Quella di mercoledì è stata una giornata sbagliata

serracchiani1La mi a intervista rilasciata a Monica Guerzoni e pubblicata su Il Corriere della Sera

«Quella di mercoledì è stata una giornata sbagliata».

Chi ha sbagliato presidente Serracchiani, i renziani o la Cgil

«Ha sbagliato la Picierno e ha sbagliato la Camusso».

Manganelli e parole come pietre, chi soffia sul fuoco

«Quanto è accaduto è assolutamente da non ripetere. A chi dice “giù i manganelli” e a chi accusa la Cgil di tessere false e pullman pagati io dico che il Paese non ha bisogno di polemiche. Ognuno faccia la propria parte per tirar fuori l’Italia dalla crisi».

Non dovrebbe cominciare il Pd, che lo governa

«Occupiamoci delle cose che servono al Paese. Anche se non sarà facile, perché abbiamo opinioni diverse e pensiamo a soluzioni diverse…».

La scissione è inevitabile

«Non credo alla scissione. C’è un Pd che interpreta la sinistra come un campo vasto, dove alcuni possono pensarla diversamente. La novità è che ci dividiamo sui contenuti e non più sui cognomi».

La divisione però è profonda.

«Non è che prima di Renzi il Pd fosse unito, non prendiamoci in giro. Ma un partito del 40 per cento parte dal presupposto che le differenze possono convivere».

Renzi spinge la sinistra fuori dal Pd per prendere i voti di Berlusconi in libera uscita

«È falso, stiamo lavorando per cambiare il Paese e vorremmo farlo con tutto il partito».

Anche con coloro che il leader chiama reduci Il «reduce» Zoggia ritiene grave che i manganelli siano arrivati tre giorni dopo l’attacco ai sindacati del finanziere Serra.

«Un’altra sciocchezza, di cui non sentivamo la necessità. Il governo ha condannato la violenza e chiesto immediate verifiche».

Alfano l’ha convinta o ha ragione chi vuole sfiduciarlo

«Ha tentato di spiegare una situazione che non era chiara. Non deve convincere me, deve agire da ministro dell’Interno e creare le garanzie perché non accada più».

Cuperlo accusa Renzi di incendiare il Paese e Bersani boccia il partito della nazione.

«Tutti devono abbassare i toni, come ha fatto il governo».

Il Jobs act sta lacerando il Pd. Cercherete un compromesso

«Il testo del Senato ci convince e pensiamo possa essere fatto proprio dalla Camera. Ciò nonostante sarà oggetto martedì sera di una franca discussione nel gruppo del Pd, percapire se si possa trovare un punto di equilibrio».

In commissione i numeri sono a favore della sinistra.

«Nessuno entra con pregiudizi, vedremo la discussione che si svilupperà. Ma quel che non possiamo fare è perdere tempo».

La minoranza vuole il reintegro per i disciplinari.

«Su questo il Pd ha preso un impegno con un documento votato dalla dirczione».

Impegno disatteso dal Senato.

«Damiano ha chiesto di indicare le fattispecie di licenziamento disciplinare, che il Pd si era già impegnato a tipizzare nel documento della direzione. Decideranno i gruppi se farlo nella delega oppure dopo, nel decreto attuativo».

È una apertura

«Non abbiamo mai avuto chiusure».

Non solo art.18 ma salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello

dl-lavoro-cosa-prevede-250x120La mia intervista rilasciata a Umberto Rosso e pubblicata su La Repubblica

«Sul Jobs Act siamo arrivati al dunque, alla fine del processo. Sui temi del lavoro abbiamo discusso a lungo, e la direzione del partito ha raggiunto un punto di equilibrio. Che adesso va rispettato».

Presidente Serracchiani, in aula i parlamentari della minoranza del partito dovranno adeguarsi alla mozione della direzione?

«È passata con l’80 per cento dei voti. Continueremo a confrontarci fino all’ultimo minuto utile, il ministro Poletti sta lavorando a definire nei dettagli la tipologia dei licenziamenti disciplinari da tutelare nell’articolo 18. Ma alla fine bisogna votare in base alla volontà della stragrande maggioranza del Pd.

Nessuna apertura alle richieste della minoranza?

«Oltre a tenere fermo il reintegro per i licenziamenti discriminatori, si stanno definendo le forme di licenziamenti disciplinari da inserire nella tutela. Per esempio quelle più border line, mettiamo un lavoratore accusato di furto che poi si dimostri infondata».

Ma per i licenziamenti di natura economica?

«Come già deciso, non è previsto il reintegro».

Al Senato avete numeri stretti. Teme che il Pd possa dividersi sul Jobs Act?

«Io credo che un pezzo della minoranza, i giovani turchi e la sinistra dem che già in direzione, in parte, si erano astenuti, alla fine voteranno sì rispetteranno cosi il voto della direzione del partito. Sono molto fiduciosa perciò, mettendo pure nel conto il voto contrario di Fassina, piuttosto che di Damiamo o Civati.

E se arriva il soccorso azzurro di Forza Italia?

«Porte aperte, non ne faccio una questione di colore o politica. Se qualcuno prende atto che il Jobs Act è un passo avanti importante per il nostro paese, ben venga. Forza Italia come il Nuovo centrodestra o i grillini».

Non c’è il rischio di un cambio di maggioranza?

«Nient’affatto, se si tratta di voti aggiuntivi, e su un singolo provvedimento. Sempre che arrivino, questi voti ».

E se invece il Pd dovesse andare sotto in aula?

«Sarebbe un fallimento, e non solo per noi ma per il paese intero».

Ma il Pd non ha intenzione di porre la fiducia sul Jobs Act?

«Lo deciderà il governo, insieme ai gruppi parlamentari di maggioranza, nei prossimi giorni».

Il ministro Poletti vuol presentarsi mercoledì al vertice europeo già con intasca un via libera sull’articolo 18.

«L’Italia ha presounaposizione diversarispetto alla Francia, abbiamo detto che comunque rispetteremo il vincolo del 3 per cento, pur mettendo in discussione il pareggio di bilancio. Però davanti al Consiglio europeo, alla Commissione, agli organismi di Bruxelles, non c’è più spazio per il piccolo cabotaggio: dobbiamo volare alto».

Che vuol dire?

«Che da Juncker vogliamo sapere come e dove intende investire i 300 miliardi previsti ma, per farlo dobbiamo presentarci con tutte le carte in regola sulle riforme».

Ovvero con la cancellazione dell’articolo 18?

«Abbiamo già approvato in prima lettura la riforma del Senato e del titolo V, un pezzo della riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, e stiamo ridisegnando il sistema lavoro con un meccanismo a tutele crescenti. Mantenendo la difesa dei licenziamenti per motivi discriminatori e per alcuni tipologie di licenziamenti disciplinari, che si stanno appunto definendo nel dettaglio della legge delega».

Bisognerà convincere i sindacati, che Renzi incontra domani, in primo luogo la Cgil che resta assolutamente contraria e accusa il governo di attaccarla.

«L’apertura da parte del governo di un confronto che ruota su salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello, penso dimostri il contrario».

Siamo qui per cambiare le cose e vogliamo farlo davvero

imageLa mia intervista rilasciata a Giovanna Casadio e pubblicata su La Repubblica del 22 settembre 2014

«Le critiche più accese vengono proprio da chi in passato – D’Alema, Bersani, Chiti – diceva che bisognava cambiare superando l’articolo 18. Ho come la sensazione che qualcuno voglia strumentalizzareil tema del lavoro per una resa dei conti nel Pd». Debora Serracchiani, vice segretario dem, contrattacca: «Andranno rispettate le decisioni della direzione perché siamo un partito non una ditta né una bocciofila».

Serracchiani, più che una discussione sul lavoro è uno scontro politico senza quartiere?

«Sicuramente dobbiamo abbassare i toni. Però è anche il momento di fare chiarezza: noi siamo qui per cambiare le cose e vogliamo farlo davvero perché siamo convinti che per troppo tempo abbiamo giocato in difesa e accettato disuguaglianze intollerabili».

Non siete però disposti a riconoscere le ragioni del sindacato e della minoranza dem?

«Prima che partisse lo scontro era già stata fissata la direzione del 29 settembre su questi temi. C’è la voglia di confrontarsi senza pregiudizi».

Ma si va avanti sull’articolo 18 anche a costo di una scissione con la minoranza del partito?

«Non abbiamo interesse a nulla di tutto questo. Vogliamo un confronto in direzione anche aspro, ma poi vanno rispettate le decisioni assunte dalla maggioranza del partito. A chi dice di dovere rispondere ai propri elettori e non agli organismi del partito ricordo che è stato eletto con e grazie al Pd».

Però neppure irenziani votarono Franco Marini al Quirinale, benché fosse una decisione del partito.

«Su Marini si riunirono i gruppi parlamentari ma si trattava di una decisione su una persona assunta in una situazione a dir poco complessa. Decidere di cambiare il sistema del lavoro è una scelta politica, compete alla direzione del partito».

Un po’ troppo autoritario l’attacco di Renzi alla “vecchia guardia” con una lettera ai militanti?

«L’ho apprezzato molto, perché questa discussione non deve appartenere ai vertici ma coinvolgere tutti gli iscritti e i circoli. Darottamare non sono le persone ma le corporazioni, i tabù, i poteri che hanno tenuto questo paese con la testa sott’acqua».

Volete cacciare la minoranza dal partito?

«No, bisogna dire con nettezza che viviamo in un paese in cui pochi hanno tutto e molti non hanno nulla. È arrivato il momento di scardinare questo sistema. Naturalmente discutendo con i sindacati, con la sinistra dem. Ma siamo determinati ad andare fino in fondo».

A qualunque prezzo?

«Non possiamo più perdere tempo. Alla minoranza, ad alcuni della vecchia guardia dico che non possono frenare quei cambiamenti che avrebbero voluto fare e non ci sono riusciti e ora non va bene perché è Renzi a farli».

Forza Italia è disposta avotare il JobsAct. Si va verso più larghe intese?

«Il governo è quello della maggioranza attuale. Non abbiamo bisogno dei forzisti per fare le riforme del lavoro ed economiche. Però se ci fosse sul lavoro una larga condivisione ben venga».

L’articolo 18 sarà abolito?

«Nessuno lo mette in discussione nei casi di discriminazione, ma non è possibile che una generazione conservi privilegi e quella più giovane non abbia diritti».