Il Governo sbanda…

 

 

…ma perchè il PD perde consensi?

La legislazione della nostra Repubblica si prepara a ingoiare l’ultima cucchiaiata d’iniquità, questa volta confezionata nella forma del processo breve. Dico ultima, ma sappiamo che basta pazientare un po’ e dal cilindro dell’illusionista ne usciranno altre. Tra una deprecazione del clima di odio e un’invocazione del partito dell’amore siamo sempre là, a parlare di giustizia. Cioè a parlare dei processi di Berlusconi, delle toghe rosse, dei plotoni d’esecuzione e del grande complotto iniziato con Tangentopoli.

C’è qualcosa che non funziona. Il nostro Paese è funestato da una crisi economica senza precedenti cui il governo risponde con pacche sulle spalle, abbiamo un sistema infrastrutturale al collasso, siamo in ritardo in base a quasi tutti i parametri di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti in tecnologia dell’informazione. Abbiamo anche un premier che da sempre promette «meno tasse per tutti» e ora dice che di tagliare le tasse non se ne parla, senza che nessuno batta ciglio.
 Chiunque direbbe che queste sono le condizioni ideali perché abbia successo l’azione di un grande partito riformista d’opposizione. E invece il Partito Democratico perde consenso. Sono trascorsi tre mesi, non tre anni, dalle primarie del 25 ottobre e facciamo fatica a ritrovare l’entusiasmo di quei tre milioni di persone che ci hanno dato credito. Quale dirigente non ha ricevuto un’e-mail di delusione? Chi non si è trovato in imbarazzo davanti a chi gli chiedeva risposte sui minuetti laziali e sulle coltellate pugliesi? Del nord non ci domandano nemmeno più di render conto: ormai sanno che in certe regioni corriamo per onor di firma.

Se il mio partito subisce un calo di consensi io mi preoccupo, perché penso che stiamo sbagliando e che questo allontana l’alternativa al centrodestra, nelle regioni e nel Paese. E non credo che il rimedio al calo dei consensi sia una strategia delle alleanze che ci permetta di reggere il colpo annunciato. Perché di questo stiamo parlando: l’alleanza con l’Udc non serve a conquistare regioni storicamente di destra, ma a provare a tenerci almeno alcune di quelle dove stiamo governando ora. Non dico che non sia importante per il Pd allargare il raggio delle alleanze, anzi, penso ad esempio che dovremmo riprendere il dialogo con le forze del civismo autentico, capaci di fare la differenza in aree a maggioranza moderata. Però tutto ciò non può prescindere dal nostro impegno a parlare con chiarezza al Paese, a lanciare messaggi univoci, a rispettare le regole che ci siamo dati, insomma a essere coerenti col progetto di costruire un moderno partito riformista. Se avremo le idee chiare e le nostre azioni seguiranno conseguenti, allora riusciremo anche in quello che al momento sembra per il Pd la cosa più difficile: comunicare con la propria gente e, soprattutto, con quella parte di Paese che non lo vota.
(L’Unità, 24 gennaio 2010)

Non ritorno.

 

Al Senato il centrodestra ha votato il primo sì al processo breve.
Spero che il via libera alla norma ignobile sul processo breve sia per il Partito democratico un’iniezione di indignazione civile, un punto di non ritorno.
Dobbiamo rilanciare una proposta politica nostra e non rimanere costretti a giocare di rimessa su un’agenda dettata da altri, volta a volta su Craxi o sul processo breve, sull’alleanza con l’Udc o con Di Pietro.
Penso che la forza riformista del Partito Democratico è affidata anche alla capacità di esercitare leadership stando all’opposizione e questa capacità sembra essersi appannata. E’ chiaro che mi assumo la mia parte di responsabilità.

Lungimiranza.

 
Il nostro segretario nazionale Pierluigi Bersani ha dato il via libera alla candidatura di Emma Bonino alla presidenza della regione Lazio, e a lui si sono uniti moltissimi esponenti di primo piano del Partito Democratico.
Emma Bonino è una delle personalità politiche italiane più apprezzate in Europa e nel mondo, e la forza della sua candidatura in Lazio è fuori discussione.
Ma sul percorso che ci ha portato a questa scelta il Pd dovrà farsi un serio esame di coscienza, fuori da ogni logica correntizia, perché qualcosa non ha funzionato e lo sconcerto serpeggia tra militanti ed elettori.
Mi chiedo ad esempio se, oltre che contro lo statuto del Pd, sia lungimirante questo desiderio di archiviare lo strumento delle primarie, quasi che la pratica democratica sia un passaggio fastidioso e la politica vera un affare per intenditori.

Dà da pensare.

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…che non si faccia una primaria, una sola, per le candidature regionali – anche dove sarebbe possibile perché la primaria non ostacola candidature di coalizione – dà da pensare.
La concezione “primarista” può essere al limite abbandonata, o lo zelo primarista può essere smorzato, ma non dovrebbero essere abbandonati o smorzati stancamente, sotto silenzio. Si tratta di una parte importante delle statuto, e vale per la vita interna del partito ciò che vale per il Paese: se le leggi che esistono non sono rispettate crescono la sfiducia e il distacco dei cittadini e, nel caso del partito, dei militanti e simpatizzanti. L’idea delle primarie è stata un pezzo importante della costituzione materiale del PD. Se lo statuto è considerato troppo rigido, troppo complesso, in alcune parti addirittura inattuabile, lo si discuta esplicitamente. Anche i primaristi più convinti si rendono conto che non è facile una miscela tra una concezione di partito americana ed una europea; che l’appello agli elettori propri è difficile in un sistema pluripartitico, dove sono necessarie mediazioni e negoziazioni; che il rapporto tra elettori e iscritti per la nomina dei dirigenti va ricalibrato. Ma infischiarsi dello statuto, passare la cosa sotto silenzio, far finta di niente, non compromette solo la democrazia delle primarie, ma anche la vecchia democrazia associativa, quella degli iscritti.”

(Michele Salvati)

Leggi su FB tutta la relazione di Michele Salvati fatta a Cortona durante la riunione nazionale di Area Democratica

Abbraccio letale.

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Il Pdl ha deciso di non ricandidare il presidente uscente della regione Veneto Giancarlo Galan e di lasciare alla Lega Nord l’espressione della candidatura in Veneto e in Piemonte.

Non so se il Pdl rifletterà sulla testa caduta di Galan, sui modi in cui è stata tagliata e sulle conseguenze politiche, e se capirà quanto letale sia l’abbraccio della Lega per tutta la nazione.

Consegnare due regioni del nord alla Lega è un problema per tutta l’Italia per i propositi espliciti e per quelli inconfessabili che essa si propone, tutti sovvertitori dei caratteri della repubblica democratica.

Sbagliava chi, vent’anni fa, ha creduto la Lega un fenomeno passeggero, sbaglia chi oggi crede di riuscire a controllarne l’appetito, peggio fa chi continua a sottovalutarla.

Nella Lega il nazionalismo etnico delle origini è più che mai vivo e aggressivo, il radicamento è forte, la strategia espansionista è lucida e spregiudicata.

In primo luogo il PD deve raccogliere questa seria sfida e definire proposte che offrano al nord un orizzonte e una speranza diversi da quelli della Padania leghista.

Day after.

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Lei nella piazza del No-Berlusconi day, il 5 dicembre, c’era. Debora Serracchiani, segretario regionale del Pd in Friuli Venezia Giulia e eurodeputata, racconta ad Affaritaliani l’impressione positiva che ha avuto di quel popolo: “Giovani e famiglie senza etichette di partito”. E se per il segretario Pierluigi Bersani il Pd ha fatto bene a non aderire ufficilamente, lei ha qualche dubbio in più: “Secondo me, potevamo esserci.”

Che impressione ha avuto del popolo che si è riunito in Piazza San Giovanni?
“Un’impressione ottima. Da tempo non mi capitava di vedere così tanti giovani in piazza. Ventenni, venticinquenni: una fascia d’età di solito ben poco coinvolta. E poi tante famiglie con bambini. Erano persone assolutamente eterogenee, spesso senza un’etichetta politica o di partito e che però avevano alcune parole d’ordine comuni.Non era solo la contrarietà a Silvio Berlusconi, ma ad un modello culturale che non condividono”.

Il segreterio del Pd, Pierluigi Bersani, ha ripetuto che il partito ha fatto bene a non aderire ufficilamente. Ha ragione?
“Non sta a me mettere in discussione la linea del segretario nazionale. Mi limito però a dire che potevamo esserci”.

Il Pd rischia un’emorragia di voti verso l’Idv e la sinistra?
“Non credo. Tanta gente che era in piazza ha votato o vota noi. Vedendo me, Rosy Bindi, Giovanna Melandri che eravamo lì anche se non in veste ufficiale, molti di loro si sono sentiti coinvolti e supportati. Però dobbiamo fare uno sforzo per intercettare la voce di quella piazza, senza pensare di poterne fare a meno. E iniziare a costruire una linea politica anche attraverso quest’iniziativa spontanea che è venuta dalla Rete”.

Dopo il no B-day si dice proprio che il mondo della Rete e più in generale la società civile stiano cominciando a fare a meno dei partiti.
“Stiamo vivendo, finalmente, un modo diverso di fare politica. Non credo che ciò escluda necessariamente i partiti. Si sta trasformando quel luogo virtuale in un luogo fisico, in cui c’è spazio anche per loro. E sono i partiti stessi ad averne bisogno”.

Restiamo in tema gente-partiti. Da segretario del Pd in Friuli Venzia Giulia, sei sempre più con i piedi nel Nord-est. E’ vero che da quelle parti è ormai la Lega l’unica forza ad avere un contatto davvero diretto con la gente?
“Effettivamente, nella mia regione (amministrata dal centrodestra, ndr), la linea politica sembra dettata più dalla Lega che dal Pdl. Alcune scelte fatte, come ancorare alla residenzialità l’accesso ai servizi premari compresi quelli socio-sanitari, sono tipiche di quella Lega che intende parlare in questo modo alle paure degli italiani. In queste zone credo che anche la piazza del 5 dicembre abbia scalfito poco. Proprio per questo dico che non si può fare a meno della piazza, ma nemmeno dell’azione politica dei partiti in zone come il Nord-est. Qui l’alternativa dev’essere dettata su cose concrete: il rapporto con imprese e piccoli imprenditori, oltre che certamente con i lavoratori. Ma soprattutto dando risposte a quelle paure che qualcuno sta cavalcando senza risolvere”.

(Intervista a Francesco Cocco, per  affaritaliani.it , 8 dicembre 2009)

Orecchi aperti.

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Torno dalla piazza del “no B-day” portandomi dietro la sensazione di un clima di indignazione costruttiva, di gente che vuol mettersi a lavorare per qualcos’altro.

Erano in tanti lì, senza etichette, famiglie, giovani che si sono mossi per un’idea, per la voglia di dimostrare che c’è un modello culturale diverso. Sicuramente è andato in piazza anche un modo diverso di fare politica, con gli strumenti e la tecnologia di oggi.

Al Partito democratico spetta il compito di ascoltare, dialogare anche con queste persone, che non devono sentirsi respinte o snobbate.

Non possiamo permetterci di lasciare soli quanti vogliono l’alternativa. Anzi dobbiamo essere noi per primi a coinvolgere chi vuole impegnarsi in proposte concrete.

Ma se vogliamo diventare maggioranza nel Paese, la proposta politica e culturale del PD deve essere la più ampia e organica possibile.

Il nostro messaggio perciò deve raggiungere, come dicevo, anche quelli che sono rimasti a casa, a qualunque titolo, perché se rinunciamo a loro ce lo scordiamo di diventare maggioranza.

Qui non è in questione il politichese del “ma anche”, il vizio di tenere i piedi i due scarpe o altra roba del genere, ma una cosa più semplice: la volontà di non restare all’opposizione per sempre.

Non solo Roma.

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Vado in piazza con semplicità e speranza, tra i tanti che si aspettano che io sia con loro, ma non dimentico i tantissimi che resteranno a casa.

Ci sono i presupposti perché la manifestazione lasci un segno positivo, e sarà importante se ci aiuterà ad allargare l’area del consenso verso le forze del centrosinistra e, per quanto mi riguarda, soprattutto del PD.

Se l’obiettivo comune è quello di costruire l’alternativa a Berlusconi, la polemica dipietrista contro il PD è fuori luogo per non dir peggio, e sicuramente non aiuta a ribaltare le cifre che ancora inchiodano il centrosinistra all’opposizione.

Perciò dobbiamo lanciare la nostra proposta, evitando se possibile l’errore, proprio anche della sinistra, di interpretare tutta la politica da una prospettiva romanocentrica.

Mentre ci concentriamo giustamente su Berlusconi, allora, teniamo pure a mente che nelle aree economicamente sviluppate del nord, soprattutto nel nordest, la Lega sorpassa il Pdl, e si sta trasformando in un partito dell’estrema destra ideologica. E questo partito non viene neanche sfiorato dalla piazza del 5 dicembre.

Praterie.

prateria

É in corso un movimento tellurico politico e sociale che non riusciamo ancora a decifrare del tutto, ma le cui onde si faranno sentire a medio e lungo termine. Lo scontro in atto nel centrodestra ha dimensioni che potremmo dire epocali, almeno nel senso che prelude alla fine dell’epoca Berlusconi. Non si possono interpretare in altro modo le tensioni ormai esplicite tra il premier e il presidente della Camera, cioè i leader dei due partiti da cui è nato il Pdl. 

Non è uno scontro di personalità. Piuttosto, il modello populista di Berlusconi si rivela inadeguato a governare il Paese, e con l’allargarsi dell’area del malessere iniziano a levarsi le voci di dissenso. In parole semplici: a un deficit di capacità di elaborazione politica si sono aggiunti i guai personali di Berlusconi, e quando la sua stella ha cominciato a declinare, tra i suoi sodali si è insinuata la domanda fatale: e dopo?
Intanto la Lega vende il suo prodotto certificato traendo i frutti della crisi del Pdl. E poco importa che il “prodotto” sia la mela avvelenata dell’odio razziale e della xenofobia: questi sono i punti forti di un partito già federalista che ora tratta le candidature regionali sui divani di Roma. 

Il Friuli Venezia Giulia non è esente dai contraccolpi di quanto avviene nella capitale. Solo la lontananza da appuntamenti elettorali rende meno evidenti i problemi: ma basta uno sguardo a Trieste, dove si vota tra un anno, ed ecco il Pdl in frantumi e la Lega con un suo candidato sindaco. La stessa Lega che in regione si differenzia dalla maggioranza al punto da esprimere quasi un’opposizione interna alla giunta Tondo.
Lasciato schiacciare tra Veneto e Slovenia sulla decisiva partita delle infrastrutture e dell’Euroregione, il Friuli Venezia Giulia sta rischiando di vedere svuotato il suo statuto speciale. Un dato crudo: per la legge lo Stato è debitore alla Regione di circa un miliardo di euro. Soldi nostri. Un tempo la Lega diceva che i nostri soldi devono restare a casa nostra, e invece un livello così basso nei rapporti con Roma non è mai stato raggiunto prima. 

Di fronte a questo spettacolo desolante, al Pd uscito dalle primarie si offre una prateria di opportunità per rilanciarsi come forza di governo credibile. Potrà riuscirci se anteporrà la coesione a vecchie e nuove appartenenze, e non cederà al logoramento di forze consolidate. Gli elettori ci hanno chiesto di fare politica con una marcia in più e con qualche faccia nuova. Se ancora una volta il Pd non ascolterà la sua gente, non potrà poi chiedere ascolto a tutti gli altri. Io sono stata eletta per fare esattamente questo, nonostante tutto.

 

(Il Friuli, 4 dicembre 2009 – www.ifriuli.it)