L’Italia credibile

unità Pubblico di seguito un’intervista rilasciata a Maria Zegarelli de L’Unità in cui si sviluppano varie questioni di attualità, tra cui il referendum sulla riforma costituzionale e il fenomeno dei migranti.

«È singolare che ad alimentare le polemiche siano molto spesso proprio coloro che non stanno concretamente in trincea per cercare di risolvere i problemi, come invece stanno facendo molti amministratori».
La Vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, entra così nel dibattito sui profughi e la possibilità di impiegarli in lavori utili lanciata dal responsabile Immigrazione del Viminale, Mario Morcone.
La proposta di Morcone ha già fatto fibrillare gli amministratori leghisti. Lei che ne pensa?

«Morcone fa una proposta che prova ad affrontare un problema. In molte Regioni, compresa la mia, abbiamo avviato da subito diversi progetti che hanno portato queste persone a svolgere lavori per le comunità che li accolgono. La nostra è la Regione che ne ha impiegati di più, oltre 2600, attraverso l’accoglienza diffusa, che ci ha permesso di avere piccole comunità in ognuno dei Comuni, ben 82 su 216, che li ospitano. In alcuni Comuni hanno preparato gli orti urbani che poi sono stati consegnati agli anziani, in altri si occupano della pulizia e manutenzione delle aree verdi e così via. Alcuni di loro, infine, grazie ad una collaborazione con la Confartigianato locale, stanno imparando dei mestieri che potranno mettere in pratica qui o nei loro paesi di origine quando saranno in grado di tornare».

Il ministro Alfano dice “Ok, purché facciano volontariato, perché il lavoro va dato prima agli italiani”. È d’accordo?
«Noi non li paghiamo, ogni lavoro è a costo zero per i Comuni, solo la Regione sostiene dei piccoli oneri per gli strumenti che occorrono per lavorare e le assicurazioni. Il miglior modo per non essere un problema per le comunità che li accolgono è proprio quello di rendersi utili facendo volontariato in attività in cui, peraltro, gli italiani non hanno intenzione di cimentarsi».

Il sindaco di Capalbio, Pd, e quello di Bondeno, Lega, su una cosa sono d’accordo: non vogliono i profughi nei loro Comuni. Glielo chiedo da dirigente nazionale del Pd: le sembra accettabile questa posizione?
«Al di là delle appartenenze politiche, il tema è un altro: se tutti ragionassero così non solo non si risolverebbe il problema ma lo si scaricherebbe sugli altri e questo non è giusto. Ma ci vuole buon senso da parte di tutti: nel nostro caso abbiamo fatto un Patto regionale sull’immigrazione con l’Anci, stabilendo quali e quanti Comuni possono accogliere e fissando regole precise».

Per esempio?
«Abbiamo stabilito che i profughi non possono andare in zone sciistiche durante l’inverno e nei comuni turistici di mare in estate per evitare problemi logistici e di ulteriore sovraffollamento. A Lignano, per esempio, ne sono stati accolti circa 100 durante l’inverno in collaborazione con lo stesso Comune».

L’ultima polemica riguarda il burkini. È giusto vietarlo, come è avvenuto sulle coste francesi?
«Capisco la posizione del premier Manuel Valls, sotto pressione per i durissimi attacchi terroristici che hanno colpito il suo Paese, ma non capisco quale paura possa generare una donna vestita al mare. Per me il burkini non è un problema, lo è il burqa, per noi il volto è identità, coprirlo è togliere l’identità ad una donna, mentre impedire di indossare il burkini può di fatto costringere queste donne a rinunciare al mare e a rinchiudersi in casa».

Lunedì vertice di Italia, Germania e Francia a Ventotene. Dal tema dell’immigrazione a quello della crescita in zona Ue. Cosa si aspetta il nostro Paese dall’Europa?
«Intanto che l’Europa torni a fare l’Europa e ad occuparsi dei grandi temi comunitari. Spero che i prossimi mesi siano dedicati a questo, alla costruzione di principi comuni. L’Italia, dal canto suo, si sta conquistando ruoli importanti dopo anni in cui aveva visto minata la sua credibilità internazionale tanto da restare esclusa dai tavoli decisionali. Oggi stiamo stabilmente seduti nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, lo abbiamo visto all’indomani dei fatti di Nizza. Questo è il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi siamo credibili perché stiamo finalmente facendo le riforme nel rispetto delle regole europee a differenza di altri Paesi che hanno abbondantemente superato il rapporto deficit/pil del 3%».

Ma l’Europa adesso guarda al referendum costituzionale. Che succede se vince il No? Addio credibilità?
«Partiamo da cosa succede se vince il Sì. Se gli italiani promuovono il quesito noi portiamo a casa una delle riforme più dibattute e più attese da questo Paese per recuperare competitività, efficienza e semplificazione. Da decenni parliamo della necessità di superare il bicameralismo perfetto: bene, siamo a un passo dall’obiettivo. Come siamo a un passo dalla possibilità di ridurre i costi della politica, di ristabilire chiarezza tra le competenze di Stato e Regioni. La scelta di votare sì non è né personale né di un partito, ma una scelta di merito, non ideologica. Se vince il No ci dimentichiamo le riforme per decenni, come ha detto lo tesso Renato Brunetta. Sa che significa ricominciare da una Bicamerale? Che passano almeno due anni per costituirla. Poi, per iniziare il confronto quanti altri ne passerebbero? Non penso che ci si possa permettere di aspettare così tanto tempo».

L’ex ministro Giovanni Maria Flick non solo ha bocciato la riforma, ma ha aggiunto che ormai è tardi per usare la “scolorina”. Si riferiva al tentativo di spersonalizzare il referendum. Si aspettava una presa di posizione così dura da un ex ministro del governo Prodi?
« Sono molte le persone che si sono schierate per il Sì, a partire recentemente da Arturo Parisi. Noi siamo arrivati a votare queste riforme dopo un lungo percorso, che è stato anche quello dell’Ulivo e del centrosinistra italiano. Adesso è arrivato il momento di portare a casa il risultato, non perché serve a Renzi, ma perché serve al Paese. Apprezzo lo sforzo di tutti coloro che si stanno impegnando per trovare i difetti di questa riforma, tutte le riforme ne hanno, tutte le riforme hanno richiesto degli adattamenti, non esiste la perfezione, ma dovremmo avere l’umiltà di dire “approviamo questa e poi ci si impegnerà per migliorarla se sarà necessario”. Quello che mi stupisce è vedere che molti di coloro che oggi criticano le riforme sono gli stessi che quando erano al governo non sono riusciti a farle o non le hanno ritenute necessarie».

Nel Pd la minoranza continua a chiedere la modifica dell’Italicum altrimenti non voterà la riforma.
«Noi andremo a votare per il referendum costituzionale, non per la legge elettorale che non c’entra nulla. Insistere nel trovare un collegamento diretto tra le due cose ritengo sia un errore. Rispetto alla legge elettorale, tra l’altro, dovremmo interrogarci a sinistra sul perché abbiamo fallito in queste riforme quando eravamo al governo, anche per la fragilità delle maggioranze. Se non altro questa legge elettorale ci dà delle garanzie: sappiamo chi vince il giorno delle elezioni e sappiamo che il governo che si formerà avrà i numeri per poter portare avanti il programma e approvare le riforme. Credo siano principi irrinunciabili».

Quindi non si rimette in discussione l’Italicum?
«La riforma elettorale l’abbiamo fatta. Se ci saranno i numeri in Parlamento per cambiarla non ci sottrarremo al confronto».

(Intervista rilasciata a Maria Zegarelli, pubblicata su L’Unità del 19 agosto 2016)

Una partita da vincere

unità Riporto di seguito l’intervista pubblicata oggi su “l’Unità”, su le amministrative e l’impegno per vincere i ballottaggi.

Debora Serracchiani, il Pd, come ha ammesso Matteo Renzi, non è contento del risultato di questo primo round. Cosa non ha funzionato?

“I cittadini sono stati chiamati a scegliere il loro rappresentante più prossimo, il sindaco, e hanno dato un giudizio sull’amministrazione delle loro città. In molti casi si è trattato di un giudizio positivo, in altri casi non siamo stati in grado di spiegare in maniera efficace le cose fatte e i programmi per il futuro. Nei comuni che vanno al ballottaggio abbiamo due settimane per aggiustare le cose, intensificando il confronto con gli elettori”.

Torino e Bologna vanno al ballottaggio, ma per due sindaci uscenti non ci si aspettava un risultato migliore?

“Amministrare oggi significa operare scelte complesse in una fase di contrazione delle risorse pubbliche. Questa difficoltà e le scelte talvolta non popolari che comporta, unita alla frammentazione di liste e candidature, rendono sempre più rare le affermazioni al primo turno. È un fenomeno che vale a prescindere dall’appartenenza politica. Sono convinta ad esempio che Piero Fassino e Virginio Merola saranno in grado di sfruttare queste due settimane per spiegare il loro operato e le loro idee per il futuro, e che saranno rieletti”.

L’affluenza scende, meno del previsto, ma è comunque un segno meno. Quanto influiscono le divisioni nel centrosinistra e nel centrodestra? Più liste civiche, poi, non se non significa più elettori.

“Il segno meno dell’affluenza non è un buon dato per nessuno, anche se percentuali simili sono la norma in altri Paesi. Si tratta di una tendenza costante degli ultimi anni che si è affermata parallelamente al discredito della politica. Per invertire la rotta non ci sono buone ricette del passato da tirar fuori dai cassetti, ma bisogna sperimentare nuove forme di partecipazione e, soprattutto, ridare dignità alla politica e restituire credibilità alla rappresentanza democratica. Ci sono liste civiche autentiche che intercettano il bisogno di gruppi di cittadini di agire politicamente fuori dai partiti organizzati, e quindi aiutano la partecipazione, e ci sono liste personali o mimetiche che creano sacche di pseudopolitica”.

Roberto Speranza sottolinea come l’alleanza con Verdini sia stata un errore. Ha ragione, alla luce dei dati?

“Il Pd è una forza saldamente di centrosinistra: parlano i fatti. Non abbiamo mai confuso le convergenze parlamentari indispensabili per realizzare le riforme con un’alleanza politica organica con forze di centrodestra. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che la fiducia degli elettori si conquista comunicando idee e realizzando progetti concreti che siano in grado di cambiare la vita delle persone, non facendo operazioni di fantapolitica a tavolino. Se poi ci sono alcune circoscritte situazioni locali, queste non possono assurgere a paradigma nazionale”.

Cuperlo vi rimprovera di aver continuato a definire, durante la campagna elettorale per le amministrative, il referendum la madre di tutte le battaglie.

“Le riforme costituzionali sono l’obiettivo di questa legislatura. Il referendum è il passaggio decisivo per realizzarle e quindi ritengo normale che gli venga data la giusta importanza partendo fin da subito con una campagna elettorale capillare”.

Nelle grandi città, come Roma, Milano, Torino, il Pd a chi deve guardare in vista del ballottaggio?

“Agli elettori. Per riportare al voto chi ci ha dato fiducia, per coinvolgere chi non ha partecipato al primo turno e per convincere, anche chi ha fatto scelte diverse al primo turno, della bontà delle nostre amministrazioni e dei programmi per il futuro delle nostre città”.

Da dove si ricomincia a Napoli?

“E’ necessario ripartire da una nuova classe dirigente, non c’è alternativa. A Napoli e alla sua politica serve trovare l’orgoglio di essere una metropoli europea, che sfrutta le sue enormi potenzialità e dice basta al degrado. In questo senso il ruolo di opposizione cui siamo chiamati sarà un banco di prova importante per cominciare a dimostrare come intendiamo l’amministrazione della città. E’ importante che il segretario nazionale del partito abbia detto chiaramente che intende prendere in mano il “caso Napoli””.

Luigi Di Maio dice che gli italiani vi hanno restituito il «ciaone».

“Con le battute cerca di nascondere la realtà. Nonostante il buon risultato di Roma e Torino nel resto del Paese i M5S confermano una presenza amministrativa sporadica. Anche in questa tornata elettorale, in cui si è votato in 1342 comuni, si sono presentati in 251 e vanno al ballottaggio in 20. E governano, spesso in modo discutibile, in pochissime città”.

(Intervista di Maria Zegarelli pubblicata il 7 giugno 2016 su l’Unità)

Verso il voto

unità Riporto di seguito la mia intervista rilasciata all’Unità, in merito alle prossime elezioni del 5 giugno.

L’obiettivo è quello di volare alti sopra le polemiche, ci sono da vincere le elezioni amministrative e il referendum Impresa complessa nel Pd, ma la vicesegretaria Debora Serracchiani, dice che non c’è altro che si possa fare adesso. «Lavorare sodo da qui al primo turno e poi, dove è necessario ricominciare il giorno dopo per il ballottaggi. Tutti insieme».

Doppia sfida: vincere le amministrative e arrivarci uniti. La domanda è: quale delle due è più ardua?

«Da mesi tutto il partito sta lavorando per vincere queste elezioni amministrative, tutti i dirigenti, dico tutti, sono impegnati sul territorio per far vincere i nostri candidati e riconfermare quelli in carica. Quindi vinceremo entrambe le sfide ».

Il M5s accusa il premier di non essere imparziale, dice che non dovrebbe scendere in campo per i candidati Pd.

«Il M5s è in evidente difficoltà. Dove amministra la situazione è a dir poco complicata e non solo per le vicende giudiziarie che vedono coinvolti i suoi amministratori. Basti ricordare gli esempi dove la difficoltà ad amministrare è manifesta, penso a Livorno, Parma, Bagheria. D’altra parte credo sia davvero fuori luogo la polemica circa la partecipazione del presidente del Consiglio, che è anche segretario del più grande partito italiano, a manifestazioni che in alcuni casi sono istituzionali e in altri elettorali. Siamo in campagna elettorale, è sempre avvenuto, non ci vedo nulla di strano. Piuttosto sono loro ad avere dei problemi dal momento che il loro leader, Beppe Grillo, ha deciso di non metterci la faccia».

In queste elezioni, come in molte altre, saranno gli indecisi a fare la differenza. Quali devono essere le parole d’ordine di questi ultimi giorni per convincerli?

«Prima di tutto dobbiamo spiegare il grande lavoro che stiamo facendo per cambiare il Paese, a partire dalle riforme che riguardano tutti, quelli che non vanno a votare e quelli che vanno. Saranno questi ultimi a poter fare la differenza, noi ce la stiamo mettendo tutta e i risultati stanno arrivando: la flessibilità che l’Europa ci ha riconosciuto; l’attenzione sulla crescita e sul Migration compact; l’autorevolezza che abbiamo riconquistato all’interno delle dinamiche europee e non solo, penso al G7, per esempio. La strada intrapresa è quella giusta, ora i cittadini devono capire che è una missione comune, non soltanto nostra. Tutti insieme possiamo davvero cambiare il Paese e le città dove viviamo ».

Ma i cittadini vogliono servizi efficienti, mezzi pubblici, servizi. Non c’è il rischio che dopo tante delusioni, penso a Roma, prevalga la rabbia?

«Oggi Matteo Renzi è venuto a Trieste (ieri per chi legge) a firmare importante accordo di programma che finalmente apre al mondo il Porto Vecchio, chiuso da vent’anni, con un impegno economico del governo di 50 milioni di euro; Bagnoli è un altro esempio concreto di cambiamento del Paese e di investimento per superare quelli che sono stati grandi problemi occupazionali e ambientali; penso al grande lavoro che ha fatto Fassino a Torino sui temi della cultura e della nuova vocazione della città che si è saputa misurare attorno a sfide nuove, o Bologna impegnata su grandi investimenti e Milano, con tutto il lavoro fatto da Pisapia in questi anni per il rilancio della città e da Sala con Expo. Ecco se guardiamo i fatti concreti ci rendiamo conto che è possibile ripartire, come hanno fatto i nostri amministratori in questi anni. Anche a Roma si può riconquistare la fiducia degli elettori. Roberto Giachetti ha un programma e una squadra seri, che puntano al rilancio della città. Cosa c’è dall’altra parte? Raggi che parla di funivia per superare il traffico o di baratto per le nuove monete? Mi sembra abbastanza fuori dalla realtà».

Lo spettro che continua ad aggirarsi su questa campagna elettorale è il Partito della Nazione che secondo alcuni è sempre più vicino con l’alleanza con Verdini. Non temete che possa danneggiarvi?

«Noi più che dire che non stiamo lavorando al Partito della nazione ma a vincere queste elezioni e poi il referendum, più che dire che queste riforme servono al Paese, non so cosa altro possiamo aggiungere. Se avessimo vinto le elezioni del 2013 avremmo avuto una diversa maggioranza ma la realtà è un’altra e se siamo riusciti a votare la legge sulle unioni civili e la riforma istituzionale è stato anche grazie al voto di altre forze politiche. Quelli che le hanno votate si sono assunti la responsabilità. Di altri, a partire dal M5s, non si può dire».

Berlusconi fissa l’allarme rosso per il governo se il Pd perde le quattro grandi città al voto. Lei si riterrebbe soddisfatta di…?

«Vincerle tutte. Stiamo lavorando per questo, i nostri candidati sono i migliori in campo, con programmi concreti per i territori che vogliono amministrare. Detto questo il governo con l’elezione dei sindaci non c’entra, le due cose sono e devono restare distinte»

(Intervista del 29 maggio 2016 rilasciata all’Unità)

Smemorati e avvoltoi

unità Riporto di seguito il mio editoriale “La compagnia degli smemorati”, in merito alla vicenda della dimissioni presentate dal Ministro Guidi, pubblicato su l’Unità di oggi.

Diciamo le cose come stanno. C’è un dato oggettivo e riscontrabile, ed è la condotta di un Governo che sta segnando uno stacco qualitativo rispetto al passato, non solo nella determinazione con cui sta cambiando il Paese, ma anche nel modo in cui gestisce certi passaggi difficili e spinosi, com’è la vicenda Guidi.
E poi c’è una banda di ciechi, o finti ciechi, che si stanno impegnando per disconoscere l’evidenza, e cioè che le dimissioni istantanee di Federica Guidi marcano una differenza sostanziale fra i comportamenti del passato (spesso i loro) e quelli di oggi. Non occorre scavare nella cronaca politica, più o meno recente, per far riaffiorare tutti i casi in cui il riflesso condizionato era aggrapparsi alla poltrona. Un paio di nomi per tutti? Roberto Formigoni e Rosy Mauro (per tacer di Rosa Capuozzo). Appare utile ricordarlo a certi soliti smemorati di Forza Italia o della Lega che in queste ore indossano la faccia feroce e s’impancano a far lezione. Ancor di più sembra opportuno suggerire la calma a chi, invece della politica, pratica il settarismo e l’aggressione verbale. Per esempio a quel Grillo che non ha come limite neanche il codice penale.
Federica Guidi, senza attendere che giungesse una qualunque richiesta di dimissioni, ha preso carta e penna e ha rassegnato il suo mandato immediatamente. Ha fatto bene, perché ci sono valutazioni di opportunità politica che vengono prima di ogni possibile rilevanza giuridica. Chi ha conosciuto la Guidi ai tavoli di tante crisi aziendali negli ultimi due anni, affrontate con impegno vero e spesso risolte con successo, oggi non si meraviglia. La magistratura indagherà e accerterà eventuali responsabilità. Ovviamente, ci sono avvoltoi che non si saziano nemmeno delle più fulminee dimissioni. A loro serviva un pasto più lauto e così se lo sono imbandito ad arte, inventando di sana pianta un coinvolgimento del ministro Boschi. Perché poco o nulla ci voleva per capire e dire che compito istituzionale del Ministro peri rapporti con il Parlamento è la verifica della compatibilità degli emendamenti. O meglio, ci voleva l’onestà intellettuale e politica, e quella è mancata. L’onda di attacchi deteriori, brutali e prevedibili, che in queste ore tenta di insidiare la solidità di un Governo finalmente nuovo e diverso, si romperà sugli scogli di un esecutivo che in brevissimo tempo riavrà al completo i suoi ranghi e riprenderà in pieno il suo lavoro. Badiamo però a non farci cogliere distratti o sparpagliati, essendo invece consapevoli che l’alternativa a noi sono loro, gli avvoltoi.

(Articolo pubblicato il 02 aprile 2016 su l’Unità)

L’ex Cav non romperà

imagesVi segnalo la mia intervista rilasciata a Maria Zegarelli e pubblicata su  L’Unità

Chiusa al Nazareno, insieme al suo collega Lorenzo Guerini, per limare e definire le liste per le candidature europee, la vicesegretaria Debora Serracchiani non perde di vista quanto nelle stesse ore sta accadendo a Palazzo Madama, con i senatori dem riuniti in Assemblea per discutere delle riforme costituzionali. «Vedrà che alla fine il patto con Silvio Berlusconi tiene e il Pd voterà compatto», dice quasi a voler allontanare gli spettri che si aggirano sul futuro del superamento del bicameralismo perfetto e il titolo V della Costituzione.

Serracchiani, lei mostra ottimismo, ma intanto Corradino Mineo dice che c`è una maggioranza alternativa con Sel e M5s al Senato sul testo di Vannino Chiti.

«Credo che ci siano delle idee diverse sulle riforme, noi abbiamo aperto ad ulteriori contributi ma negli organismi del Partito è stata fatta una scelta, votata anche dalla Direzione nazionale, che prevede dei paletti assolutamente invalicabili: no alle indennità, no all’elezione diretta, no al voto di fiducia, no al bilancio. Su questi punti dobbiamo tenere, sul resto si può aprire una discussione. Oggi Luigi Zanda, ragionando su quelli che sono i punti di vista diversi, aggiunge anche che è certo dell`unità del Partito e sono convinta che sarà così».

L`unica distanza che sembra incolmabile riguarda l`eleggibilità diretta dei senatori prevista dalla proposta Chiti. Come troverete la quadra su questo punto?

«Sono due punti di vista molto distanti, va detto però che il governo ha fatto una proposta, supportata dal Partito. Ora, posso capire le iniziative come quelle di Chiti ma poi in un partito democratico si deve trovare una sintesi tenendo ben presente anche quale è la posizione del segretario nazionale».

Questo è uno di quei casi in cui ci si appella alla disciplina di partito?

«Non so se possiamo parlare di disciplina dipartito. La questione è un`altra: se si sta in un partito e si condividono le regole che questo si dà, si può lavorare per trovare un punto di equilibrio quando ci sono posizioni diverse, ma alla fine se ti rendi conto che la maggioranza la pensa in modo diverso da te, devi prenderne atto e rispettare quella maggioranza. Funziona così in tutte le comunità democratiche».

Ieri Berlusconi ha assicurato che terrà fede al patto, ma in Fi i falchi non vogliono arrendersi. Quanto crede alla tenuta dell`accordo del Nazareno?

 «Le tensioni dentro Fi sono sotto gli occhi di tutti. E sono queste tensioni ad aver determinato in questo week end linee divergenti dentro quel partito, con affermazioni ultimative poi ritirate dallo stesso Berlusconi. Ci sono ragioni, e ben più forti, per mantenere l`impegno assunto sul fronte delle riforme».

 Fa bene il premier ad incontrare Berlusconi per rinsaldare l`intesa o è meglio non fidarsi?

«Noi abbiamo le idee chiare e abbiamo lavorato affinché il percorso delle riforme iniziasse nel più breve tempo possibile, alla luce del sole, portando la discussione in Parlamento. Abbiamo ascoltato la richiesta di modifiche alla legge elettorale che poi è stata effettivamente corretta in alcune sue parti, senza mettere in discussione l`accordo e la sua tenuta. Insomma, abbiamo fatto un lavoro di cucitura il più ampio possibile. Se poi qualcuno ci ripensa dovrà spiegare perché cambia idea, noi siamo stati coerenti. Se Fi si sfila il primo effetto che provoca è ricompattare tutto il Pd, rafforzare la posizione di Ncd e la maggioranza di governo… Resto dell`idea che sia un bene non far saltare il tavolo perché le riforme si devono fare con un consenso ampio, ma deve essere chiaro che noi siamo determinati ad andare avanti anche da soli. I numeri ci sono e qualora non si dovessero raggiungere i voti dei 2/3 del Parlamento, noi siamo pronti ad andare al referendum. Non so se a Fi conviene spingere le cose fino a questo punto».

 Il 25 maggio non è poi così lontano. Sicuri di farcela entro quella data?

 «Ci sono tutte le condizioni per farcela. Finora abbiamo rispettato tutte le scadenze, oggi (ieri per chi legge, ndr) si presenta il Def, si vedrà che le coperture ci sono e non da ora ma da settimane, la riforma elettorale ha già superato l`esame della Camera. Stiamo andando nella direzione giusta».

 In queste ore state chiudendo le candidature europee e nel Pd anche in questo caso non mancano i malumori. D`Attorre contestai doppi e tripli incarichi e fa il nome di Michele Emiliano. Domani (oggi per chi legge, ndr), filerà tutto liscio in direzione?

«Noi abbiamo ascoltato tutti, soprattutto i territori che hanno costruito le candidature, molte di queste sono state sottoposte ai voti delle assemblee locali. Ma è ovvio che le liste sono anche il frutto del lavoro e delle scelte del segretario nazionale. Se ci sono tensioni spero vengano sciolte. Noi ce la stiamo mettendo tutta per rispettare soprattutto le indicazioni dei territori».

Lorenzo Guerini ha detto che le elezioni europee saranno inevitabilmente un test anche per il governo. Lo supererete?

 «Abbiamo già superato alcuni test importanti, abbiamo vinto in Sardegna, il premier sta dando un forte impulso al cambiamento con il suo programma di governo, ma le europee saranno importanti anche in virtù di quello che accade in questi mesi, cioè la ricomposizione delle istituzioni europee, a partire dal semestre italiano di presidenza. Noi ci arriviamo con una credibilità internazionale rinnovata anche grazie al nostro piano di riforme e sono sicura che gli italiani quando andranno a votare terranno conto di questo».

 Fonte: L’Unità

Più coraggio, Letta. Il Pd vuole un patto chiaro

300372879Vi segnalo l’intervista rilasciata a Maria Zegarelli e pubblicata su L’Unità

Vacanza?

«Niente affatto, sono al lavoro in Regione».

Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, nonché responsabile Trasporti e Infrastrutture nella segreteria di Matteo Renzi, è una sgobbona. Sgobbona e determinata, insieme ai suoi coetanei ormai nei posti apicali del partito, a dare una nuova impronta al Pd e una sostanziosa spronata al governo. Presuntuosi? «Affatto, sappiamo che questo è il momento di dimostrare cosa sappiamo fare e dobbiamo mettercela tutta». E questa sfida li trova in compagnia di Angelino Alfano, politicamente su fronti opposti, ma con lo stesso obiettivo: dopo aver preso il posto degli eterni protagonisti politici, adesso vogliono iniziare una nuova fase. A partire dal governo. «Enrico Letta deve avere più coraggio», dice la governatrice.

Intanto finisce l’anno con lo scivolone sul salva Roma. Se deve fare un bilancio, come giudica questi mesi del governo?

«Enrico ha governato in un contesto difficilissimo, non dobbiamo dimenticarci come è partito questo esecutivo. Adesso il mio auspicio per il 2014 è di un maggiore coraggio soprattutto sulle riforme».

Letta intende basare il lavoro dei prossimi mesi su un patto di maggioranza. Quali dovrebbero essere i punti fondanti?

«Vorrei intanto sottolineare il metodo scelto: per la prima volta non si fanno accordi nelle segrete stanze ma si stabilisce la necessità di una trattativa aperta su punti programmatici. Non su nomi e cognomi, ma sul programma. Mi sembra un passo avanti notevole. Sul merito, credo che le indicazioni fornite dal segretario del Pd siano chiarissime: investono le questioni legate ai costi della politica, dall’abolizione del Senato al dimezzamento del numero dei parlamentari, al superamento delle Province, e la grande sfida sul lavoro. Per la prima volta questa questione viene affrontata come un corpo organico, per il quale è necessario un grande piano che lo affronti in modo complessivo. Infine, ci sono tutte le vicende europee che da gennaio dovranno essere prioritarie. Credo che non possa che partire da qui un patto alla tedesca per proseguire con l’azione di governo».

L’altro socio di maggioranza, Alfano, si è detto pronto a raccogliere la sfida lanciata da Renzi. Ma le differenze tra voi e il Ncd restano intatte. Su cosa è più facile mediare?

«Si continua a chiamare trattativa alla tedesca, quindi è evidente che si lavora per trovare un punto di equilibrio. Ma è altrettanto evidente che ci sono dei punti ineludibili sui quali il governo deve pronunciarsi e deve farlo anche il Ncd. Sono convinta che in una valutazione complessiva, che anche Alfano fa, rispetto all’opportunità oppure no di andare subito a votare, la ricerca di una quadratura sul programma sia la strada migliore».

Ma arriviamo al concreto. Renzi chiede l’abolizione della Bossi-Fini, Alfano non la ritiene una priorità. Che fa il Pd su questo? Rompe la maggioranza?

«Quello della Bossi-Fini non è un problema politico: è un problema tecnico, non ha funzionato. Non ha risposto tecnicamente ai temi che sono legati all’immigrazione, oltre al fatto che va aggiornata anche alla luce di tutte le modifiche che la stessa crisi ha portato alla questione dell’immigrazione. Sono cambiati i flussi, le provenienze, le richieste, che arrivano molto di più da zone di guerra. Questa è una legge che richiede una profonda revisione in tutti gli aspetti che l’hanno messa sotto stress. Infine, anche l’Europa ci chiede di adeguare la Bossi-Fini alle norme comunitarie. Sono convinta che Alfano, che viene da una terra che è toccata direttamente dall’immigrazione, sia una persona ragionevole che, di fronte a domande che vengono poste e per le quali non ci sono risposte adeguate, sia disponibile al confronto».

Altro tema. Il Job Act. Alfano risponde a Renzi proponendo tre anni di zero burocrazia per chiunque voglia avviare una nuova attività. Dice che lo Stato deve fidarsi degli italiani. Lei che ne pensa?

«Credo che nessuno abbia una bacchetta magica e che l’insegnamento che ci arriva da questa grave crisi è che occorrono molti interventi nel settore, piccoli, grandi e di amplissimo respiro. Quando si parla di lavoro non si può affrontare solo la questione della burocrazia tralasciando le regole, oppure toccare solo le regole trascurando gli ammortizzatori sociali. Quando si parla di Job Act è questo che si intende: la costruzione di un piano organico che tocchi tutti i temi. Ci stiamo lavorando, ho letto moltissimi interventi, stiamo ascoltando molte persone e quando saremo pronti lo faremo in poco tempo».

La nuova segreteria ha l’ambizione di cambiare il partito. La prima prova sarà quella di riuscire a fare sintesi e il lavoro sembra un tema molto a rischio. I giovani turco hanno già espresso perplessità sul piano del segretario.

«I giovani turchi hanno detto di no a un piano che hanno inventato perché ancora non esiste».

Ma è stato Renzi ad annunciare alcune misure.

«Renzi ha illustrato alcune idee, ma il piano, ripeto, ancora non è stato presentato in tutta la sua completezza. Quello dei giovani turchi mi sembra un no preventivo, legittimo ma preventivo».

Riuscirà questa segreteria laddove hanno fallito quelli prima di voi?

«Sono molto fiduciosa, questa è una segreteria composta da persone con provenienze e sensibilità diverse. Sarà la giovane età, o forse il fatto che non abbiamo zavorre sulle spalle, ma finora la sintesi l’abbiamo trovata, con un approccio molto laico alle questioni».