La clausola che non c’è

serracchiani Alcuni continuano a sostenere che la clausola di supremazia sarà applicata anche alle Regioni a statuto speciale dopo l’approvazione della Riforma Costituzionale. A tale proposito per fare definitiva chiarezza riporto testualmente quanto scrive il servizio studi della Camera dei deputati nelle schede di lettura della Riforma Costituzionale pubblicate a maggio 2016:

“Le regioni a statuto speciale sono dunque escluse dall’applicazione della “clausola di supremazia”, volta ad assicurare la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica e la tutela dell’interesse nazionale.
Si ricorda peraltro che gli statuti speciali, con la sola eccezione dello statuto della Regione siciliana, riconoscono l’interesse nazionale quale limite alle competenze legislative esclusive da essi attribuite (così l’art. 2 dello statuto della Valle d’Aosta, l’art. 4 dello statuto del Trentino – Alto Adige, l’art. 4 dello statuto del Friuli Venezia Giulia e l’art. 3 dello statuto della Sardegna).”
L’autonomia è un bene prezioso per le nostre Regioni e per tutta l’Italia nella misura in cui ci dimostriamo capaci di gestire con oculatezza e competenza le funzioni assegnate. Questo valore va dunque difeso da tutti e non utilizzato in questa campagna elettorale come strumento per seminare incertezza nella speranza di trarne qualche piccolo vantaggio elettorale.

Un fatto falso

titolo-fatto-quotidiano In questa campagna referendaria siamo ogni giorno costretti a smontare una bufala, ideata ad arte per aumentare la confusione e solleticare le paure degli elettori.
Oggi tocca alla presunta incompatibilità fra la carica di componente del nuovo Senato delle Autonomie e di consigliere regionale delle regioni a statuto speciale.
Dopo l’inventore del Porcellum Calderoli, anche il senatore Felice Casson cede alla tentazione di utilizzare questa arma spuntata, e ovviamente trova ampio spazio sulle colonne del Fatto Quotidiano che oggi dedica al tema la sua prima pagina.

Vediamo come stanno le cose, senza distorsioni e in base a quanto c’è scritto nella riforma.

L’incompatibilità fra le due cariche è semplicemente inesistente. Le norme transitorie della legge di revisione costituzionale stabiliscono con chiarezza che alle regioni ad autonomia speciale non si applicano (sino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome) le sole disposizioni del Capo IV e cioè quelle che modificano la Costituzione dall’articolo 114 al 126, dovendosi pertanto ritenere, di necessità, immediatamente applicabili le disposizioni del capo I che disciplinano la nuova composizione del Senato della Repubblica.

In sostanza, nel momento stesso in cui la Costituzione introduce finalmente il principio dell’intesa che blinda le competenze regionali, disciplina che tutte le altre norme sono applicabili o immediatamente (come i tagli ai costi della politica di cui il Friuli Venezia Giulia è precursore) o con la prossima legislatura (come la nuova composizione del Senato).

La Costituzione italiana e la sua riforma sono una materia seria e il dibattito dovrebbe esserlo altrettanto. Chi si oppone alla riforma delle istituzioni dovrebbe innanzitutto rispettare i fatti, usando argomenti concreti e non inventando ogni giorno nuovi motivi di sterile polemica.

Vengono da lontano

La-Stampa-logo-Italy Posto di seguito l’intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016, in merito al prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale.
La partita del referendum è così incerta che qualunque arma a disposizione sarà giocata, e avere incassato il placet dell’ideologo dell’Ulivo di sicuro è un buon viatico. Tanto che Debora Serracchiani, vicesegretario Pd, risponde all’appello di Parisi raccogliendo anche l’invito a non derubricare come fallimenti tutti i tentativi fatti dai predecessori di Renzi nelle stagioni dei governi di centrosinistra. Mettendo però i suoi puntini sulle «i», a memoria di tutti quelli, come Bersani e compagni, che chiedono di cambiare l’italicum.

A tre mesi dal gong del referendum, il Pd è quanto mai spaccato. Ieri ci ha provato Parisi a trascinare gli ulivisti verso il sì. Assist benedetto?

«In realtà credo che abbia detto una cosa molto giusta: che le riforme che sta portando avanti il governo Renzi e il Pd vengono da lontano, dalla storia del centrosinistra italiano che è stata la storia dell’Ulivo. Nella tesi n.4 è scritto che il Senato si deve trasformare in camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali. Quindi si sta definendo una riforma che viene da lì, di cui si sente la necessità da tanto tempo».

Ma Parisi ha offerto una sorta di fico d’India, frutto dal sapore dolce ma con tante spine sottili. Cosa dice dell’invito a riconoscere le fatiche di chi è venuto prima?

«Credo in tutta onestà che ci sia una continuità in qualche modo rispetto a quel periodo e soprattutto lo stesso affiato riformatore. Erano gli anni del movimento di Segni, della maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte dei governi. E ritrovo nel periodo attuale e in quello dell’Ulivo la stessa istanza riformatrice. Ma l’Ulivo non riuscì a fare la sintesi su alcune riforme, come quella costituzionale ed elettorale. Erano gli anni in cui in Germania il governo Schroeder fece la riforma del lavoro. Se il Jobs act fosse stato fatto allora chissà che risultati avrebbe dato. E noi nel solco di quella spinta riformatrice ne abbiamo realizzate tante».

I Pacs e i Dico ad esempio sono stati un primo passo verso le unioni civili?

«Sì, se vogliamo anche le unioni civili sono il completamento di un percorso. Due cose allora non erano mature e noi le abbiamo fatte: il Jobs act, che pur con crescita ridotta ha prodotto 600 mila posti di lavoro, e la riforma della pubblica amministrazione, che allora si tentò, ma la sinistra radicale si oppose. Insomma la spinta è la stessa, ma allora alcune cose non si fecero, anche per la stessa compagine che formava l’Ulivo. Lo stesso Italicum è figlio di quella storia un pò fragile: assicura un governo stabile con una sola
maggioranza chiara».

E della critica a rappresentare il passato come sequenza di fallimenti che ne pensa?

«Nel passato non ricordiamo solo dei successi. Chi oggi dà lezioni di riforme istituzionali le ha tentate senza successo e non mi riferisco all’Ulivo, ma ad altri fallimenti. Ad alcuni che oggi pretendono di calarsi nel presente come detentori del sapere, non possiamo non ricordare il loro passato… sono quelli come D’Alema che meno hanno creduto nell’Ulivo».

Secondo lei anche Prodi si pronuncerà prima del voto?

«Non lo so, ma non mi dispiacerebbe se lo facesse, perché pur riconoscendo che è una riforma frutto di un compromesso, siamo coscienti che se cade, il prossimo treno non passerà più per decenni. Su 28 paesi siamo gli unici in cui due camere fanno le stesse cose. E se non si rende il paese più semplice, si forza la mano al governo a puntare sui decreti legge».

Su cosa basate le speranze di vittoria del sì, visto che restano in testa i no in tutti i sondaggi?

«Quando è così elevato il tasso di indecisi non si sa quanto fare affidamento su questi sondaggi. I “no” ci tengono più dei “si” a farsi sentire in questa fase. Ma una campagna nel merito in questi mesi farà la differenza e la gente sarà più attenta al cambiamento di quanto lo sia il ceto politico. Il voto del no è molto gattopardesco, fatto per bloccare per decenni le riforme e creare incertezza e stabilità».

La minoranza Pd non si accontenta della legge sui senatori. Vuole lo scalpo dell’Italicum. Sarà accontentata se vincerà il sì oppure tutto resterà così?

«Sapere chi ha vinto, governabilità e stabilità sono principi irrinunciabili e con l’Italicum sono assicurati. Abbiamo detto che se ci saranno le condizioni e i numeri in parlamento, non ci sottrarremo al dialogo, anche se pare complicato con il Parlamento che abbiamo. In ogni caso, direi che qualunque modello debba in primo luogo garantire una maggioranza autosufficiente e coesa, perché ricordiamo bene cosa portarono all’Ulivo le intese forzate con sinistra radicale e Udeur. Dunque mi auguro che ognuno ricordi quali furono le fatiche e le fragilità determinate in quella stagione dall’assenza di maggioranze stabili».

(Intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa del 15 agosto 2016)