».

Sono tempi in cui è meglio se in politica si è coesi

imagesVi segnalo l’intervista rilasciata a Claudio Marincola e pubblicata su Il Messaggero

Forza Italia e Nuovo centrodestra – normalmente – se le dicono di tutti i colori ma sulla soppressione dell’art. 18 fanno fronte comune. Un pezzo del governo e un pezzo dell’opposizione spingono per la rimozione del vecchio Totem. Chiedere ai dem di esprimersi in modo corale non è mai semplicissimo. Debora Serracchiani, govematrice del Friuli Venezia Giulia è la portavoce del partito democratico.

Presidente Serracchiani come stanno le cose?

«Il centrodestra ha avuto in passato più di un’occasione per intervenire in materia di lavoro e ha sempre affrontato la questione dal verso sbagliato. Noi abbiamo molto a cuore il problema, sappiamo che bisogna creare nuovi posti di lavoro in un mercato asfittico. Dinanzi a questa fondamentale esigenza possiamo seguire due strade: occuparci delle cose che non ci servono, come, appunto, l’art. 18 o fare quello che serve al Paese, rimettere in movimento il mercato e partire con il nostro job act».

In Europa la flessibilità è già un dato di fatto: Alfano propone di abolire l’art. 18 per le nuove assunzioni.

«Noi non dobbiamo fare guerre ideologiche o mettere bandierine ma è una proposta che dobbiamo valutare e affrontare. La legge delega sul lavoro andrà avanti. Si può immaginare che in quel contesto si parli anche di questo. Quello che comunque va fatto è inserire l’art. 18 in un piano di riforme più ampio che ri guardi anche la giustizia. Se i tempi della giustizia restano questi l’art. 18 non è più una tutela per nessuno».

Come govematrice del Friuli Venezia Giulia lei si è trovata sotto pressione sulla questione della fecondazione eterologa.

«In questi giorni è un fatto comune a tutte le regioni. In questo momento abbiamo ritenuto di attenerci alle posizioni espresse dal coordinatore dei presidenti delle Regioni Chiamparino, dunque evitare le accelerazioni e chiedere al governo e al Parlamento di dettare le linee guida. Abbiamo un servizio sanitario nazionale e 20 regioni. Su una questione del genere non possiamo prendere 20 posizioni diverse. Tanto più che c’è un tema da affrontare in via preliminare: capire se l’eterologa può rientrare dentro i livelli di assistenza minimi».

Lei ha capito se il premier Renzi è favorevole o contrario?

«Tutte le volte che abbiamo affrontato il tema mi è sembrato che l’atteggiamento del presidente del Consiglio fosse laico. In tutte le discussioni ha sempre detto che sui temi etici a pronunciarsi deve essere il Parlamento».

Non è pilatesco?

«Il contrario. Su molte questioni stiamo dando il ritmo al Parlamento. Ma ci sono temi su cui deve prevalere il metodo. L’eterologa è uno di questi. È importante che ora da parte del Parlamento ci sia sollecitudine».

Ammetta che sui diritti di terza generazione spesso a decidere sono i tribunali.

«Purtroppo è vero. Ma confido nella maturità di questo Parlamento e sulla capacità di dare risposte».

I dati sulla crisi sono duri da incassare. Forza Italia non sta infierendo…

«Abbiamo detto con chiarezza che sulle riforme istituzionali si poteva fare un percorso comune. Ma sui temi economici c’è una strada che il presidente del Consiglio sta costruendo. Non abbiamo nessun impegno con Forza Italia, abbiamo le mani libere. E’ vero però che la crisi ci obbliga a dare delle priorità. Se ci sarà coesione con le opposizioni accoglieremo questo clima ben volentieri. Sono tempi in cui è meglio se in politica si è coesi».

L’immigrazione è da tempo l’emergenza delle emergenze. C’è chi propone di mandare i soldati in Libia

«Ogni possibile azione è resa difficile dall’assenza di interlocutori. In Libia se andassimo ora con chi andremmo a parlare? Non si può mandare un esercito se non c’è un governo o un interlocutore con cui dialogare».

La Rai ha presentato un piano di riorganizzazione. Lei cosa ne pensa?

«Un piano per essere tale non può occuparsi solo di riqualificare la spesa, deve occuparsi anche di contenuti. Mi piacerebbe che la Rai oltre all’accorpamento dei Tg si occupasse anche di educazione e cultura».

Il futuro è più innovazione e qualità del lavoro

l43-electrolux-120723193901_mediumQuello raggiunto in sede ministeriale sulla Electrolux è un accordo di straordinaria importanza, perché consente di mantenere la produzione in tutti e quattro gli stabilimenti che la multinazionale ha in Italia, salvaguardando l’occupazione e il salario dei lavoratori.

Un risultato tanto più importante se consideriamo il momento in cui la situazione di crisi si è manifestata in tutta la sua evidenza. Risale infatti solo a pochi mesi fa l’apertura della procedura di investigazione avviata dall’Electrolux sui suoi stabilimenti presenti in Italia, la cui conclusione possibile era l’abbandono definitivo degli interessi dell’azienda nel nostro Paese. In ogni caso, anche le prospettive meno catastrofiche, vedevano comunque la sede di Porcia in Friuli Venezia Giulia come quella maggiormente esposta al rischio chiusura.

Ma queste considerazioni, pur rilevanti, non colgono ancora il senso vero dell’accordo, che va oltre il caso specifico e pur significativo di una singola azienda, la Electrolux, e di un singolo comparto, quello degli elettrodomestici. L’accordo raggiunto tra azienda e sindacati, con l’intervento del Governo e delle Regioni interessate, dimostra infatti che fare industria in Italia si può, indica una strada concreta per rilanciare la competitività territoriale nel manifatturiero nazionale, che è e deve restare uno dei nostri punti di forza.

Accanto agli interventi del Governo – riduzione dell’Irap, decontribuzione dei contratti di solidarietà, deroghe mirate sulla disciplina degli aiuti di Stato – un apporto determinante è arrivato dalle Regioni.

In Friuli Venezia Giulia i provvedimenti per garantire il mantenimento della produzione alla Electrolux di Porcia, sono stati inseriti in un “pacchetto” di misure di più ampia portata, che abbiamo cominciato a studiare sin dall’insediamento della nuova Amministrazione, nell’estate nello scorso anno, e che diventeranno adesso legge regionale.

Siamo di fronte a un vero e proprio Piano di sviluppo del settore industriale, che abbiamo voluto chiamare in modo significativo “FVG Rilancimpresa”, con una dotazione finanziaria di 98 milioni di euro, tra fondi regionali ed europei. Quattro sono le leve principali che abbiamo indicato per rilanciare la competitività territoriale del Friuli Venezia Giulia: i costi dell’energia, le politiche del lavoro e la formazione, il fisco e la semplificazione burocratica, la ricerca e l’innovazione. Misure specifiche sono state espressamente previste per riqualificare l’indotto, nella consapevolezza che esso costituisce un elemento essenziale per rendere attrattivo un territorio.

Una riflessione aggiuntiva si impone. La crisi Electrolux così come quella Ideal Standard, per rimanere nell’ambito delle multinazionali, ma anche altre situazioni di crisi, non possono essere considerati quasi fulmini a ciel sereno che ci colgono di sorpresa. Sono l’esito di un progressivo deteriorarsi delle condizioni di attrattivita’ del territorio nazionale, che si è estesa anche ad aree tradizionalmente ad alta vocazione industriale. Dobbiamo riconoscere che i segni erano visibili, ma che bisognava avere la volontà politica di interpretarli e di porre mano ai rimedi.
Quando assistiamo al drastico tracollo degli investimenti stranieri in Italia, e al contemporaneo stillicidio delle aziende italiane che delocalizzano del tutto o in parte in Paesi dove i costi diretti e i regimi fiscali sono favorevoli.

E’ allora chiaro che l’Italia non può pensare di ritrovare la competitività attraverso la compressione dei salari dei lavoratori, agendo cioè solo sull’unica variabile del costo del lavoro, che tra l’altro costituisce una frazione dei costi complessivi sostenuti da un’impresa.
L’Italia deve invece puntare sulle sue straordinarie risorse, in termini di tradizione manifatturiera, di alta qualificazione della manodopera, di presenza diffusa di competenze nelle Università e nei centri di ricerca, per accrescere la produttività e il contenuto di innovazione dei prodotti. Occorre poi un forte e autentico processo di disboscamento dei lacci burocratici, che rappresentano sia un fattore disincentivante sia una sorta di aggiuntiva tassa occulta.

L’accordo Electrolux dimostra che è possibile inaugurare una nuova epoca in cui la politica industriale si pone al centro degli interessi del Governo nazionale e delle Amministrazioni regionali, che possono fare sinergia e programmare le azioni di crescita più appropriate ai territori. In questo caso si è trattato di fronteggiare un’emergenza, ma questo schema d’azione potrebbe e dovrebbe porsi anche in termini propositivi, ad esempio lavorando assieme per far crescere i settori e le filiere che oggi riescono a stare sul mercato, ma che potrebbero fare di più e meglio.

Non è facile, soprattutto perché si tratta di mutare completamente un approccio ai problemi, pensando più ad anticipare gli scenari che a rincorrere i problemi.
Insomma, bisogna rompere schemi, attitudini mentali e prassi che hanno dimostrato di non funzionare. Bisogna, in generale, avere il coraggio di cambiare.

Articolo pubblicato su Nuovi Lavori

Priorità a lavoro e sanità per rialzare la testa

Debora-130x60Vi segnalo la mia intervista rilasciata a Marco Ballico e pubblicata su Il Piccolo

Un anno speciale. «Di successi, ma anche di grandi responsabilità», aggiunge lei per chiarire che non ci sono solo onori, prime pagine, ospitate in tv. Pronta a un capodanno in famiglia, a Udine, Debora Serracchiani, prima del possibile (probabile?) decollo in orbita nazionale, pensa appunto alle responsabilità da presidente del Friuli Venezia Giulia.

In agenda due priorità: sanità e lavoro.

Intanto, i buoni auspici: «Auguro a tutti, cittadini, famiglie e imprese, un 2014 davvero sereno. E al Friuli Venezia Giulia di rialzare la testa, di tornare ad essere protagonista, di affrontare la crisi con determinazione e superarla».

Il Friuli Venezia Giulia non lo potrà fare da solo. Preoccupata dalle perduranti fibrillazioni romane?

Sì. La nuova segreteria nazionale del Pd è stata impostata su un piano completamente diverso: quello della trattativa sul programma. E invece c’è chi chiede il rimpasto. Non Matteo Renzi. Credo che queste voci siano il risultato di tensioni all’interno del governo.

Soprattutto dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi e delle conseguenti spaccature nel centrodestra. È la vecchia politica?

Distinguerei tra le tensioni della vecchia politica e quelle della nuova, che pretende azioni positive.

Concretamente?

Ci si deve mettere a un tavolo e fare emergere le proposte per il governo.

Resta convinta che si debba andare al voto nel 2015?

Se il governo delle larghe intese si impegna su un cronoprogramma chiaro e porta avanti le cose, senz’altro sì. Se invece non si procede, saremo obbligati a rivedere, assieme agli italiani, le nostre posizioni.

Renzi ha avviato peraltro un pressing anticipato. Non ha l’impressione che miri al tornaconto personale?

No. Lo fa perché si rende conto che, dopo averne perse troppe, rischiamo di non cogliere più le occasioni. Il tempo sta scadendo. Come dice spesso proprio Matteo: se non le facciamo, ci portano via.

Responsabile di questi ritardi è anche Enrico Letta?

Il premier è rimasto vittima della composizione a freddo di un governo nato senza una base programmatica e di un parlamento frammentato e ancora ostaggio delle vecchie e pesanti figure del passato, Berlusconi su tutti. Ma era in un contesto difficilissimo, gli va riconosciuto il coraggio della responsabilità.

Ci deve ora mettere del suo?

Gli alibi sono finiti. Si deve accelerare, vanno portate a casa al più presto la legge elettorale e le riforme costituzionali, con l’abolizione del Senato e il dimezzamento dei parlamentari, il superamento definitivo delle Province e la redistribuzione delle competenze. Serve anche un grande piano sul lavoro.

Fa un po’ il “furbo”, Letta, quando parla di riduzione delle tasse grazie solo alla sospensione dell’imposta sulla casa?

Non è furbizia, è la constatazione di chi ce la sta mettendo tutta e pensa legittimamente di aver fatto meglio di altri almeno in alcuni settori. Ma non si può non evidenziare che la legge di Stabilità è debole e di poco respiro.

Manca di coraggio?

Sì, il coraggio che chiede Renzi.

Riassumendo, lei sta molto più con Renzi che con Letta?

Sto dalla parte di chi vuole vedere cambiare le cose perché così non andiamo più avanti. Da amministratore chiedo per esempio che sia rivisto il patto di stabilità interno. Altrimenti, un altro anno come il 2013, non lo reggiamo. E parlo da un territorio virtuoso, che ha sempre cercato di spendere bene, che ha colto i momenti in cui investire e in cui, invece, tirare la cinghia. Se ne dovrebbe parlare in primis con l’Europa. Se ne parli. Crediamo nell’Europa, ma va instaurato un rapporto diverso.

È il dna democristiano che zavorra Letta?

Non mi pare persona cui attribuire un’etichetta.

Se tra qualche mese Renzi la chiama al governo, lei che fa?

Sto governando la Regione Fvg mettendoci impegno, tempo ed energie. Saggio affrontare un problema alla volta.

Ha parlato di riconvertire gli ospedali regionali ed è stata accusata, lei pure, di poco coraggio. Che ne pensa?

Abbiamo eredito l’immobilismo degli anni della crisi. Penso, in tema sanitario, alla mancata applicazione del decreto Balduzzi e ai non interventi sulla rete ospedaliera pur di fronte a una Corte dei conti che segnala come la sanità Fvg costa il 20% in più della media nazionale. Non so quanto coraggio ci serva, ma siamo arrivati al punto di dover fare le cose e non solo annunciarle.

Farle anche in modo impopolare?

Sì, ma in questa fase ci pare opportuno non chiudere ma riconvertire profondamente, e cioè ridurre posti per gli acuti e aumentare quelli per la riabilitazione, eliminare i doppioni, creare nuove specializzazioni, diventare più efficienti spendendo di meno. Il secondo grande filone sarà quello del lavoro: la crisi ci impone di intervenire con forza.

Il caso Ater. Il centrodestra vi accusa di «killeraggio politico».

Non ci appartiene. Le persone ritenute competenti le abbiamo confermate, in altri casi, senza furore politico, abbiamo scelto. Puntiamo a una vera riforma delle Ater, raccogliendo tra l’altro esigenze urgenti provenienti dai vertici aziendali che ci segnalavano come la legge Tondo-Riccardi avrebbe impedito il regolare funzionamento del sistema.

A Mediocredito Fvg spendete più di prima optando per la professionalità della professoressa Compagno. Nel turismo il bando per la promozione quinquennale viene vinto da un progetto al ribasso. Una contraddizione?

Due cose diverse. Una è una banca fondamentale per il sistema finanziario regionale, l’altro è un progetto turistico. L’assegnazione alla società di Ejarque, non mia ma di una regolare commissione, arriva al termine di un percorso pubblico e trasparente.

Il direttore generale della Regione arriverà nei primi mesi del 2014, conferma?

Sto facendo le ultime valutazioni.

Dopo aver ricevuto qualche rifiuto. Quanti manager sta valutando?

Di quelli utili, conto almeno 200 curriculum. Non solo dalla regione.

Nelle nomine, da Del Fabbro a Castagna, è andata sull’usato sicuro. Come mai?

Ho individuato persone con competenze, conoscenze, capacità e, soprattutto, voglia di cambiare le cose.

Il nuovo piano finanziario di Autovie Venete prevede aumenti in linea con quelli degli ultimi anni, vale a dire tra il 12 e il 13%?

Il piano conterrà un aggiornamento del costo finale della terza corsia, ma non potrà non tener conto delle tariffe. Anche perché il traffico sta diminuendo.

Forse perché le tariffe sono troppo alte?

È un circolo vizioso. Ma anche in altre autostrade si soffre un calo.

L’aggiornamento del costo dell’opera sarà all’insù rispetto ai previsti 2,3 miliardi?

Contiamo che sia all’ingiù. Per la lottizzazione diversa rispetto al 2009, per la revisione di alcuni interventi tecnici, per le risorse previste dallo Stato. La quota in bancabilità sarà ridotta.

Si imputa un errore in questi mesi?

Più che altro mi dispiace non avere ancora portato a casa l’abolizione del ticket da 10 euro. Abbiamo scontato numeri ministeriali diversi da quelli che abbiamo trovato. Ma ce la faremo.

Il prossimo segretario del Pd Fvg dovrà essere un quarantenne?

Non ne faccio una questione di carta d’identità. Servirà un segretario consapevole della responsabilità e del ruolo in un partito che può pesare molto in regione e a Roma.

La politica regionale che vorrei: welfare, lavoro, formazione

formazione L’attuale governo regionale ha smantellato il precedente sistema del welfare. Ora migliaia di persone e famiglie in difficoltà vengono abbandonate unicamente alle cure del mondo della solidarietà e degli enti locali, questi ultimi ulteriormente messi in difficoltà dalla riduzione di trasferimenti di risorse da parte della regione.

Sul piano dell’assistenza sanitaria, che assorbe larga parte delle risorse del bilancio, la Regione deve continuare a garantire l’attuale standard dei livelli essenziali delle prestazioni, senza arretrare e disegnare il welfare e la sanità sulla base delle esigenze di chi ne usufruisce. Occorre implementare il coinvolgimento dei Comuni in conformità al principio di sussidiarietà nella programmazione delle politiche socio-assistenziali ai fini dell’appropriatezza delle prestazioni.

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Le mie linee politico-programmatiche

I circoli del FVG mi hanno chiesto di candidarmi alle elezioni europee dello scorso giugno. Il successo elettorale non è stato solo mio, ma è stato il risultato del lavoro svolto sul territorio dal Partito Democratico, dai cittadini, ma soprattutto dalla volontà di cambiamento degli elettori.

Questo successo mi attribuisce una grande responsabilità. Voglio, con l’impegno quotidiano, rispondere alla domanda di cambiamento che mi è stata affidata e per farlo intendo rimettermi nuovamente al giudizio dei cittadini, chiedendo loro di darmi e dare fiducia al Partito Democratico. Il centrosinistra nel 2003 ha vinto le elezioni regionali perché ha avuto il coraggio di cambiare, scegliendo di governare la nostra regione attraverso amministrazioni legittimate direttamente dai cittadini con l’elezione diretta del presidente della regione e della sua maggioranza.

Dobbiamo riconoscere le ragioni della sconfitta del 2008 e ritrovare le motivazioni di un’opposizione autorevole ed efficace per i 4 anni di lavoro che abbiamo davanti. Se non lo facciamo, non possiamo credibilmente costruire e proporre un progetto che miri alla vittoria nel 2013.

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Grillo segretario

Caro Beppe,

tu sai che lo statuto del Partito Democratico non ti permette di candidarti. Io mi permetto solo di dirti che quando si entra in un partito, “prendere la tessera” significa condividere ideologie, valori, storie, emozioni di quel partito, amarne il simbolo, la bandiera e il progetto. Tu sei pronto a farlo?
Allo stesso tempo, la tua richiesta di adesione al partito mette in luce una differenza fondamentale tra il Partito Democratico e gli altri: il nostro è un partito in cui il leader viene eletto. Noi tutti possiamo scegliere il segretario del Partito Democratico, la sua linea politica e il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (art. 3 comma 1 dello statuto). Una differenza abissale rispetto al PDL, per esempio, costruito intorno al capo, ma anche rispetto a tutti gli altri partiti.

Ma tu Beppe, insieme alla tua candidatura, chiedi di occuparci di temi importanti e su questi sono felice di collaborare con te. Continue reading “Grillo segretario”

Idee per il lavoro

Il lavoro, cioè la crescita dell’occupazione, specialmente quella giovanile, è la priorità. Occorre investire sulla formazione e sull’innovazione; è necessario sconfiggere il precariato: i giovani devono poter guardare con fiducia al loro futuro. Per raggiungere questi obiettivi, è fondamentale sostenere le piccole e le medie imprese, che rappresentano un cardine dell’economia continentale.

Nell’Unione europea esistono circa 23 milioni di PMI, che offrono 75 milioni di posti di lavoro e rappresentano il 99% del totale delle imprese. Le aziende italiane vanno rilanciate allineandoci ad altri sistemi fiscali europei e snellendo i tempi della burocrazia. La rete della piccole e medie imprese ha bisogno di essere aiutata sostenendo la ricerca e l’innovazione tecnologica, e sviluppando la rete dei servizi e delle infrastrutture.