Emergenza? 112

scelta Entro la fine del 2016 i cittadini del Friuli Venezia Giulia per ogni caso di emergenza, sia essa sanitaria o di pubblica sicurezza, potranno chiamare un unico numero di telefono: il 112.
Abbiamo sottoscritto al Viminale assieme al Ministro dell’Interno Angelino Alfano il protocollo tra Governo e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, per l’istituzione del Numero Unico di Emergenza Europeo (NUE).

Il nuovo Call Center avrà base operativa a Palmanova nella sede della Protezione Civile regionale, con 29 operatori attivi. L’innovativo servizio sarà gratuito e multilingue e avrà la funzione di localizzazione della chiamata, di fondamentale importanza per risalire al numero civico o alla cella della rete mobile, a seconda che la segnalazione provenga da un’utenza fissa o da un cellulare.
Tutti i numeri, come il 113, il 118, il 115 e lo stesso 112, per come lo conosciamo oggi, verranno eliminati in maniera graduale continuando ad essere operativi per un breve periodo dopo l’entrata in vigore del nuovo servizio.
La Regione investirà nel progetto della centrale unica circa un milione di euro che andrà a finanziare strumentazioni, reclutamento del personale, formazione e manutenzioni.

Siamo molto soddisfatti per un risultato che allinea il Friuli Venezia Giulia, terza regione in Italia, alle direttive europee, razionalizzando e rendendo più efficace ed efficiente il servizio di pronto intervento e di soccorso in tutti i suoi ambiti.

Quella di mercoledì è stata una giornata sbagliata

serracchiani1La mi a intervista rilasciata a Monica Guerzoni e pubblicata su Il Corriere della Sera

«Quella di mercoledì è stata una giornata sbagliata».

Chi ha sbagliato presidente Serracchiani, i renziani o la Cgil

«Ha sbagliato la Picierno e ha sbagliato la Camusso».

Manganelli e parole come pietre, chi soffia sul fuoco

«Quanto è accaduto è assolutamente da non ripetere. A chi dice “giù i manganelli” e a chi accusa la Cgil di tessere false e pullman pagati io dico che il Paese non ha bisogno di polemiche. Ognuno faccia la propria parte per tirar fuori l’Italia dalla crisi».

Non dovrebbe cominciare il Pd, che lo governa

«Occupiamoci delle cose che servono al Paese. Anche se non sarà facile, perché abbiamo opinioni diverse e pensiamo a soluzioni diverse…».

La scissione è inevitabile

«Non credo alla scissione. C’è un Pd che interpreta la sinistra come un campo vasto, dove alcuni possono pensarla diversamente. La novità è che ci dividiamo sui contenuti e non più sui cognomi».

La divisione però è profonda.

«Non è che prima di Renzi il Pd fosse unito, non prendiamoci in giro. Ma un partito del 40 per cento parte dal presupposto che le differenze possono convivere».

Renzi spinge la sinistra fuori dal Pd per prendere i voti di Berlusconi in libera uscita

«È falso, stiamo lavorando per cambiare il Paese e vorremmo farlo con tutto il partito».

Anche con coloro che il leader chiama reduci Il «reduce» Zoggia ritiene grave che i manganelli siano arrivati tre giorni dopo l’attacco ai sindacati del finanziere Serra.

«Un’altra sciocchezza, di cui non sentivamo la necessità. Il governo ha condannato la violenza e chiesto immediate verifiche».

Alfano l’ha convinta o ha ragione chi vuole sfiduciarlo

«Ha tentato di spiegare una situazione che non era chiara. Non deve convincere me, deve agire da ministro dell’Interno e creare le garanzie perché non accada più».

Cuperlo accusa Renzi di incendiare il Paese e Bersani boccia il partito della nazione.

«Tutti devono abbassare i toni, come ha fatto il governo».

Il Jobs act sta lacerando il Pd. Cercherete un compromesso

«Il testo del Senato ci convince e pensiamo possa essere fatto proprio dalla Camera. Ciò nonostante sarà oggetto martedì sera di una franca discussione nel gruppo del Pd, percapire se si possa trovare un punto di equilibrio».

In commissione i numeri sono a favore della sinistra.

«Nessuno entra con pregiudizi, vedremo la discussione che si svilupperà. Ma quel che non possiamo fare è perdere tempo».

La minoranza vuole il reintegro per i disciplinari.

«Su questo il Pd ha preso un impegno con un documento votato dalla dirczione».

Impegno disatteso dal Senato.

«Damiano ha chiesto di indicare le fattispecie di licenziamento disciplinare, che il Pd si era già impegnato a tipizzare nel documento della direzione. Decideranno i gruppi se farlo nella delega oppure dopo, nel decreto attuativo».

È una apertura

«Non abbiamo mai avuto chiusure».

Più coraggio, Letta. Il Pd vuole un patto chiaro

300372879Vi segnalo l’intervista rilasciata a Maria Zegarelli e pubblicata su L’Unità

Vacanza?

«Niente affatto, sono al lavoro in Regione».

Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, nonché responsabile Trasporti e Infrastrutture nella segreteria di Matteo Renzi, è una sgobbona. Sgobbona e determinata, insieme ai suoi coetanei ormai nei posti apicali del partito, a dare una nuova impronta al Pd e una sostanziosa spronata al governo. Presuntuosi? «Affatto, sappiamo che questo è il momento di dimostrare cosa sappiamo fare e dobbiamo mettercela tutta». E questa sfida li trova in compagnia di Angelino Alfano, politicamente su fronti opposti, ma con lo stesso obiettivo: dopo aver preso il posto degli eterni protagonisti politici, adesso vogliono iniziare una nuova fase. A partire dal governo. «Enrico Letta deve avere più coraggio», dice la governatrice.

Intanto finisce l’anno con lo scivolone sul salva Roma. Se deve fare un bilancio, come giudica questi mesi del governo?

«Enrico ha governato in un contesto difficilissimo, non dobbiamo dimenticarci come è partito questo esecutivo. Adesso il mio auspicio per il 2014 è di un maggiore coraggio soprattutto sulle riforme».

Letta intende basare il lavoro dei prossimi mesi su un patto di maggioranza. Quali dovrebbero essere i punti fondanti?

«Vorrei intanto sottolineare il metodo scelto: per la prima volta non si fanno accordi nelle segrete stanze ma si stabilisce la necessità di una trattativa aperta su punti programmatici. Non su nomi e cognomi, ma sul programma. Mi sembra un passo avanti notevole. Sul merito, credo che le indicazioni fornite dal segretario del Pd siano chiarissime: investono le questioni legate ai costi della politica, dall’abolizione del Senato al dimezzamento del numero dei parlamentari, al superamento delle Province, e la grande sfida sul lavoro. Per la prima volta questa questione viene affrontata come un corpo organico, per il quale è necessario un grande piano che lo affronti in modo complessivo. Infine, ci sono tutte le vicende europee che da gennaio dovranno essere prioritarie. Credo che non possa che partire da qui un patto alla tedesca per proseguire con l’azione di governo».

L’altro socio di maggioranza, Alfano, si è detto pronto a raccogliere la sfida lanciata da Renzi. Ma le differenze tra voi e il Ncd restano intatte. Su cosa è più facile mediare?

«Si continua a chiamare trattativa alla tedesca, quindi è evidente che si lavora per trovare un punto di equilibrio. Ma è altrettanto evidente che ci sono dei punti ineludibili sui quali il governo deve pronunciarsi e deve farlo anche il Ncd. Sono convinta che in una valutazione complessiva, che anche Alfano fa, rispetto all’opportunità oppure no di andare subito a votare, la ricerca di una quadratura sul programma sia la strada migliore».

Ma arriviamo al concreto. Renzi chiede l’abolizione della Bossi-Fini, Alfano non la ritiene una priorità. Che fa il Pd su questo? Rompe la maggioranza?

«Quello della Bossi-Fini non è un problema politico: è un problema tecnico, non ha funzionato. Non ha risposto tecnicamente ai temi che sono legati all’immigrazione, oltre al fatto che va aggiornata anche alla luce di tutte le modifiche che la stessa crisi ha portato alla questione dell’immigrazione. Sono cambiati i flussi, le provenienze, le richieste, che arrivano molto di più da zone di guerra. Questa è una legge che richiede una profonda revisione in tutti gli aspetti che l’hanno messa sotto stress. Infine, anche l’Europa ci chiede di adeguare la Bossi-Fini alle norme comunitarie. Sono convinta che Alfano, che viene da una terra che è toccata direttamente dall’immigrazione, sia una persona ragionevole che, di fronte a domande che vengono poste e per le quali non ci sono risposte adeguate, sia disponibile al confronto».

Altro tema. Il Job Act. Alfano risponde a Renzi proponendo tre anni di zero burocrazia per chiunque voglia avviare una nuova attività. Dice che lo Stato deve fidarsi degli italiani. Lei che ne pensa?

«Credo che nessuno abbia una bacchetta magica e che l’insegnamento che ci arriva da questa grave crisi è che occorrono molti interventi nel settore, piccoli, grandi e di amplissimo respiro. Quando si parla di lavoro non si può affrontare solo la questione della burocrazia tralasciando le regole, oppure toccare solo le regole trascurando gli ammortizzatori sociali. Quando si parla di Job Act è questo che si intende: la costruzione di un piano organico che tocchi tutti i temi. Ci stiamo lavorando, ho letto moltissimi interventi, stiamo ascoltando molte persone e quando saremo pronti lo faremo in poco tempo».

La nuova segreteria ha l’ambizione di cambiare il partito. La prima prova sarà quella di riuscire a fare sintesi e il lavoro sembra un tema molto a rischio. I giovani turco hanno già espresso perplessità sul piano del segretario.

«I giovani turchi hanno detto di no a un piano che hanno inventato perché ancora non esiste».

Ma è stato Renzi ad annunciare alcune misure.

«Renzi ha illustrato alcune idee, ma il piano, ripeto, ancora non è stato presentato in tutta la sua completezza. Quello dei giovani turchi mi sembra un no preventivo, legittimo ma preventivo».

Riuscirà questa segreteria laddove hanno fallito quelli prima di voi?

«Sono molto fiduciosa, questa è una segreteria composta da persone con provenienze e sensibilità diverse. Sarà la giovane età, o forse il fatto che non abbiamo zavorre sulle spalle, ma finora la sintesi l’abbiamo trovata, con un approccio molto laico alle questioni».