La clausola che non c’è

serracchiani Alcuni continuano a sostenere che la clausola di supremazia sarà applicata anche alle Regioni a statuto speciale dopo l’approvazione della Riforma Costituzionale. A tale proposito per fare definitiva chiarezza riporto testualmente quanto scrive il servizio studi della Camera dei deputati nelle schede di lettura della Riforma Costituzionale pubblicate a maggio 2016:

“Le regioni a statuto speciale sono dunque escluse dall’applicazione della “clausola di supremazia”, volta ad assicurare la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica e la tutela dell’interesse nazionale.
Si ricorda peraltro che gli statuti speciali, con la sola eccezione dello statuto della Regione siciliana, riconoscono l’interesse nazionale quale limite alle competenze legislative esclusive da essi attribuite (così l’art. 2 dello statuto della Valle d’Aosta, l’art. 4 dello statuto del Trentino – Alto Adige, l’art. 4 dello statuto del Friuli Venezia Giulia e l’art. 3 dello statuto della Sardegna).”
L’autonomia è un bene prezioso per le nostre Regioni e per tutta l’Italia nella misura in cui ci dimostriamo capaci di gestire con oculatezza e competenza le funzioni assegnate. Questo valore va dunque difeso da tutti e non utilizzato in questa campagna elettorale come strumento per seminare incertezza nella speranza di trarne qualche piccolo vantaggio elettorale.

Credibili riformatori

La-Stampa-logo-Italy Pubblico di seguito l’intervista rilasciata a Carlo Bertini per il quotidiano La Stampa sulle riforme attuate dal Governo.

Da Moscovici è arrivata un’apertura di credito notevole. Ve lo aspettavate Debora Serracchiani?

“Ci contavamo. Le riforme servono a far funzionare meglio l’Italia ma ci garantiscono anche credibilità in Europa. Per questo eravamo e restiamo fiduciosi sulla flessibilità europea”.

Moscovici ha detto che l’Italia se la caverà. Ricorda l’immagine del bel paese che alla fine, pure suo malgrado, con tutti i suoi ritardi, la spunta sempre. Giudizio agrodolce?

“Io ho fiducia nel popolo italiano, non nello “stellone” italico. I margini di flessibilità legati alla gestione del fenomeno immigrazione e alla ricostruzione del Centro Italia sono un riconoscimento a difficoltà oggettive o non prevedibili. Non ho mai creduto a un’Europa che si gira dall’altra parte e le parole di Moscovici confermano questa fiducia”.

La paura delle derive populistiche che fa premio su tutto? Anche sul modo brusco con cui Renzi sta trattando l’interlocutore comunitario?

“Le trattative vanno giudicate dai risultati che producono. Il governo italiano viene accusato a giorni alterni di essere succube della Merkel o di essere fuori dai tavoli in cui si decide il futuro dell’Europa: tutte letture forzate e parziali. Bisogna essere equilibrati e mantenere una linea coerente: siamo europeisti con la schiena dritta. E finora abbiamo dimostrato che i risultati arrivano”.

Il premier viene visto come un argine o il vero timore è che una sconfitta del referendum italiano creerebbe ricadute a catena ben più tangibili della Brexit?

“Il referendum verrà deciso dal voto degli italiani, che sono capaci di giudicare autonomamente. È normale che gli altri governi osservino con attenzione quello che succede, perché un brusco stop al processo riformatore metterebbe in crisi la credibilità conquistata cui facevo cenno prima. Ogni scelta porta ovviamente delle conseguenze, e l’ipotesi che vinca il No preoccupa già ora”.

Il commissario si riferisce alle banche e ai problemi di bilancio. Vi preoccupa la condizione del sistema bancario in una fase di stallo della crescita come questo?

“Il sistema bancario andava riformato da tempo e gli scandali che hanno coinvolto molti risparmiatori ne sono la dimostrazione più lampante. Questo Governo lo ha fatto intervenendo prima sulle popolari e poi sul credito cooperativo. Ci è costato sicuramente qualcosa anche in termini di consenso elettorale ma nessuno può negare che il sistema bancario italiano sia oggi più solido. Anche rispetto a certe banche tedesche. Questa solidità deve dimostrarsi sempre più un vantaggio per cittadini e imprese”.

Questa mano tesa dall’Ue vuol dire strada spianata alla manovra italiana senza rischi di richiami e tirate d’orecchi?

“Come in ogni trattativa immagino che qualche assestamento sarà necessario ma, come detto, sono fiduciosa su un esito positivo. L’Europa deve capire che non può essere vittima delle sue stesse regole”.

A proposito, riuscirete a vincere la scommessa sulle previsioni del Pil, malgrado gli autorevoli dubbi sollevati da più parti?

“L’obiettivo di crescita del Pil è stato fissato sulla base di un pacchetto di provvedimenti che non sono ancora approvati nella loro interezza e questo ha generato dubbi di vario genere. Ma si tratta appunto di una valutazione parziale. Il governo in carica, a differenza del passato, ha indicato sempre stime che hanno poi trovato riscontro nella realtà”.

(Intervista di Carlo Bertini pubblicata in data 7 ottobre su La Stampa)

L’Italia credibile

unità Pubblico di seguito un’intervista rilasciata a Maria Zegarelli de L’Unità in cui si sviluppano varie questioni di attualità, tra cui il referendum sulla riforma costituzionale e il fenomeno dei migranti.

«È singolare che ad alimentare le polemiche siano molto spesso proprio coloro che non stanno concretamente in trincea per cercare di risolvere i problemi, come invece stanno facendo molti amministratori».
La Vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, entra così nel dibattito sui profughi e la possibilità di impiegarli in lavori utili lanciata dal responsabile Immigrazione del Viminale, Mario Morcone.
La proposta di Morcone ha già fatto fibrillare gli amministratori leghisti. Lei che ne pensa?

«Morcone fa una proposta che prova ad affrontare un problema. In molte Regioni, compresa la mia, abbiamo avviato da subito diversi progetti che hanno portato queste persone a svolgere lavori per le comunità che li accolgono. La nostra è la Regione che ne ha impiegati di più, oltre 2600, attraverso l’accoglienza diffusa, che ci ha permesso di avere piccole comunità in ognuno dei Comuni, ben 82 su 216, che li ospitano. In alcuni Comuni hanno preparato gli orti urbani che poi sono stati consegnati agli anziani, in altri si occupano della pulizia e manutenzione delle aree verdi e così via. Alcuni di loro, infine, grazie ad una collaborazione con la Confartigianato locale, stanno imparando dei mestieri che potranno mettere in pratica qui o nei loro paesi di origine quando saranno in grado di tornare».

Il ministro Alfano dice “Ok, purché facciano volontariato, perché il lavoro va dato prima agli italiani”. È d’accordo?
«Noi non li paghiamo, ogni lavoro è a costo zero per i Comuni, solo la Regione sostiene dei piccoli oneri per gli strumenti che occorrono per lavorare e le assicurazioni. Il miglior modo per non essere un problema per le comunità che li accolgono è proprio quello di rendersi utili facendo volontariato in attività in cui, peraltro, gli italiani non hanno intenzione di cimentarsi».

Il sindaco di Capalbio, Pd, e quello di Bondeno, Lega, su una cosa sono d’accordo: non vogliono i profughi nei loro Comuni. Glielo chiedo da dirigente nazionale del Pd: le sembra accettabile questa posizione?
«Al di là delle appartenenze politiche, il tema è un altro: se tutti ragionassero così non solo non si risolverebbe il problema ma lo si scaricherebbe sugli altri e questo non è giusto. Ma ci vuole buon senso da parte di tutti: nel nostro caso abbiamo fatto un Patto regionale sull’immigrazione con l’Anci, stabilendo quali e quanti Comuni possono accogliere e fissando regole precise».

Per esempio?
«Abbiamo stabilito che i profughi non possono andare in zone sciistiche durante l’inverno e nei comuni turistici di mare in estate per evitare problemi logistici e di ulteriore sovraffollamento. A Lignano, per esempio, ne sono stati accolti circa 100 durante l’inverno in collaborazione con lo stesso Comune».

L’ultima polemica riguarda il burkini. È giusto vietarlo, come è avvenuto sulle coste francesi?
«Capisco la posizione del premier Manuel Valls, sotto pressione per i durissimi attacchi terroristici che hanno colpito il suo Paese, ma non capisco quale paura possa generare una donna vestita al mare. Per me il burkini non è un problema, lo è il burqa, per noi il volto è identità, coprirlo è togliere l’identità ad una donna, mentre impedire di indossare il burkini può di fatto costringere queste donne a rinunciare al mare e a rinchiudersi in casa».

Lunedì vertice di Italia, Germania e Francia a Ventotene. Dal tema dell’immigrazione a quello della crescita in zona Ue. Cosa si aspetta il nostro Paese dall’Europa?
«Intanto che l’Europa torni a fare l’Europa e ad occuparsi dei grandi temi comunitari. Spero che i prossimi mesi siano dedicati a questo, alla costruzione di principi comuni. L’Italia, dal canto suo, si sta conquistando ruoli importanti dopo anni in cui aveva visto minata la sua credibilità internazionale tanto da restare esclusa dai tavoli decisionali. Oggi stiamo stabilmente seduti nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, lo abbiamo visto all’indomani dei fatti di Nizza. Questo è il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi siamo credibili perché stiamo finalmente facendo le riforme nel rispetto delle regole europee a differenza di altri Paesi che hanno abbondantemente superato il rapporto deficit/pil del 3%».

Ma l’Europa adesso guarda al referendum costituzionale. Che succede se vince il No? Addio credibilità?
«Partiamo da cosa succede se vince il Sì. Se gli italiani promuovono il quesito noi portiamo a casa una delle riforme più dibattute e più attese da questo Paese per recuperare competitività, efficienza e semplificazione. Da decenni parliamo della necessità di superare il bicameralismo perfetto: bene, siamo a un passo dall’obiettivo. Come siamo a un passo dalla possibilità di ridurre i costi della politica, di ristabilire chiarezza tra le competenze di Stato e Regioni. La scelta di votare sì non è né personale né di un partito, ma una scelta di merito, non ideologica. Se vince il No ci dimentichiamo le riforme per decenni, come ha detto lo tesso Renato Brunetta. Sa che significa ricominciare da una Bicamerale? Che passano almeno due anni per costituirla. Poi, per iniziare il confronto quanti altri ne passerebbero? Non penso che ci si possa permettere di aspettare così tanto tempo».

L’ex ministro Giovanni Maria Flick non solo ha bocciato la riforma, ma ha aggiunto che ormai è tardi per usare la “scolorina”. Si riferiva al tentativo di spersonalizzare il referendum. Si aspettava una presa di posizione così dura da un ex ministro del governo Prodi?
« Sono molte le persone che si sono schierate per il Sì, a partire recentemente da Arturo Parisi. Noi siamo arrivati a votare queste riforme dopo un lungo percorso, che è stato anche quello dell’Ulivo e del centrosinistra italiano. Adesso è arrivato il momento di portare a casa il risultato, non perché serve a Renzi, ma perché serve al Paese. Apprezzo lo sforzo di tutti coloro che si stanno impegnando per trovare i difetti di questa riforma, tutte le riforme ne hanno, tutte le riforme hanno richiesto degli adattamenti, non esiste la perfezione, ma dovremmo avere l’umiltà di dire “approviamo questa e poi ci si impegnerà per migliorarla se sarà necessario”. Quello che mi stupisce è vedere che molti di coloro che oggi criticano le riforme sono gli stessi che quando erano al governo non sono riusciti a farle o non le hanno ritenute necessarie».

Nel Pd la minoranza continua a chiedere la modifica dell’Italicum altrimenti non voterà la riforma.
«Noi andremo a votare per il referendum costituzionale, non per la legge elettorale che non c’entra nulla. Insistere nel trovare un collegamento diretto tra le due cose ritengo sia un errore. Rispetto alla legge elettorale, tra l’altro, dovremmo interrogarci a sinistra sul perché abbiamo fallito in queste riforme quando eravamo al governo, anche per la fragilità delle maggioranze. Se non altro questa legge elettorale ci dà delle garanzie: sappiamo chi vince il giorno delle elezioni e sappiamo che il governo che si formerà avrà i numeri per poter portare avanti il programma e approvare le riforme. Credo siano principi irrinunciabili».

Quindi non si rimette in discussione l’Italicum?
«La riforma elettorale l’abbiamo fatta. Se ci saranno i numeri in Parlamento per cambiarla non ci sottrarremo al confronto».

(Intervista rilasciata a Maria Zegarelli, pubblicata su L’Unità del 19 agosto 2016)

Vengono da lontano

La-Stampa-logo-Italy Posto di seguito l’intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016, in merito al prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale.
La partita del referendum è così incerta che qualunque arma a disposizione sarà giocata, e avere incassato il placet dell’ideologo dell’Ulivo di sicuro è un buon viatico. Tanto che Debora Serracchiani, vicesegretario Pd, risponde all’appello di Parisi raccogliendo anche l’invito a non derubricare come fallimenti tutti i tentativi fatti dai predecessori di Renzi nelle stagioni dei governi di centrosinistra. Mettendo però i suoi puntini sulle «i», a memoria di tutti quelli, come Bersani e compagni, che chiedono di cambiare l’italicum.

A tre mesi dal gong del referendum, il Pd è quanto mai spaccato. Ieri ci ha provato Parisi a trascinare gli ulivisti verso il sì. Assist benedetto?

«In realtà credo che abbia detto una cosa molto giusta: che le riforme che sta portando avanti il governo Renzi e il Pd vengono da lontano, dalla storia del centrosinistra italiano che è stata la storia dell’Ulivo. Nella tesi n.4 è scritto che il Senato si deve trasformare in camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali. Quindi si sta definendo una riforma che viene da lì, di cui si sente la necessità da tanto tempo».

Ma Parisi ha offerto una sorta di fico d’India, frutto dal sapore dolce ma con tante spine sottili. Cosa dice dell’invito a riconoscere le fatiche di chi è venuto prima?

«Credo in tutta onestà che ci sia una continuità in qualche modo rispetto a quel periodo e soprattutto lo stesso affiato riformatore. Erano gli anni del movimento di Segni, della maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte dei governi. E ritrovo nel periodo attuale e in quello dell’Ulivo la stessa istanza riformatrice. Ma l’Ulivo non riuscì a fare la sintesi su alcune riforme, come quella costituzionale ed elettorale. Erano gli anni in cui in Germania il governo Schroeder fece la riforma del lavoro. Se il Jobs act fosse stato fatto allora chissà che risultati avrebbe dato. E noi nel solco di quella spinta riformatrice ne abbiamo realizzate tante».

I Pacs e i Dico ad esempio sono stati un primo passo verso le unioni civili?

«Sì, se vogliamo anche le unioni civili sono il completamento di un percorso. Due cose allora non erano mature e noi le abbiamo fatte: il Jobs act, che pur con crescita ridotta ha prodotto 600 mila posti di lavoro, e la riforma della pubblica amministrazione, che allora si tentò, ma la sinistra radicale si oppose. Insomma la spinta è la stessa, ma allora alcune cose non si fecero, anche per la stessa compagine che formava l’Ulivo. Lo stesso Italicum è figlio di quella storia un pò fragile: assicura un governo stabile con una sola
maggioranza chiara».

E della critica a rappresentare il passato come sequenza di fallimenti che ne pensa?

«Nel passato non ricordiamo solo dei successi. Chi oggi dà lezioni di riforme istituzionali le ha tentate senza successo e non mi riferisco all’Ulivo, ma ad altri fallimenti. Ad alcuni che oggi pretendono di calarsi nel presente come detentori del sapere, non possiamo non ricordare il loro passato… sono quelli come D’Alema che meno hanno creduto nell’Ulivo».

Secondo lei anche Prodi si pronuncerà prima del voto?

«Non lo so, ma non mi dispiacerebbe se lo facesse, perché pur riconoscendo che è una riforma frutto di un compromesso, siamo coscienti che se cade, il prossimo treno non passerà più per decenni. Su 28 paesi siamo gli unici in cui due camere fanno le stesse cose. E se non si rende il paese più semplice, si forza la mano al governo a puntare sui decreti legge».

Su cosa basate le speranze di vittoria del sì, visto che restano in testa i no in tutti i sondaggi?

«Quando è così elevato il tasso di indecisi non si sa quanto fare affidamento su questi sondaggi. I “no” ci tengono più dei “si” a farsi sentire in questa fase. Ma una campagna nel merito in questi mesi farà la differenza e la gente sarà più attenta al cambiamento di quanto lo sia il ceto politico. Il voto del no è molto gattopardesco, fatto per bloccare per decenni le riforme e creare incertezza e stabilità».

La minoranza Pd non si accontenta della legge sui senatori. Vuole lo scalpo dell’Italicum. Sarà accontentata se vincerà il sì oppure tutto resterà così?

«Sapere chi ha vinto, governabilità e stabilità sono principi irrinunciabili e con l’Italicum sono assicurati. Abbiamo detto che se ci saranno le condizioni e i numeri in parlamento, non ci sottrarremo al dialogo, anche se pare complicato con il Parlamento che abbiamo. In ogni caso, direi che qualunque modello debba in primo luogo garantire una maggioranza autosufficiente e coesa, perché ricordiamo bene cosa portarono all’Ulivo le intese forzate con sinistra radicale e Udeur. Dunque mi auguro che ognuno ricordi quali furono le fatiche e le fragilità determinate in quella stagione dall’assenza di maggioranze stabili».

(Intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016)

Garantire la governabilità

logo-la-repubblica Riporto di seguito l’intervista rilasciata ad Andrea Carugati e pubblicata su la Repubblica di oggi, in merito alla discussione sulla legge elettorale.

«L’Italicum garantisce che la sera delle elezioni si sappia chi ha vinto. Il punto per noi irrinunciabile è il principio di avere un vincitore certo. Se qualcuno proporrà un metodo alternativo per centrare lo stesso obiettivo, lo ascolteremo».
Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd e presidente del Friuli, difende l’Italicum anche dal “suggerimento pesante” arrivato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
E lancia la palla nel campo delle opposizioni: «Spetta a loro trovare una condivisione ampia su una proposta alternativa. Il Pd è disponibile a ragionare».

Napolitano suggerisce a Renzi di prendere l’iniziativa, non come premier ma come leader del Pd.

«Dal presidente Napolitano, al momento della sua rielezione nel 2013, abbiamo ricevuto un mandato molto chiaro sulle riforme istituzionali: come Pd abbiamo risposto coi fatti, con una riforma della Costituzione e una legge elettorale, l’ Italicum, che nella sua versione finale è frutto di una collaborazione parlamentare ampia e risponde ai tre criteri guida che ci siamo dati all’inizio della discussione: governabilità, stabilità e rappresentanza».

Vede segnali di una condivisione larga tra le altre forze politiche?

«Non direi. II M5S dice di essere disponibile a ragionare solo sulla propria proposta, il Democratellum; Forza Italia sostiene con Brunetta che non si può discutere fino al referendum d’autunno. Leggo di ipotesi che prevedono i collegi uninominali, di sistema francese e greco. Tutte legittime, per carità. Ma mi pare che non ci siano i numeri».

Infatti l’ex inquilino del Colle vi esorta a prendere l’iniziativa come avete fatto a inizio 2014.

«Se ci saranno ipotesi concrete e realizzabili, fermi i principi che ho ricordato, non ci tireremo indietro»

I maligni sostengono che adesso il Pd voglia disfarsi di una legge che potrebbe favorire il M5s, come a Roma e Torino…

«Non abbiamo nessuna paura di votare con l’Italicum, e infatti non stiamo proponendo alcuna modifica. E poi il movimento di Grillo ha sempre criticato duramente questa legge. Hanno
forse cambiato idea?».

Eppure si coglie un “prima” e un “dopo” rispetto alle comunali. Un Pd meno muscolare…

«Per noi il filo rosso resta sempre quello del sindaco d’Italia, che Renzi ha da tempo indicato come il più efficace, nei Comuni e a livello nazionale».

II Mattarellum può essere una strada percorribile?

«È un contributo utile, come altri. Noto un punto di debolezza
rispetto alla capacità di garantire la certezza di un vincitore
la sera delle elezioni».

La minoranza dem sostiene che occorra fare come in Germania o Spagna, dove il vincitore non ha automaticamente la maggioranza dei seggi.

«Devo ricordare qual è la situazione in Spagna con un sistema
che non offre garanzie sulla governabilità? Se c’è una gara, è necessario sapere chi vince. E’ un principio chiaro che gli elettori capiscono e apprezzano».

(Intervista di Andrea Carugati pubblicata su la Repubblica del 21 luglio 2016)

L’europea Jo Cox

Cox Il Referendum del prossimo 23 giugno in Gran Bretagna sarà fondamentale per il futuro dell’UE. Siamo alla vigilia di un momento importante, forse più delicato di quanto ci stiamo rendendo conto tutti quanti.
In questo clima che preoccupa anche la BCE per le ripercussioni che già sta avendo l’incertezza legata all’esito del referendum, si inserisce il gravissimo attentato contro la deputata laburista inglese Jo Cox, una donna europea.
L’uomo che le ha sparato gridando “Prima i britannici” incarna uno degli aspetti più inquietanti e pericolosi dell’insorgente nazionalismo e dei populismi di destra che si rinfocolano in varie parti d’Europa.
Alla famiglia e al Labour Party va il nostro cordoglio. A tutti coloro che in ogni Paese membro dell’Unione europea credono nel valore di un cammino comune va l’appello a un maggiore impegno, personale e politico, a non perdere l’orientamento in un periodo difficile.
L’Italia è il Paese che più si è impegnato per un’Europa unita, che però deve necessariamente cambiare registro di marcia.
Non si può continuare soltanto a ragionare con il libro dei conti in mano, assillati dall’austerity e vincolati in modo quasi ineluttabile alle logiche dei sistemi finanziari. Occorre invece maggiore attenzione ai cittadini e al tema della crescita.
Bisogna crederci di più, auspicando che anche i britannici ci credano allo stesso modo, perché l’uscita del Regno Unito dalla UE sarebbe un fatto negativo per tutti gli europei.
Noi, comunque, possiamo assicurare che nonostante tutto quello che potrebbe accadere, terremo la testa alta e sapremo far fronte agli eventi, come abbiamo sempre fatto.

Referendum e buonsenso

Corriere-della-Sera-san-francesco Riporto di seguito la mia intervista rilasciata al Corriere della Sera in merito all’esito del Referendum sulle trivelle di domenica 17 aprile.

Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd,vista l’affluenza, il Pd tira un sospiro di sollievo?
«Abbiamo cercato di spiegare più volte perché ormai il referendum sulle trivellazioni non aveva più alcun senso. Quindi, il risultato è quello che mi aspettavo».

Lei non ha votato.
«No».

Perché avete invitato all’astensione? Il parere dei cittadini non dovrebbe essere sempre importante per un partito come il vostro?
«Noi siamo assolutamente convinti dell’importanza dello strumento referendario, tanto è vero che nella riforma costituzionale lo abbiamo facilitato. È un istituto utile e necessario, però non va strumentalizzato né stravolto nel suo significato».

Si trattava di un quesito tecnico.
«Infatti, troppo tecnico e incomprensibile per i cittadini. L’unico quesito rimasto, perché tutti gli altri, quelli sì importanti, sono già stati superati dalla legge di Stabilità. Per questo abbiamo ritenuto che non ci fosse più materia del contendere. Che fosse una consultazione inutile».

Nel 2012 lei manifestava contro le trivellazioni, e ha sottoscritto un’interrogazione alla Commissione europea per restringerne la possibilità e sancire la necessità di acquisire i pareri dei territori interessati.
«Certo, e confermo la mia contrarietà alle trivellazioni. Ma sono successe delle cose: nel novembre 2014 lo Sblocca Italia ha imposto forti restrizioni rispetto all’impatto ambientale. Restavano ancora troppe possibilità di deroga, perciò abbiamo lavorato con il governo e con i presidenti di Regione. E la legge di Stabilità ha accolto molte loro istanze, come il divieto assoluto di nuove concessioni entro le 12 miglia da terra o nelle aree protette».

Alcuni presidenti di Regione dicono che il governo non li ha ricevuti.
«Personalmente, ho partecipato a diverse riunioni per avvicinare le posizioni di tutti. E ci siamo riusciti, con la legge di Stabilità. Ricordo anche un incontro tra i governatori e il presidente del Consiglio Renzi a Palazzo Chigi».

Perché avete scelto di far fallire questo referendum, invece che prendere una posizione per il «no»?
«Come potevamo dare indicazione di voto su qualcosa di insensato, che non ha significato politico? Comunque, come hanno spiegato persone molto più dotte di me, quali il presidente emerito Giorgio Napolitano, l’astensionismo è legittimo».

Invitare all’astensione non è svilire la partecipazione democratica? Con un costo di 300 milioni di euro, evitabile unendo amministrative e referendum.
«Abbiamo spiegato che motivi tecnici impedivano l’accorpamento. Chi ha voluto trasformare la consultazione in referendum politico si assuma la responsabilità di risultato e costi».

Qualcuno ha annunciato che denuncerà il presidente Renzi per istigazione all’astensionismo, citando una sentenza della Cassazione del 1985.
«Ho letto di tutto e di più. Anche che quelle norme non hanno mai trovato attuazione. Noi ci assumiamo le nostre responsabilità: il referendum non aveva senso e siamo stati coerenti nelle indicazioni. Non come Beppe Grillo, che ha invitato ad andare al seggio anche senza capire. O come il centrodestra che, per storia e politica, è sempre stato favorevole alle trivellazioni e adesso si è espresso contro».

(Articolo del 17 aprile 2016 sul Corriere della Sera)